LA RAGAZZA CHE RIFIUTÒ IL “MATRIMONIO RIPARATORE”

LA RAGAZZA CHE RIFIUTÒ IL “MATRIMONIO RIPARATORE”

«C’è un uomo nuovo, in Sicilia, che vuole essere libero dalla paura. Egli, anzi, è già libero: sigillate, voi, questa sua libertà con la vostra sentenza».

Tribunale di Trapani, 13 dicembre 1966. L’uomo nuovo indicato dall’avvocato Corrao si chiama Bernardo Viola: è un mezzadro, con la faccia rossa e la bocca tirata in una smorfia caparbia, ma è soprattutto il padre di Franca, la ragazza che sta mettendo a soqquadro tutta la Sicilia per aver osato denunciare Filippo Melodia, «il bullo di Alcamo», dal quale nel 1965 è stata rapita, violentata e tenuta segregata per molti giorni.

Il codice, a metà anni Sessanta, parla chiaro: il cosiddetto matrimonio riparatore sana qualsiasi offesa. Se Franca Viola avesse accettato di sposare il suo stupratore la vicenda si sarebbe conclusa come mille altre davanti al prete.

«Bernardo Viola», dice ancora l’avvocato Corrao, «riscatta da solo questa parte della Sicilia dalle accuse, spesso ingiuste, di essere il regno della violenza e della illegalità. Se voi lasciate liberi questi ragazzi preparate giorni tristi per Alcamo».

Una facile previsione di ritorsioni da parte di un gruppo, quello capeggiato da Melodia, chiamato a rispondere di diciassette capi di imputazione tra cui associazione a delinquere, ratto (rapimento) e violenza carnale.

LA RAGAZZA CHE RIFIUTÒ IL "MATRIMONIO RIPARATORE"

Franca Viola

 

«LO STUPRO NON È UN SURROGATO DELL’AMORE»

«Franca Viola e suo padre», si legge sulla prima pagina del Corriere della Sera del 14 dicembre 1966, «non hanno detto di no soltanto a Filippo Melodia, ma a tutto un sistema di rapporti basato sulla sopraffazione del maschio sulla femmina. Hanno detto di no al diritto dell’uomo di strappare il consenso della donna con la violenza e di renderlo definitivo col matrimonio. Hanno detto che lo stupro non è un surrogato dell’amore e insozza non chi lo subisce, ma chi lo commette. Insomma, hanno detto di no a tutti i tabù e feticci che fanno da pilastro a queste arcaiche società».

Il ratto, negli anni Sessanta, è ancora un istituto che gode di un riconoscimento sociale e giuridico. Cronisti e studiosi ne individuano tre tipi.

Il primo è applicabile al caso del giovanotto innamorato della ragazza che lo rifiuta: la rapisce con l’aiuto di alcuni complici, la trattiene, la violenta se lei non cede con le buone, infine le offre il matrimonio in riparazione. Generalmente la ragazza e i suoi familiari accettano, sia pure di malavoglia: meglio un matrimonio infelice che il “disonore” in casa.

Il secondo tipo discende dal primo. Un ragazzo ama una ragazza ed è ricambiato, ma i genitori di lei si oppongono. Il ragazzo allora, sempre aiutato dagli amici, rapisce l’innamorata con il suo consenso: dopo qualche giorno insieme è impensabile che non ottengano l’assenso anche dei genitori. Saranno anzi i parenti di lei a pretendere la “riparazione” costituita dal matrimonio. Questo tipo di ratto è chiamato anche fuitina, cioè piccola fuga, nella quale è implicito il concetto che la ragazza sia consenziente.

Il terzo caso è ancora più frequente: i genitori sono d’accordo sul matrimonio ma non hanno i soldi per il rinfresco, indispensabile quando la sposa partecipi alla cerimonia in abito bianco simbolo di illibatezza.
Si organizza quindi segretamente il ratto: il giovanotto, con gli immancabili amici, irrompe sul sagrato della chiesa la domenica mattina, agguanta la ragazza, e i due si rendono irreperibili per una notte. Da lì il matrimonio, ma senza abito bianco poiché si dà per scontato che l’illibatezza non ci sia più. E il rinfresco è risparmiato.

