TRA NILLA PIZZI E I BEATLES: LA GRANDE SEMINA DEL ROCK

La grande semina del rock

Poco sex, niente drugs, molto rock and roll.

Venivamo da “Vola colomba”, “Granada”, “Papaveri e papere”, “Casetta in Canadà”, “Grazie dei fior”, Nilla Pizzi, Claudio Villa, Achille Togliani, Tonina Torrielli…

La ventata americana, inevitabile in quel secondo dopoguerra di rinascita, spazzò via tutto in un attimo, atterrando non più con i bombardieri, ma con i juke-box, e liberandoci di nuovo. Questa volta dalla canzone all’italiana.

Tutto cominciò con un film, “Il seme della violenza”, di cui ricordiamo soprattutto la musica: qualcosa di diverso, travolgente, inesorabile, feroce. “Rock around the clock” non dava tregua, e anche quando conoscemmo la faccia di quella specie di impiegato del catasto con un ricciolino sulla fronte di Bill Haley che la cantava, continuò a piacerci. E ci piacquero anche “See you later alligator”, “Shake, rattle and roll”, “Rock the joint”, “Skinny Minnie” e tutto il resto.


Era arrivato il Rock and Roll, che prendeva il nome da uno dei modi meno raffinati per chiamare l’atto sessuale. La musica da quel momento non sarebbe stata mai più la stessa.

Il periodo della nostra meravigliosa playlist va su per giù dal 1955 al 1963, cioè da “Rock around the clock” all’affermazione dei Beatles, che a loro volta spazzarono via tutto quello che aveva risuonato prima sulla Terra. Ma questi otto anni (per noi italiani sei o sette per la verità: arrivammo con il nostro abituale ritardo) costituiscono una bolla magica irripetibile all’interno della quale c’era già tutto quello che sarebbe arrivato dopo, in forma di seme. Il seme della violenza, appunto.

La giungla di titoli è foltissima, così come quella degli interpreti, alcuni dei quali colpirono con un solo pezzo, ma lasciando in ogni caso un’orma profonda e riconoscibile nella storia dei ragazzi dell’epoca, così come in quella della musica popolare.

Ho scelto 80 artisti, 250 canzoni, 412 immagini e 5285 parole per parlarvene. Quindi mettetevi comodi, il viaggio sarà lungo, ma bello.

E dai, si parte!

Contemporaneamente a Bill Haley fu Chuck Berry a dare inizio con “Maybellene” al rock di qualità, un rock indipendente, distaccato dalle radici boogie di Bill, e orientato verso le squisitezze chitarristiche di un blues estremo che ne infiorettavano lo stile. La fortuna di Chuck Berry fu quella di avere una voce “bianca” pur essendo nero come il carbone (garantisco io che l’ho visto da molto, molto vicino). All’epoca in America dettavano legge le radio “bianche”, che passavano solo cantanti palliducci, e da cui i neri erano banditi. Se non eri trasmesso da loro restavi nei recinti delle vacche. Ma il discografico di Chuck, mica scemo, non mise immagini in copertina, inviò il disco a tutte le radio bianche facendo passare il proprio artista per candido come la neve, e loro ci cascarono come pere cotte. Passarono il brano a tutto spiano, e la voce bianca del nerissimo Chuck Berry sfondò. Solo a pensare alla faccia di quei mammalucchi quando se ne accorsero godo. Peccato che da noi in Italia il grande pubblico lo abbia conosciuto meglio solo molto tardi, quando era già un mito ammirato e cantato dai Beatles e dai Beach Boys. Ma non è mai troppo tardi per la buona musica. Chuck Berry sfornò alcuni tra i più grandi pezzi della storia del rock, dal monumentale “Johnny B. Goode” a “Sweet little sixteen”, da “Roll over Beethoven” a “School day”, da “Rock and roll music” a “Carol”. Sempre molto allusivo, ironico, sfacciato nei testi, finì più volte in galera per reati di tipo soprattutto sessuale. Una vera teppa con dentro un mondo meraviglioso.


Sempre nero, ma dichiarato, e pure visibilmente gay malgrado la sua rude voce alla carta vetrata, un’altra valanga rock che nessun pregiudizio riuscì ad arginare fu l’incontenibile Richard Penniman, meglio conosciuto come Little Richard, quello di “Tutti frutti”, canzone tratta da una filastrocca sboccata a cui una signora cambiò il testo, e che diventò un colossale successo in tutto il mondo. Il “Tutti Frutti”, per chi se lo chiedesse, non è che un tipo di gelato col nome all’italiana. Appena cambiato il testo, in 15 minuti la incisero senza rendersi conto di cosa avessero fatto. Questo era il bello di quei giorni: la spontaneità, la semplicità, la genialità elementare. Da noi, come ovunque, “Tutti frutti” spopolò: la voce esasperata del meraviglioso Riccardino esaltava i ragazzi che all’uscita dalla scuola si ammucchiavano nei bar dove con 50 lire messe a turno nel juke-box potevano ascoltarla e ricaricarsi dopo le noiose ore di lezione: una delle massime trasgressioni di quei giorni ingenui, inconsapevolmente gli ultimi. Altri elettrizzanti pezzi del Piccolo Grande Riccardo erano “Long tall Sally”, “Lucille”, “Ooh! My soul”, “Send me some loving”, “Rip it up”, “Ready Teddy”, “Good golly miss Molly”, “Keep-a-knockin’”, “Jenny Jenny”, “Baby face”… Tutte bombe atomiche.


