LA RIVOLUZIONE MANCATA DEL DYLAN DOG DI RECCHIONI

LA RIVOLUZIONE MANCATA DEL DYLAN DOG DI RECCHIONI

Un paio di anni fa, il lettore italiano attendeva con curiosità quello che era stato annunciato come un evento epocale nel mondo dell’editoria. Ormai da molti mesi si rincorrevano voci su quella che sarebbe stata la metamorfosi di uno dei più popolari eroi della Bonelli: Dylan Dog. Come sono andate le cose? C’è stata davvero la svolta annunciata?

Per coordinare il cambiamento, la Bonelli ha puntato su una delle figure più note e controverse del fumetto nostrano: Roberto Recchioni. Scelta opportuna? A mio avviso sì. Dell’autore romano si può dire tutto, ma il mestiere lo conosce dannatamente bene. È uno che i fumetti oltre a farli li legge, e che discute animatamente per difendere la propria visione. In questo è lontano anni luce da certi autori rinchiusi nella loro torre d’avorio come Boselli.

Recchioni conosce Dylan Dog come le sue tasche ed è riuscito a darcene una versione personale. Magari il suo modo di fare gli aliena qualche simpatia ma, in fondo, ognuno di noi è libero di avere il caratteraccio che gli pare. Nel momento in cui lo scrittore si è preso la patata bollente, si è trovato davanti a un bivio. Doveva scegliere se apportare cambiamenti repentini, rivoltando come un guanto Dylan, oppure procedere con cautela inserendo qualche elemento nuovo senza distaccarsi troppo dal personaggio originale.

Io avrei scelto una rifondazione su basi radicalmente modificate, Roberto Recchioni ha optato per una linea decisamente più conservatrice. Poiché scrivere fumetti non è il mio mestiere, devo presumere che abbia avuto ragione lui. La mia sensazione è che ci sia stato, nelle scelte operate, una sorta di horror vacui che ha impedito l’opzione “tabula rasa”. Di conseguenza, è venuto fuori un personaggio “sospeso”. Posto di fronte alla possibilità di attraversare il fiume e arrivare a un nuovo mondo narrativo, Dylan si è fermato a metà del guado.

Da un punto di vista grafico non si può negare che delle concessioni al nuovo sono state fatte. Penso alla attenuazione della famigerata gabbia Bonelli o alla scelta di artisti non canonici, in certi casi totalmente avulsi dal mondo di Dylan. Interessanti pure le sperimentazioni nelle copertine: alcune riuscite altre meno, ma anche queste apprezzabili. Invece poco è cambiato a livello narrativo.

Le modifiche del cast sono state essenzialmente di facciata. Groucho continua (per ora) a interpretare Groucho, mentre Bloch, cacciato dalla porta è rientrato dalla finestra e le ragazze “one shot” sono sempre lì a concedersi all’eroe tormentato. I personaggi nuovi, Carpenter e Rania, non incidono più di tanto: il primo sembra il solito antagonista “rompitasche”, mentre (se la caratterizzazione non verrà approfondita) la ragazza incarna la classica spruzzatina “cool” con un occhio di riguardo per le minoranze etniche. Anche la galleria dei villains non si è arricchita particolarmente, giusto un paio di quelli apparsi finora potrebbero dimostrarsi degni avversari di Dylan.

Parlare delle sbandierate innovazioni tecnologiche mi sembra perfettamente inutile. Al di là delle esagerazioni della Rete, non credo che un cellulare meriti di essere “commentato”. Mi soffermerei piuttosto sull’aspetto continuità, che era stata annunciato come trave portante del nuovo corso e che si è finora rivelato estremamente blando. Su questa continuità bisognerebbe lavorare di più, per esempio con cicli semestrali affidati allo stesso narratore che avrebbe un occhio più prospettico e meno focalizzato sull’episodio singolo.

C’è poi la questione Paola Barbato, alle prese con una sorta di involuzione narrativa che la sta portando a scrivere storie sempre più criptiche: per quanto mi riguarda, la sua miniserie Ut è stata assolutamente incomprensibile. Le sceneggiature della Barbato sembrano davvero svincolate da tutto e da tutti, e Paola, grossissimo talento, continua ad essere “pigra” nella caratterizzazione dei personaggi, che troppo spesso vengono dati nudi e crudi in pasto alla storia.