 

«SIAMO LA TERRA DI PENELOPE»

Il principio che sta alla base di tutti questi casi è quello che soltanto il matrimonio restituisca la “rispettabilità” a una ragazza rimasta fuori casa una notte, rispettabilità che conta sopra ogni altra cosa.«Noi», dice l’avvocato di Melodia verso la fine del processo di primo grado, «siamo la terra di Penelope. Si occupino, gli amici del Nord, degli amori di Sofia Loren e non vengano qui a fare i Don Chisciotte. La Sicilia si difende da sé con i suoi monumenti millenari, coi suoi eroi. Noi siamo gente con la faccia riarsa dalla salsedine». Nonostante l’ars oratoria dei propri avvocati, Filippo Melodia viene condannato a tredici anni di reclusione.

«Varca chi addimura carrica veni», barca che tarda arriva carica, aveva commentato, nelle lunghe ore della camera di consiglio, Bernardo Viola. La “barca” si è fatta aspettare, ma il carico è stato meno pesante di quanto tutti si aspettavano. Quando infatti viene letta la sentenza, appare evidente che alcuni tra i reati più gravi, come l’associazione a delinquere, non sono stati riconosciuti dal tribunale.

LA RAGAZZA CHE RIFIUTÒ IL "MATRIMONIO RIPARATORE"

Filippo Melodia durante il processo di primo grado

 

«RESTO AD ALCAMO: È IL PAESE MIO»

La sentenza rimane comunque senza precedenti.
«Per me ora», borbotta Bernardo Viola poche ore dopo in un dialetto molto stretto, «li possono mandare anche tutti liberi, purché mi lascino in pace. Che cosa penso della legge? Finora mi pare sia stata giusta, ma parecchie cose non le capisco. In ogni caso, resterò ad Alcamo: è il paese mio».

Se il signor Viola è “corto” e robusto, il padre di Filippo Melodia è un uomo alto e magro. Ha atteso con trepidazione la sentenza e per questo non è passato inosservato.

«Avessi saputo che mio figlio voleva fare questo, la testa ci rompevo!», dice ai cronisti. «Certo che sarei stato d’accordo nel vederlo sposato con Franca», aggiunge, «e lo sono ancora. Franca era pazza d’amore per il figlio mio e lo è ancora. Mortificazione e vergogna, provo! Se mi fossi trovato al posto di Bernardo Viola li avrei fatti sposare mille e mille volte. Se però l’uomo non avesse voluto sposare, allora sì che l’avrei denunciato. Certo! Ma mio figlio la voleva sposare!».

Ma se non avesse voluto lei, la ragazza? A questa domanda il vecchio Melodia guarda con occhi curiosi il cronista, quasi non gli paia verosimile che una ragazza possa opporre una volontà autonoma.

Ai tempi della sentenza di primo grado Franca si dà da fare per mutare la propria condizione. Se con la scuola non è potuta andare più in là della quinta elementare, decide comunque di esercitarsi alla macchina per scrivere. Prende anche la patente di guida mostrando, una volta di più, un carattere volitivo e dignitoso poco propenso alla rassegnazione. È una ragazza che non ha programmi di rivoluzione sociale: se non le fosse accaduto quello che le è accaduto nessuno avrebbe saputo niente di lei.

 

«TROPPO POCHI GLI ANNI»

Quando i cronisti fanno un giro per Alcamo alla ricerca di qualche parere, trovano le strade piene di gente. Di uomini, per l’esattezza. Di donne se ne vedono poche e sono tutte in gruppo, mai da sole.