“Tutti frutti”
fu ripresa anche da Elvis. E quando per uno basta il nome, si è detto tutto. Perché aggiungere Presley? Come non serve aggiungere Monroe a Marilyn.

Elvis fu il più grande perché in se stesso comprendeva tutto: voce unica, singolare bellezza, carisma, simpatia, un modo tutto pelvico e allusivo di muoversi… Innumerevoli i suoi hit, come “Jailhouse rock”, forse il rock più rock di tutti i tempi, “Heartbreak hotel”, “Love me tender”, “Teddy bear”, “Treat me nice”, “Don’t be cruel”, “Are you lonesome tonight”, “One night”, “Hound dog”, “Stuck on you”, “It’s now or never” (“’O sole mio”), “Blue suede shoes” e mille altre. Per lui ci vorrebbe un saggio a parte, e non basterebbe neanche per cominciare. Per questo mi fermo qui, è troppo noto, meglio lasciare spazio a qualcuno meno famoso. Come Carl Perkins, per esempio. Lo cito non a caso, perché era lui l’autore e il primo interprete di “Blue suede shoes”, ma gli mancava tutto quello che aveva Elvis, e quando la canzone passò di mano, o meglio di voce, allora sì che divenne un enorme successo. Perkins dovette accontentarsi di passare alla storia come l’autore delle scarpe blu scamosciate, e d’altronde chi non avrebbe voluto scrivere un pezzo per Elvis? A ognuno la gloria adeguata alle proprie possibilità. Del resto il buon Perkins ebbe anche la sorte di far parte del mitico Million Dollar Quartet, che comprendeva, oltre a lui ed Elvis, anche Johnny Cash e Jerry Lee Lewis. Tutto a causa di un pugno di celebri foto che li ritraggono casualmente insieme negli studi della Sun Records, il luogo dove nacque la crema del rock, mentre improvvisavano canti gospel con Elvis al piano e Carl Perkins alla chitarra. Esiste anche la registrazione di quell’epico momento, in seguito immortalata su vinile. Così nascono le leggende.


Ma, a proposito di Jerry Lee Lewis, ecco un altro dei grandi del rock delle origini. Uno dei pochi che hanno avuto la soddisfazione di vedersi, ancora viventi, rappresentati in un film sulla propria vita, in questo caso con lo stesso titolo di un suo travolgente successo, “Great balls of fire”, anche se la canzone più rappresentativa di Jerry Lee a mio parere resta “A whole lotta shakin’ goin’ on”. Pianista pazzo, suonava lo strumento con tutte le parti del corpo, nessuna esclusa, e ci saliva sopra, pure. Una volta, per non essere stato fatto uscire per ultimo in un concerto di divi del rock, al termine della sua esibizione dette fuoco al piano e buonanotte ai suonatori! Così almeno si narra. Ebbe delle rogne non piccole per essersi sposato con la cuginetta solo tredicenne, fatto che in un’America puritana e bigotta (ma con la pistola sotto l’ascella) gli spezzò la carriera. In seguito si dette al country, ma resta uno dei padri fondatori del rock. Una furia bionda soprannominata “The Killer”. Grande, unico.


Grandezza e unicità contraddistinguevano quei pionieri del rock, gli epigoni sarebbero spuntati dopo.

Un altro caposaldo, con predilezione per un rock-a-billy spinto fino all’urlo, fu Gene Vincent. La sua voce da angelo sbronzo aveva bisogno di essere esaltata da un riverbero, che all’epoca non era agevole ottenere elettronicamente. Aveva un pezzo bomba, e gli serviva l’eco. Allora fece sgombrare lo studio da ogni mobile e suppellettile, e in una stanza completamente vuota in cui la voce rimbombava a dovere incise il suo capolavoro. Così nacque “Be-bop-a-lula”.

Era il 1957 quando io comprai il mio primo 45 giri, e ne volli scegliere accuratamente il titolo, perché era per me un’occasione storica. Avevo avuto in regalo una modesta ma preziosa fonovaligia Lesa, e il primo disco che ci misi su fu proprio “Be-bop-a-lula”. Questa la mia scelta. Non me ne sono mai pentito.


Gene Vincent, di cui segnalo anche “Woman love”, “Blue jean bop”, “B-I-bickey-bi, bo-bo-go”, “Lotta lovin’”, “Race with the devil”, “Red bluejeans and a pony tail”, restò claudicante in seguito a un incidente d’auto in cui morì a soli 21 anni il suo promettente amico e collega Eddie Cochran, il cui successo più grande era stato l’incalzante “Summertime blues”. Altri suoi titoli: “Twenty flight rock”, “Pretty girl”, “C’mon everybody”, “Tenage heaven”.