Tra gli altri autori, mentre Simeoni ha ancora delle increspature che appesantiscono la lettura, Accatino e Bilotta sono bravi, ma hanno inciso in maniera abbastanza marginale. Sul ritorno di Sclavi preferisco glissare per il rispetto dovuto a un autore comunque straordinario. Finora le cose migliori sono arrivate proprio dagli episodi di Recchioni, con l’eccezione del sopravvalutato Mater Dolorosa, e da quella vecchia volpe di Mignacco.

Ci sarebbe poi da fare un discorso sulle collane collaterali. Mi domando il senso di tenere in vita il baraccone Old Boy, per esempio. La risposta temo sia: “Dobbiamo svuotare il deposito”.

In definitiva, qual è il mio parere complessivo sul New Deal di Dylan? I più anziani tra noi ricorderanno la visita di leva. C’era una voce che lasciava la situazione in sospeso: “rivedibile”. Ecco, io non mi sento di dire peste e corna di un personaggio al quale sono affezionato, ma non posso accontentarmi di una imbiancata alle pareti neanche troppo accurata. È tempo che Dylan lasci quella pozzanghera di vernice. Con Recchioni o senza.

7 commenti

  1. Assolutamente d’accordo su tutto. Anzi, aggiungerei che gli inutili sperimentalismi grafici degli ultimi color fest mi hanno lasciato senza parole e la trasformazione dell’almanacco in magazine avrà avuto un senso che non sono ancora riuscito ad individuare. Quantitá e qualità viaggiano ormai su binari opposti. Quanto riusciranno i vecchi lettori come me a continuare a recarsi all’edicola nella speranza di trovarsi a leggere qualcosa all’altezza? Spero che le nuove generazioni almeno apprezzino…

  2. Mi chiedo una cosa sulla politica bonelli. Dato il crollo di vendite di Dylan dog, non sarebbe meglio un approccio più sperimentale? Per esempio affidare una particolare visione e direzione alle idee di un autore dotato delle stesse, come fa la Marvel? Tanto poi tutto può rientrare nella routine narrativa..

  3. Secondo me comunque una rivoltata ci voleva e diciamo che può nascere qualcosa di buono (John Ghost per esempio), l’Old Boy con le storie classiche non mi dispiace ma lo avrei lasciato bimestrale e secondo me sono azzeccatissime le sperimentazioni sul Color Fest; ma per il momento l’unico vero successo del nuovo corso di DD è la magnifica saga dei Pianeta dei Morti pubblicata sullo Speciale annuale (sperando che rimanga annuale x evitare che uscite più frequenti ne abbassino la qualità )

  4. Io raramente leggo i fumetti di Dylan Dog. Per lo meno, negli ultimi 5 anni…

  5. Anch’io sono d’accordo su ciò che hai scritto, con una piccola aggiunta; purtroppo il numero scritto da Tiziano Sclavi non mi è piaciuto, troppo deprimente per me, troppo ripetitivo nel ritmo narrativo, magari non ciò capito nulla. Mi è piaciuta solo la copertina che ho fatto disegnare ad una uno dei miei autori preferiti 🙁 I Color Fest mi stanno piacendo, a livello di sperimentazione, mentre Old Boy non lo sto leggendo per cui non posso esprimermi.

  6. Sarò blasfemo, ma forse sarebbe stato meglio chiuderlo questo benedetto fumetto. Innanzi tutto non ho affatto sopportato tutti gli approfondimenti sul passato dei protagonisti. Se non erano stati fatti dall’inizio un motivo c’era ed era una precisa scelta dello stesso Sclavi. Ora è tutto banalizzato e somiglia alla robaccia mainstream da due soldi da cui siamo bombardati. Poi il commissario che minaccia e ostacola il protagonista è un cliché vecchio come il mondo e non capisco quali nuove possibilità narrative offra questo personaggio. E a che cavolo serve un Bloch pensionato e traslocato? Dylan Dog doveva restare fedele a se stesso a costo di chiudere.

  7. Credo che dyd abbia preso la strada del non ritorno. Io continuo a recarmi in edicola solo perché possessore di tutti i numeri (originali), ma sinceramente riesco ad apprezzare una – massimo due – storia all’anno. Credo che Recchioni, infarcendo le storie di sociale e (soprattutto) di politica, abbia miseramente fallito. E il botteghino ne è la cartina di tornasole

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