«Troppo pochi gli anni, troppo pochi», si sentono gridare intorno. Al bar Calipso, al centro del paese, riferiscono che Melodia si era messo a ostentare un’aria da bravaccio: sedeva davanti al caffè con la giacca sbottonata per mostrare la pistola che spuntava dai pantaloni: «Meritava undici anni solo per il comportamento che ha tenuto davanti ai giudici», dice un giovane impiegato.

Quando si fa avanti un vecchietto ilare, dalla faccia scavata, che si tira dietro un bambino («È il mio sesto», dice, «e l’ho fatto per pagare meno tasse»), le parole hanno il sapore di una nuova sentenza: «Io la legge non la so, ma penso che se amava la ragazza gli anni che ha preso vanno bene. Se invece non l’amava meritava il doppio!».

«Ci si aspettava tutt’altra severità», dice il padrone di un bar vicino, «la sentenza non ha scoraggiato nessuno. La banda esiste, lo sanno tutti. Parecchi di quei giovani sono già, come dire, “toccatelli”. Hanno già avuto a che fare con la giustizia. Si è punito il ratto e poca altra cosa».

Alcune ragazze confermano che molti si aspettavano per Melodia almeno quindici anni.

«Se disapproviamo la condotta di Franca? Ma no», dice una a nome di tutte, «noi dobbiamo essere libere di sposare chi vogliamo. Qui i padri possono essere severi quanto vogliono, ma Franca, se proprio avesse voluto Filippo, ci sarebbe riuscita a sposarlo. È chiaro dunque che non lo voleva».

Franca Viola

 

ALCAMO, UNA SINISTRA ESPERIENZA DI MAFIA

Al circolo di cultura un insegnante parla molto energicamente: «Non facciamoci illusioni: episodi come questi si ripeteranno se i giovani continueranno a non andare oltre la terza elementare. L’altro giorno gli alunni della mia scuola serale, tutti tra i diciotto e i venticinque anni, sostenevano che il fidanzamento è un contratto: “Quando lei lo ha respinto gli ha arrecato offesa e lui ha fatto bene a reagire”, dicevano. Mi ci sono volute due ore di lezione per far loro capire certe cose».

Alcamo ha avuto in passato una lunga e sinistra esperienza di mafia. Una testimonianza interessante viene fornita, su questo tema, dall’avvocato Lauria, un giovane legale dallo studio bene avviato: quando si è trovato nella condizione di poter ottenere una riduzione delle tasse sul reddito, gli è bastato esibire ai funzionari del fisco i certificati di morte di molti suoi clienti: «Gliene ho portati trentadue», racconta, «erano tutte persone che venivano da me, tutti morti ammazzati». Chi si era salvato, era finito in galera o al confino.

Nel dicembre 1968 Franca Viola si sposa con Giuseppe Ruisi, un ragioniere siciliano. Testimonianze di affetto arrivano alla coppia da ogni parte d’Italia. Numerosi i regali, tra cui quelli del capo dello Stato Saragat e del presidente del Consiglio Leone. In particolare il ministro dei trasporti Scalfaro dona ai due giovani un biglietto ferroviario di libera circolazione per l’Italia valido per un mese.

Melodia torna in libertà il 2 novembre 1975, dopo aver scontato undici anni di reclusione. Si dà subito alla latitanza per sfuggire a quattro anni di soggiorno obbligato, pena accessoria poi ridimensionata dalla corte d’appello di Palermo a due anni di sorveglianza speciale.

 

«NON SONO UN DELINQUENTE»

Melodia a metà anni Settanta è ormai un uomo maturo. Il cronista che lo intervista per il quotidiano milanese del pomeriggio Corriere d’Informazione lo trova stanco e con la barba lunga. Indossa un pullover a girocollo, un vestito a quadratini e un soprabito foderato di pelliccia sintetica: uno stile molto diverso da quello “classico” con il quale si era mostrato in pubblico durante i processi degli anni Sessanta.