La storia di quegli anni è costellata di morti violente tra gli artisti, non ancora vittime della droga. In qualche modo dovevano pur morire giovani, per alimentare il mito…

Tre in una volta sola se ne andarono un brutto giorno d’inverno del 1959, quando durante una stressante tournée ebbero la malaugurata idea di accorciare le distanze tra una data e l’altra salendo su un piccolo aereo privato che si schiantò sulla neve uccidendo Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper. Quel giorno fu ribattezzato “The day the music died”. A loro furono riservati onori, canzoni, qualche film e molte lacrime.

Chi erano?

Buddy Holly, il più talentuoso dei tre, dopo alcuni significativi successi stava avviandosi a una luminosa e lunga carriera di cantante e autore. Tutt’oggi gode della stima dei critici: la rivista Rolling Stone l’ha inserito al 13° posto tra i primi 100 migliori artisti di sempre (si pensi che John Lennon è al 38°, Elton John al 49°, i Queen e i Pink Floyd rispettivamente al 51° e 52°). Holly aveva già all’attivo vari pezzi di successo, come “Peggy Sue”, “Peggy Sue got married”, “Maybe baby”, “Oh boy!”, “Rave on”, “It’s so easy”, e tra le sue prime e più famose canzoni una suonò profetica: “That’ll be the day (that I die)”. E quello, il 3 febbraio 1959, fu proprio il giorno in cui morì, solo ventiduenne.


Amico e collega di Buddy era Ritchie Valens, ancora più giovane, assurto al successo per la sua versione ispano-rock de “La Bamba”, titolo anche di un film sulla sua vita. A lui si deve una delle più delicate e commoventi canzoni d’amore, nella più ingenua e spontanea semplicità dei ragazzi di allora, dedicata alla sua fidanzatina: “Donna”. Nei suoi 17 anni di esistenza riuscì a dar vita a momenti musicali elettrizzanti, con “Come on, let’s go”, “Ooh! My head” e “Rockin’ all night”. Aveva molti sogni, ma salì su quell’aereo.


Con Buddy Holly e Ritchie Valens quel maledetto giorno c’era anche The Big Bopper, un disc jockey e musicista simpaticissimo, esuberante, che aveva messo a segno un hit micidiale: “Chantilly lace”, travolgente, divertente, coinvolgente. Se ne andò con gli altri a 28 anni.


Sempre un aereo uccise, ma a scoppio ritardato, un idolo delle ragazzine degli anni cinquanta: Ricky Nelson, già noto per aver preso parte fin da bambino a serie televisive di successo. Voce vellutata, bel ragazzo, occhi verdi, ciuffo d’ordinanza, aveva tutto per piacere. Cantava “I’m walkin’”, “Be-bop baby”, “Stood up”, “Poor little fool”, forse la sua canzone più nota, “Young emotions”, “Teen age idol” e molte altre. Dovette aspettare i 45 anni per schiantarsi al suolo su un aereo che lo avrebbe portato a Dallas per una festa di Capodanno a cui non aveva nemmeno voglia di andare.


Uno che invece morì ammazzato fu il delizioso interprete Sam Cooke, un po’ meno delizioso forse nella vita privata. Insomma, pare fosse un tipo un tantino violento, e le circostanze del suo assassinio non furono mai del tutto chiarite. Ma le sue canzoni ci trasportano in alto, in particolare “You send me”, dolcissima, poi “I’ll come running back to you”, “Desire me”, “(I love you) For sentimental reasons”, “Teenage sonata” e “Only sixteen”, che in Italia però ci arrivò nella versione dell’inglese Craig Douglas, dal momento che Sam Cooke all’epoca era quasi sconosciuto da noi. Morì a 33 anni per un colpo di pistola sparatogli da una donna che sostenne di essere stata da lui aggredita: le si era presentato, tra l’altro, nudo dalla vita in giù. La legge le accordò la legittima difesa. Ma tutta la verità su questo brutto affare non si saprà mai. Godiamoci la sua voce, ché è meglio, quella almeno non ha proprio niente di violento, anzi… Cantale ancora, Sam.


Ho fatto accenno a un artista britannico, Craig Douglas. Sulla scia oltreoceanica, anche da oltremanica ci arrivarono buone cose per le orecchie. Un nome su tutti: Cliff Richard. Giovane rocker di scuola americana, esordì con “Move it” (1958), considerato il primo rock inglese, a cui seguirono la particolarissima “Living doll”, poi “Please don’t tease”, “The young ones”, “We say yeah!”. In seguito perse lo smalto rock e si annacquò al punto di andare a vincere quell’intruglio indigeribile che era, ed è, l’Eurofestival. Qualche ombra sulla sua vita non ha scalfito il valore di una solida presenza sulla scena internazionale, con parecchi milioni di dischi venduti e concerti incessanti.

