LA PROMESSA DI FRIEDRICH DÜRRENMATT

LA PROMESSA DI FRIEDRICH DÜRRENMATT

Nei pressi di Coira, in Svizzera, accade un delitto efferatissimo in cui è coinvolta una bambina. Gli inquirenti non trovano un vero movente, né l’autore. Ma il commissario Matthäi non si dà per vinto e si lega a una promessa che gli costerà…

Scritto inizialmente come sceneggiatura per Il mostro di Mägendorf di Ladislao Vajd (Es geschah am hellichten Tag; 1958; ne fu poi fatta una versione per la televisione nel 1979, diretta da Alberto Negrin, e un ulteriore film nel 2001, The Pledge, diretto da Sean Penn, con Jack Nicholson), La promessa di Friedrich Dürrenmatt fu poi pubblicato come romanzo giallo, sempre nel 1958, discostandosi notevolmente dalle versioni cinematografiche, soprattutto dalle prime due.

LA PROMESSA DI FRIEDRICH DÜRRENMATT
Anche se la visione speculativa di Friedrich Dürrenmatt è diametralmente opposta a ciò che sento e concepisco e verso la quale non posso dirmi aderente, la struttura della sua macchina narrativa è formidabile e coinvolgente, lo stile secco e semplice, il ritmo sempre nascostamente incalzante. La storia (il processo di lettura) viene a formarsi nella mente del lettore come una scultura che, da roccia informe, prende pian piano vita e comincia a mostrare forme sempre più definite, per arrivare alla rivelazione finale, con successo insospettata perché, fino alla fine, il lettore crede che non ci sarà una fine. E in un certo senso non c’è se vogliamo ascoltare fino in fondo l’autore. Eppure…

È singolare come il romanzo si presenti con il sottotitolo di “Un requiem per il romanzo giallo“, quando invece è notorio come Dürrenmatt ridiede sangue alla letteratura gialla.
A monte di questa apparente contraddizione sta quella visione di Dürrenmatt a cui accennavo prima, e in virtù della quale l’omicidio letterario dell’A., per contrappasso, riporta in vita il genere affrancandolo dagli stereotipi ai quali gli scrittori avevano finito con l’attenersi perché fosse tale.
La sua polemica si apre fin dalle prime pagine quando, attraverso un personaggio, l’A. afferma con sicurezza che “(…) a dire il vero io non ho mai avuto una grande stima per i romanzi polizieschi, e mi rincresce che anche lei se ne occupi. Tempo sciupato. (…) la gente spera che almeno la polizia sappia mettere ordine nel mondo, benché io non possa immaginare nessuna speranza più pidocchiosa di questa. (…) Non mi riferisco solo alla circostanza che tutti i vostri criminali trovano la punizione che si meritino. Perché questa bella favola è senza dubbio moralmente necessaria. Appartiene alle menzogne ormai consacrate, come pure il pio detto che il delitto non paga (…) No, quel che mi irrita di più nei vostri romanzi è l’intreccio. Qui l’inganno diventa troppo grosso e spudorato (…)”

Dürrenmatt introduce il romanzo con un espediente singolare per il contesto, sebbene non propriamente originale, perché siamo in una storia dentro la storia o, meglio, dentro la visione stessa dell’A., nel preciso momento in cui incominciamo a leggere.
Uno scrittore di romanzi gialli (la narrazione è condotta in prima persona) racconta di una conferenza che aveva tenuto a Coira, tempo prima (tutto il romanzo ha un’ambientazione svizzera). Finita la conferenza va in albergo, ma non vuole dormire perché gli sale l’angoscia di non svegliarsi in tempo per ripartire. Così si dirige a un bar dove fa conoscenza con il dottor H., ex comandante della polizia cantonale di Zurigo, che tra l’altro lo mette al corrente di aver assistito alla sua conferenza.
Lo scrittore finisce con l’accettare l’invito del dottor H. di accompagnarlo all’indomani a Zurigo. Partono.
E qui inizia uno strano giro preliminare nei dintorni di Coira dove il dottor H. finisce con il portare lo scrittore in un posto squallido e gli mostra un uomo, inclassificabile per molti versi.
Da qui si dipana la trama gialla più profonda che vede come protagonista il delitto di una bambina dei dintorni ad opera di un sadico.
Non c’è compiacimento nel sangue, raccapriccio morboso, azioni volte al mero stupore del lettore. L’enormità dell’accaduto la si deduce dalle reazioni dei personaggi che, di volta in volta, si muovono per gradi, chi come protagonista chi nello sfondo, come se da un paesaggio in bianco e nero (una narrazione precisa e chirurgica, lineare, fredda, semplice e matematica) spuntasse una macchia di rosso (l’incongruenza) e, proprio perché è solo una macchia nel chiaro-oscuro, diventa ancora più terrificante il dramma di quanto non lo sarebbe se il paesaggio fosse invece dominato dal rosso.

Ma qual è questa visione di Dürrenmatt?
I punti su cui ruota sono:
– critica al giallo classico e alle sue regole (nella lotta tra il bene e il male e la vittoria del bene sul male, c’è in mezzo una dura realtà, un oceano di improbabilità che non la giustificano; non è detto che ci sia una lieta fine)
– il caos governa l’esistenza, e la ragione non può nulla contro il caos (lo scrittore non è un dio in grado di dominare gli eventi: c’è il Caso a imporsi come elemento dominante. Cioè non ci sono regole logiche che possono aiutare o guidare l’uomo o, nella vicenda poliziesca, il detective. E qui si confondono la tesi filosofica dell’A. e la dimostrazione dell’inconsistenza del romanzo giallo classico)
– la critica della giustizia (la denuncia e il processo dell’A. ai poteri politico, sociale ed economico. I temi della giustizia e del diritto furono fondamentali nell’opera di Dürrenmatt. L’A. pensa che la giustizia si fondi su pilastri emozionali: «Peggio ancora, non esiste un ordinamento sociale giusto perché l’uomo, se cerca la giustizia, ha ragione a trovare ogni ordinamento sociale ingiusto, e se cerca la libertà, ha ragione a trovarlo privo di libertà»).

E questi temi sono contemplati tutti in La promessa, Un requiem per il romanzo giallo, oltre una domanda finale in cui sta molto del segreto del romanzo: in che misura è giusto, per combattere il male, usare i suoi stessi mezzi?

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