«Io non sono né un rapinatore né un delinquente», esordisce, «ma uno che undici anni fa per sposarsi ha fatto un ratto sentendosi dire per la prima volta che rapire una ragazza a scopo di matrimonio è reato. Sono uno che ha pagato il suo debito e undici anni dopo vuole fare ciò che gli è stato impedito: sposarsi. In carcere ho imparato un mucchio di cose. Per esempio cosa sia la felicità: non è altro che una pausa del dolore. Me lo ha insegnato Giacomo Leopardi e grazie al suo aiuto oggi sono un uomo normale. Chi mi ha aiutato? Victor Hugo, Primo Levi, Giovanni Verga, e poi i miei insegnanti, i compagni di cella intelligenti, gli universitari che venivano a parlare con noi, i ricercatori che studiavano il carcere. Mi manca il quinto anno e poi se passo l’esame, divento geometra. Quando ho fatto il ratto avevo la quinta elementare. Non mi sono ancora diplomato perché dopo la rivolta nel carcere di Alessandria hanno chiuso la scuola. Ed è stato il più grande dolore della mia vita. Prima di diplomarmi devo trovare un lavoro e una casa per far salire a Padova la mia ragazza. Poi riprenderò a studiare. Se avessi potuto iniziare a studiare prima, sarei diventato ingegnere. Sono portato per la matematica. Parlare del mio reato? Succede tutti i giorni. Ancora oggi, ogni giorno, c’è qualcuno che fa un ratto a scopo di matrimonio. Però in galera ci sono finito soltanto io. E lei sa perché? Io non l’avevo violentata: l’ha detto al processo, ma loro l’hanno convinta. C’era bisogno di una condanna politica. Io poi non sono mai stato iscritto a nessun partito. La Democrazia cristiana andrebbe bene se non ci fosse tutta quella burocrazia, quelle beghe. Mi volevano in Lotta continua, quando ero in carcere: ma lotta per che cosa? Non l’ho capito e non mi sono iscritto».

 

«HO PAGATO IL MIO DEBITO»

A Melodia sembra stare a cuore il problema delle carceri: «Bisogna metterle a posto, bisogna dividerle in settori. Ho visto tanti ragazzi perdersi. Sono diventati omosessuali oppure hanno cominciato a drogarsi. In carcere girano molti coltelli. Io in dieci anni non ho mai misurato i pugni a nessuno e mi creda ci vuole molta tranquillità, molta forza d’animo là dentro per riuscirci. Il mio programma era questo: sveglia alle sei e mezza, mi lavavo, facevo la cella. Colazione, scuola, pranzo, scuola, ora d’aria, cena. Tv o libri. Poi di notte, lettere. Rispondevo a chi mi scriveva. Erano donne e uomini. Liberi cittadini e carcerati. Una detenuta mi ha detto che le ho dato la forza per lottare: quando è uscita, mi è venuta a ringraziare. Una ragazza invece mi ha scritto che aveva l’esaurimento nervoso perché non andava d’accordo con il suo fidanzato. Le ho risposto che non volevo consolare lei, né volevo che fosse lei a consolare me: non sarebbe servito a niente in entrambi i casi. Io volevo sapere come lei vedeva la possibilità di cambiare il mondo: non mi ha più scritto. Cosa penso delle femministe? Hanno ragione, ma sbagliano: certe cose non si possono chiedere con le manifestazioni. Vanno conquistate giorno per giorno, nella vita. Se le conquisteranno? La donna è più debole dell’uomo, ma deve e può migliorare la sua condizione. Una cosa è certa: non saremo mai uguali. Comunque, per quanto riguarda la mia ragazza, io non sono contrario alla donna che lavora: vedremo. Sono stato un anno latitante? Lasciamo perdere. Dopo aver pagato il mio debito con la giustizia volevano stessi quattro anni all’Asinara perché dicevano che facendomi una cultura avevo perfezionato la mia criminalità. E così sono scappato, sissignore. Poi, dopo un anno di latitanza, un giudice serio ha voluto rivedere la mia posizione: e in seconda istanza, mi ha ridotto la pena a due anni trasformando il soggiorno obbligatorio in allontanamento. Comunque la latitanza è peggio della galera».