Cliff Richard si esibiva con The Shadows, musicisti dal plettro semplice ma efficace che dall’Inghilterra prebeatlesiana incantarono i giovani di tutto il mondo con le loro chitarre. Come non ricordare il mitico strumentale “Apache”? Noi lo pronunciavamo “apasc”, alla francese, ignari e per la verità disinteressati alla vera pronuncia “apaci”, davvero orrenda. Da quello partirono altri notevoli brani “per chitarra cantata” come “Man of mistery”, “F.B.I.”, “Kon-Tiki”, “The savage”, la meravigliosa “Wonderful land”, la stratosferica “Atlantis”, “Geronimo”… Avevano inventato un genere.


Il rock non era solo rock and roll, era un profumo, un’epoca, un sentimento, una fioritura di novità. Per questo all’interno di quel primo fecondo periodo sbocciarono gemme di ogni tipo, tutte destinate ai teenagers, che erano i “millennials” del tempo. E anche le canzoni più melodiche e un po’ ruffiane, spesso basate sullo stesso semplice giro di sesta minore (do+/la-/fa+/sol7), fanno parte del rock inteso come fenomeno globale. E qui spuntano personaggi enormi, tipo Paul Anka. Canadese di origini libanesi, piccolo di statura, col nasone che poi correggerà chirurgicamente, fu un gigante, a partire da “Diana”, uno dei più grandi fenomeni discografici di tutti i tempi, dedicata a una signorina un po’ troppo “old” per lui, Diana Ayub, ventenne, di cui s’innamorò dopo averla vista in chiesa. Destino volle che per badare i suoi fratelli piccoli i genitori di Paul assumessero proprio quella Diana come babysitter. Trovandosela in casa, il povero ragazzo finì per dichiararle il suo amore, venendo da lei respinto e crudelmente sbeffeggiato. Ma si rifece: scrisse una canzone che gli cambiò la vita: la rivincita dello sfigato. I ragazzi di tutto il mondo colsero inconsciamente il senso di “Diana”, oltre alla sua geniale orecchiabilità, e s’immedesimarono in quel sedicenne già così pronto, preparato, bravo, e bruttarello: nessuna invidia, solo ammirazione e segreta voglia di rivalsa. La lista dei supersuccessi che resero il piccolo canadese ricchissimo è interminabile. Proviamoci: le classiche “You are my destiny” e “Crazy love” (la mia preferita), le vivaci “I love you, Baby”, “Tell me that you love me”, “That’s love”, “Let the bells keep ringing”, le originali “Midnight” e “Late last night”, la teutonica “Verboten”, la dolce “Just young”, le sinfoniche “My heart sings”, “I miss you so”, “It’s time to cry”, “Puppy love”, la drammatica “Lonely boy”, la biblica “Adam and Eve”, la scanzonata “Pity pity”, la struggente “Put your head on my shoulder”… Basta, mi fermo qui prima di struggermi del tutto. Davvero un periodo d’oro per Paul, che in seguito diventò un crooner con ingaggi stratosferici a Las Vegas. Ma per chi ha vissuto il suo stupefacente esordio resta sempre il ragazzuccio che sapeva interpretare i piccoli grandi problemi dei suoi coetanei come nessuno.


Sulla scia del grande Paul si piazzò un altro Numero Uno: Neil Sedaka, anche lui con una K nel cognome, anche lui di origini esotiche (turche, russe e polacche), anche lui col pezzo monstre dedicato al nome di una donna: “Oh! Carol” (ispiratogli nientemeno che da Carole King). Imitatore è dire troppo, ma sicuramente un succedaneo di Paul Anka lo fu. Però, tranne qualche passo falso, seppe distinguersi e formarsi un repertorio esclusivo piacevole e di qualità. Dopo un paio di rocchettini un po’ anonimi uscì allo scoperto con l’efficace “The diary”, in cui, tormentato, si chiedeva quale fosse il nome che “lei” scriveva sul proprio diario, sperando ovviamente che fosse il suo. Poi via via sciorinò canzoni fantastiche come la mia preferita “Crying my heart out for you”, la scimmiesca “I go ape”, l’energetica “No vacancy” e la suggestiva “One way ticket (to the blue)”. La sua risposta a “You are my destiny”, ma molto più stanca, fu “You mean everything to me”, e, come se “Oh! Carol” non fosse bastata, quella a “Diana” (quasi un plagio), fu “All I need is you”. A lui si devono la rocchettante “Stupid Cupid” e la precipitante “Fallin’” che furono incise anche da Connie Francis, “Starway to Heaven” (titolo ripreso più tardi dai Led Zeppelin… ma solo il titolo), le piacevolissime “Happy birthday sweet sixteen”, “Calendar girl”, “Breakin’ up is hard to do”, “Little devil”, tutti enormi successi, come “The king of clowns” e “Another day another heartache”. Molti di questi pezzi furono da Neil cantati pure in italiano, ma non solo: Sedaka incise anche canzoni italiane scritte apposta per lui portandole al successo, come “La terza luna” e “I tuoi capricci”. Del resto questo lo faceva anche Paul Anka (“Ogni volta”, “La verità”), per cui… tutto torna.


Mi è venuto, poc’anzi, di nominare una donna, ma devo mestamente constatare come la musica, nel periodo che stiamo qui rivivendo, fosse di stampo prettamente maschile. Infatti, mentre gli artisti abbondano, le artiste giunte al grande successo tra i giovanissimi si contano più o meno sulle dita di una mano.

Vediamo: la già citata Connie Francis, italiana d’America, è forse la più popolare. Godette di un largo e meritato seguito con canzoni che riflettevano il suo originario carattere mediterraneo. Difficile è districarsi tra i brani interpretati da questa generosa artista, tante sono anche le cover, e tra esse alcune vecchie canzoni italiane rinverdite con ottimi risultati. Mi limiterò a citare “Stupid Cupid” e “Fallin’”, già incontrate nel repertorio di Neil Sedaka, “Who’s sorry now”, “Where the boys are”, “Robot man”, “Many tears ago”, “Baby Roo”… Nel 1959 incise un album intitolato “Connie Francis sings italian favorites”, che comprendeva, tra le altre, “Chiao chiao bambina” (proprio così), “There’s no tomorrow” (“’O sole mio”), “Come back to Sorrento” (“Torna a Surriento”), “Mama” (“Mamma”), “I have but one heart” (“’O marenariello”), e, coi titoli direttamente in italiano, “Anema e core”, “Arrivederci Roma”, “Santa Lucia”, “Volare” ecc. Negli anni successivi Connie ebbe vari problemi: stuprata e quasi soffocata a morte in un hotel, ne riportò un profondo shock, poi, come se non bastasse, a causa di un’operazione al naso perse la voce, e per riappropriarsene dovette prendere lezioni di canto, cosa che non aveva mai fatto in vita sua, infine suo fratello, al quale era molto legata, fu ucciso dalla mafia… Ne conseguì una non ingiustificata malattia mentale che la tenne per molto tempo lontana dai riflettori. Una grande e appassionata interprete che ha dovuto pagare un alto prezzo per il proprio successo.


Brenda Lee
invece era la ragazzina da cui probabilmente Rita Pavone prese lezioni a distanza. Una grande voce squillante al servizio di una grande canzone: “I’m sorry”. Poi “Some of these days”, “Dynamite”, “I want to be wanted”, “Emotions”


Georgia Gibbs
è ricordata soprattutto per la sua “The hula hoop song”, che accompagnò i movimenti del bacino dei ragazzi, e soprattutto delle ragazze, che si facevano roteare il leggero cerchio intorno alla vita, come fu di moda nel 1958.


Little Eva
, passata da donna di servizio (di Carole King, ancora lei!) a cantante da classifica, riuscì a piazzare molto in alto la piacevole e scorrevolissima “The loco-motion”. Una vera locomotiva.


La più qualificata di tutte, cantante di classe superiore anche se donna intimamente complessata, fu la sofisticata Sarah Vaughan, una regina jazz che si degnò di scendere ai livelli del facile ascolto pur senza perdere la faccia con la raffinata e al tempo stesso popolare “Broken hearted melody”, felicemente accolta dalle classifiche giovanili.


E Debbie Reynolds, notissima attrice, piazzò nel film omonimo un sognante motivo, “Tammy”, giusto giusto per le teenagerine innamorate, accattivante come il suo visetto da ragazza della porta accanto (sì, ma chi ne ha mai avute vicine di casa così?).


Sorvolo su artiste tanto famose quanto brave come, per esempio, la magnifica Doris Day o la poliedrica Caterina Valente, la fatalona Julie London o la sensuale Eartha Kitt, perché, come tante altre, si mantennero su un repertorio classico rivolto generalmente a un pubblico adulto, che non arrivò a colpire al cuore l’imberbe popolo dei juke-box. (Lo stesso dicasi per molti fantastici interpreti maschili, Frank Sinatra in testa, Nat King Cole non in coda).

Restano le componenti femminili di alcuni gruppi, per esempio il duo Paul and Paula, che s’impose con la zuccherosa “Ehy Paula”, The Fleetwoods, con le stupende “Come softly to me” e “Mister Blue”, The Teddy Bears, dell’abile e famigerato Phil Spector, all’apice con “To know him is to love him”, The Browns, le cui voci femminili resero cristallina la mistica “The three bells”. E soprattutto loro… Eh sì, proprio loro: The Platters.


Già, The Platters. Ma la componente femminile del famosissimo gruppo vocale non aveva troppo rilievo, essendo tutto il sound volto a far emergere la superlativa voce di Tony Williams. Bastano alcuni titoli per capire. “Only you”, folgorante fin dall’avvio: sono sufficienti le prime tre note per restarci incatenati. E ci restammo molto a lungo. Poi “The great pretender”, “My prayer”, “My dream” (la mia preferita), “You’ll never never know”, “My serenade”, “Twilight time”, “Ebb tide”, “Sixteen tons”, “Where”, “Smoke gets in your eyes”. Una gioia per le orecchie. Voglio ricordare anche lo stupefacente basso Herb Reed, dalle profondità inaudite. Fu l’ultimo sopravvissuto al primo nucleo, mentre Platters fasulli si moltiplicavano in gruppi sparsi per il mondo allo scopo di sfruttare l’aureo e redditizio marchio di fabbrica. Nessun insieme vocale mai raggiunse la pulizia acustica dei Platters, quelli originari.