 

DUE COLPI DI LUPARA

Aprile 1978. Albareto, frazione di Modena. Duemila abitanti, quasi tutti pendolari nelle piccole e medie industrie della città. C’è aria di periferia, ma ordinata, tranquilla, inquadrata nella schiera di villette a due piani che fiancheggia la strada. La storia di Filippo Melodia, 38 anni, soggiornante obbligato, secondo la burocratica definizione della giustizia, si chiude qui. Gli vengono riservati due colpi di lupara, nella più tradizionale delle sequenze: il primo per bloccarlo, il secondo a bruciapelo per finirlo.

L’ordine di esecuzione, così come gli autori materiali, sono venuti dal Sud, questo è certo, ma come molti nel suo genere il caso Melodia finirà disintegrato in una costellazione di sospetti, voci e mancanze di prove. Le indagini scivolano su una esistenza che dopo il carcere è stata pulita, senza vicende eclatanti.

Il senso della morte di Melodia va cercato quindi molto indietro, probabilmente lontano da Modena, negli anni caldi della galera e prima ancora negli anni di Alcamo, bruscamente interrotti dalla inaspettata reazione di Franca Viola. Forse Melodia ha riallacciato i contatti con la mafia iniziati quando era soltanto un picciotto. Trovata una casa ad Albareto, in occasione del matrimonio, ha ottenuto il permesso per tornare dieci giorni ad Alcamo. Una breve vacanza che forse non è stata soltanto matrimoniale.
A Modena, comunque, la vita di Melodia è irreprensibile. Lavora in una carrozzeria, guadagnando poco. Del resto anche il suo tenore di vita è modesto, proporzionato allo stipendio. In questura deve presentarsi un paio di volte alla settimana e lo fa regolarmente. Rinuncia anche a farsi installare il telefono in casa. Chi intende comunicare con lui deve comporre il numero del bar-pizzeria vicino a casa sua. Melodia torna a casa piuttosto tardi, anche nell’ultimo giorno della sua vita. Non si toglie neppure la tuta da lavoro. Alla televisione trasmettono Juventus-Bruges e lui si siede davanti all’apparecchio.

 

UNA MINI COOPER MARRONE

Verso ora di cena al posto pubblico squilla il telefono. Risponde la titolare del bar-pizzeria. All’altro capo del filo c’è una voce maschile, che si qualifica come maresciallo di pubblica sicurezza. Chiede di parlare con Melodia. La donna va a chiamarlo, pochi passi dal ristorante alla casa.

Melodia arriva all’apparecchio, resta nella cabina per pochi secondi. Probabilmente dall’altra parte hanno riappeso la cornetta. Esce in fretta. Non beve neppure il caffè: non vuole perdersi la partita. La porta del locale è sotto un moderno portichetto di mattoni rossi. Il killer lo attende lì. Secondo la ricostruzione dei sette testimoni presenti nella pizzeria, si tratta di una persona alta, robusta, nera di capelli, col volto coperto da una sciarpa gialla. Imbraccia una doppietta a canne mozze.
Il primo colpo viene sparato a una distanza di cinque metri. I pallettoni della scarica scheggiano un flipper e bucano la vetrina. Melodia cade a terra. Il killer lo raggiunge e spara una seconda volta a bruciapelo, sfondando la parte sinistra del torace. Poi sale su una Mini Cooper marrone dove lo aspetta un complice. L’auto verrà trovata dai carabinieri pochi chilometri più avanti. Era stata rubata il primo aprile a un insegnante di Modena.

 

(Da Spazio70).

 

1 commento

  1. Da ricordare che il primo film interpretato da Ornella Muti, allora incantevole quattordicenne, “La moglie più bella”, girato nel 1969 da Damiano Damiani, era liberamente ispirato alla storia vera di Franca Viola.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*