E già che siamo a parlare di gruppi (allora chiamati “complessi”) permettiamoci una vertiginosa escursione tra quelli che ottennero i maggiori successi, magari solo con un brano, ma da primi posti.
Partiamo da The Diamonds, spettacolari e ironici interpreti dell’inimitabile “Little darlin’”.
Continuiamo con The Fraternity Brothers, che saccheggiarono Beethoven per la loro impetuosa “Passion flower”.
Non dimentichiamo The Fendermen, responsabili dell’esilarante “Mule skinner blues” (da noi “Il blues del mandriano”). E come ignorare The Kingston Trio con la malinconica ma fortunatissima ballata “Tom Dooley”?


The Champs ci ubriacarono con “Tequila”.
The Islanders ci incantarono con “Enchanted sea”.
Santo & Johnny ci trasformarono in sonnambuli con “Sleep walk”.
The Tornados ci portarono nello spazio con “Telstar”.
Tutti pezzi strumentali di grande impatto.


The Five Blobs
si formarono in occasione della colonna sonora del film cult “The blob”, incidendo il pezzo omonimo, molto più ironico che fantascientifico.
The Trashmen divertirono il globo terracqueo col loro sbeffeggiante “Surfin’ bird”.
The Kalin Twins, gemelli precisi e precisini, ebbero molto successo con “When”. A me però piaceva di più il retro, “Three o’ clock thrills”, da tutti ignorato.
The Crests festeggiarono i sedici anni di milioni di ragazzine con “Sixteen candles”.


Maurice Williams and The Zodiacs
misero una pietra miliare nel costruendo edificio musicale lanciando “Stay”.
Dion and The Belmonts colpirono al cuore i ragazzi innamorati con “A teenager in love”.
The Tokens ci insegnarono a non destare il leone dormiente con “The lion sleeps tonight”.


E infine, per chiudere in bellezza con i gruppi, incontriamo The Everly Brothers, due fratelli il cui impasto vocale insegnò non poco ai Beatles. Loro grandi successi furono “Bye bye love”, “Wake up little Susie”, “Crying in the rain”, “Bird dog”, “Problems”, “All I have to do is dream”, “(Till) I kissed you”, “Cathy’s clown”… Uno, anzi, due splendenti diamanti a ornamento di un momento magico irripetibile.


So di non essere stato affatto esaustivo con i gruppi, come non potrò esserlo in generale. La materia è talmente vasta che un breve saggio come questo rischia di diventare un trattato, un volume, uno scaffale impossibile da erigere in questa sede. Mi rendo conto di avere ancora tanto da dire. E proverò a dirlo nel minor spazio possibile.

Raffica finale di artisti e titoli.

Pat Boone fu il lato rassicurante del rock, quello con la faccia da bravo ragazzo che rese persino la selvatica “Tutti frutti” accettabile ai benpensanti. E accarezzò i timpani dei suoi estimatori con molto redditizie interpretazioni felpate: “Love letters in the sand”, “Words”, “Bernardine”, “April love”, e la necessariamente veloce “Speedy Gonzales”.


Harry Belafonte
, figura unica nel panorama musicale, ci insegnò il Calypso con l’inimitabile “Day-O (The banana boat song)”, con “Cocoanut woman”, “Matilda”, “Angelina”, “Island in the sun”, “Jump in the line” “Man smart (woman smarter)” e la mia preferita, “Fifteen”, dal film “La fine del mondo” da lui interpretato.

Per inciso, molti dei cantanti citati in questo articolo furono anche attori, con più o meno fortuna, più o meno rilievo. Con poca fatica il cinema pescava dalla musica personaggi già baciati dal successo per consacrarli a San Felice Botteghino. L’operazione sotto l’aspetto economico si rivelò quasi sempre vincente, ma pochi furono i film di qualità in cui vennero coinvolti cantanti da classifica. Anche gli USA, insomma, avevano i loro “musicarelli”. Ma è grazie a essi (e ai vari show televisivi) se si hanno immagini di interpreti e canzoni che altrimenti sarebbero rimaste chiuse nei solchi neri del vinile, che ascoltando la musica si guardavano svolgersi ipnoticamente sotto la puntina solo potendo immaginare.


La voce incredibile di Jackie Wilson sparò nelle nostre orecchie la splendida “To be loved”, la coinvolgente e roca “Come back to me”, la stramba “Reet petite”, la lacrimevole “Lonely teardrops”, ma per apprezzarne appieno le enormi qualità vocali Jackie va assolutamente ascoltato nella virtuosistica “Danny boy”.


Frankie Avalon
sciolse i cuori con l’eterea “Venus” e la cantilenante ”Why”.
Perry Como ci fece trascorrere molti “Magic moments”.
Ben E. King cambiò il mondo con “Stand by me”.
Johnny Restivo ci toccò l’anima con “Dear someone”.


Fabian
liberò dalla gabbia la belva nascosta in noi ruggendo “Tiger”.
Earl Grant ci fece capire che l’amore può durare fino alla fine del tempo cantandoci la semplice, grande, definitiva “The end”.
Conway Twitty ci ammaliò con “It’s only make believe” e “Lonely blue boy”.
Joe Damiano innalzò al cielo la sua “Forever” e tutti la cantarono con lui.


Jack Scott
ci offrì i toni scuri della sua voce in “My true love”, “With your love” e “What in the world’s come over you”.
Ray Peterson ci raccontò la triste storia di un pilota sfortunato le cui ultime parole furono “Tell Laura I love her”.
David Seville divertì il mondo con i suoi Chipmunks e la loro “Witch Doctor”.
Robin Luke ci fece prendere una seria cotta per “Susie Darlin’”.


Con Del Shannon corremmo dietro a una bella fuggitiva: e chi di noi non aveva una perfida “Runaway” da inseguire?
Con Brian Hyland ci tuffammo alla maliziosa ricerca di una ragazza che aveva perso il bikini nell’acqua: “Itsy bitsy teenie weenie yellow polkadot bikini”.
Gene Chandler si attribuì il titolo di “Duke of Earl”.
E Gene Pitney ci condusse nella tentacolare “Town without pity”.


Bobby Darin
ci buttò tutti in piscina, e… “Splish splash”.
Brook Benton ci ricordò, non a torto, che “It’s just a matter of time”.
Una splendida melodia fu intonata da Jimmie Rodgers: “Wonderful you”. Ed era davvero meravigliosa.
Ancora una strizzatina d’occhio alle sedicenni con Johnny Burnette e la sua “You’re sixteen (you’re beautiful and you’re mine)”, senza dimenticare “Dreamin’”. Ma c’è qualcos’altro: lo sfortunato Johnny va aggiunto alla schiera degli artisti morti tragicamente di cui ci siamo già occupati: nell’agosto del 1964 la sua barca entrò in collisione con un’altra imbarcazione nel bellissimo Clear Lake, meta californiana dei pescatori sportivi. Lui fu sbalzato fuori bordo privo di sensi e finì annegato in quelle acque dello stesso colore dei suoi occhi. Aveva 30 anni. Una lugubre coincidenza: Clear Lake è anche il nome della località dello Iowa da dove Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper partirono per il loro ultimo viaggio…


Ci rituffammo nel rock più scatenato con Danny Valentino e la sua “Stampede”.
Facemmo vibrare i nostri stomaci alle note profonde della chitarra di Duane Eddy e di “Rebel rouser”.
Don Gibson ci avvicinò al country con “Oh lonesome me” e “I can’t stop lovin’ you”, che fu ripresa poi col successo che sappiamo da Ray Charles e molti altri.
Ronnie Hawkins, detto anche Mr. Dynamo, ci urlò nelle orecchie “Oh sugar”, “Forty Days”, “Mary Lou”, e con “The ballad of Caryl Chessman (Let him live, let him live, let him live)” commosse l’America, schierata contro l’esecuzione di un condannato a morte che malgrado l’accorata ballata e ogni altro tentativo finì ugualmente sulla sedia elettrica.


E alcuni grandi direttori d’orchestra si inserirono nei nostri sogni con brani accattivanti, spesso provenienti da colonne sonore, come il “Deguello” di Nelson Riddle (da cui pescò Morricone), lo scandalosamente solare “Theme from A summer place” di Percy Faith, il tiffanesco “Moon river” di Henry Mancini, a cui si deve, tra i tanti motivi celebri, anche il divertente “Baby elephant walk”, e non dimentichiamo la mambosa “Patricia” di Perez Prado, la superfischiettata “March from The River Kway – Colonel bogey” di David Terry e il neosinfonico “Dream concerto” del duo pianistico Ferrante & Teicher.


E poi…
Poi arrivò il Twist!
Quando il Rock and Roll ormai non si ballava più, e dopo le mode del Calypso e dell’Hula Hoop, che già segnalavano una voglia di novità, Chubby Checker spazzò via tutto con un primo pezzo, “The Twist”, ribadito e ampliato dal secondo, travolgente e omnifagocitante, “Let’s Twist again”. Non si zompava più con l’olio sotto le suole, si torceva il busto tenendo i piedi praticamente incollati al pavimento, stando distaccati, il che permetteva di ballare anche da soli e in piccolo spazio. Il successo fu planetario, e costituì la cerniera che cucì insieme gli anni cinquanta e i sessanta, che arrivarono insieme ai Beatles con due o tre anni di ritardo sul calendario. Un passaggio che necessitava di un ritmo. E fu il Twist.


Prima di concludere vorrei sottolineare l’apporto della linfa italiana a questo folto albero genealogico del rock. Diversi artisti di origine nostrale rientrano infatti tra gli 80 citati. Si va dalla già etichettata Connie Francis (Concetta Rosa Maria Franconero), ai fratelli Santo & Johnny Farina, da Johnny Mastrangelo, cantante solista dei Crests, al gruppo tutto italiano Dion and The Belmonts (Dion Di Mucci, Angelo D’Aleo, Carlo Mastrangelo, Fred Milano), per proseguire con Mitch e Phil Margo dei Tokens, Frankie Avalon, al secolo Francis Thomas Avallone, Perry Como, nome completo Pierino Ronald Como, Johnny Restivo, Fabian (Fabiano Anthony Forte), Joe Damiano, Bobby Darin, nato Walden Robert Cassotto, Danny Valentino, Henry Mancini (Enrico Nicola Mancini) e Arthur Ferrante del duo Ferrante & Teicher. Niente male, no?

Mille ancora potrei elencarne, di interpreti e canzoni. Ma ho voluto solo dare un’idea di come quel felice periodo di rinascita sociale fosse accompagnato, di pari passo, dalla rinascita della musica, perché la musica è davvero lo specchio dei tempi in cui viviamo. Molti pensano che tutto sia successo dai Beatles in poi, ma tutto il dopo non è stato che la conseguenza di tutto il prima, quando anche noi in Italia ci svegliammo dal torpore di “Son tutte belle le mamme del mondo” per partorire Mina, Modugno, Celentano, Gaber, De André, Paoli, Tenco e tutto il grande che sarebbe seguito, oggi purtroppo irripetibile per la disgregazione sociomusicale, la memoria corta, la dimenticanza di quel lontano seme della violenza che generò vita, speranza, amore.

 

2 commenti

  1. Ah si,eh?
    Sempre la solita storia.
    Venivate da “Vola colomba”, “Granada”, “Papaveri e papere”, “Casetta in Canadà”, “Grazie dei fior”, Nilla Pizzi, Claudio Villa, Achille Togliani, Tonina Torrielli…poi blà,blà,blà,”La ventata americana, inevitabile in quel secondo dopoguerra di rinascita, spazzò via tutto in un attimo”…
    Ma prima della “ventata”,come mai non vi eravate accorti che oltre “Vola Colomba” e “Granada”,oltre Claudio Villa e Tonina Torielli c’erano anche Fred Buscaglione e Renato Carosone?
    Come mai conoscevate solo “Papaverie papere” e non anche l’ottimo jazz all’Italiana di Jula De Palma,e le musiche di Lelio Luttazzi?
    Ascoltavate “Vecchio Scarpone” in trepidante attesa del rock liberatore e non vi accorgevate di Gorni Kramer??
    Vi annoiavate con la (peraltro eccellente) voce di Nlla Pizzi ignorando che Isa Barzizza aveva inciso degli ottimi blues?
    Ma le avete mai ascoltate le canzoni del Quartetto Cetra,che nulla avevano da invidiare agli Americani Pied Pipers,o avevate orecchie solo per Achille Togliani?
    Lo avete mai sentito Piero Morgan,al secolo Piero Piccioni,uno dei migliori musicisti jazz europei?
    Mentre trepidanti attendevate che giungesse a liberarvi Elvis Presley avete mai sentito parlare di Pino Spotti,autore di uno dei brani più belli di sempre “Le tue mani”?
    Insomma,se nella prima metà degli anni 50 per voi esistevano solo Sanremo,Giorgio Consolini e Carla Boni,è un vostro limite.
    Prima del rock and roll c’era in Italia dell’ottima musica moderna.

    • Caro amico,
      si è dimenticato di Natalino Otto. Ce lo metto io. Ma tutta questa sua difesa della cosiddetta musica italiana dell’epoca mi sembra basata su basi molto fragili. Sì, in Italia si faceva del jazz, anche buono, ma cos’era il jazz se non un retaggio di oltre oceano? Così dicasi per il blues. Mi cita personaggi già attivi nella prima metà dei ’50, ma che solo con l’arrivo del rock avvertirono il cambiamento e si adeguarono. Carosone e Buscaglione, per esempio, ebbero i loro maggiori successi e grande popolarità dopo il 1955. Il Quartetto Cetra rievocava la “Vecchia America” e cantava “Nella vecchia fattoria”, pezzo americano, prima dell’avvento del rock, ma fu dopo che ripropose queste canzoni con maggior successo, affiancandole a parodie di quelle allora in voga tipo “Un disco dei Platters” e “Pummarola boat”. Quindi non confondiamo la canzone italiana con jazz, blues e sottoprodotti nostrani della musica americana, che non riuscirono a far cambiare rotta ai nostri autori e cantanti, restando parecchio sottotono. Certo alcune belle canzoni veramente italiane c’erano state, soprattutto sul versante napoletano, e artisti ottimi erano già pronti per spiccare il volo. Ma lo fecero dopo la frustata del rock. Basterebbe un nome: Domenico Modugno. In realtà erano le colombe che volavano a saturare lo spazio auditivo dell’epoca, e fu il rock a determinare l’avvento della nuova canzone italiana, quella dei cantautori e dei grandi interpreti che, partiti dal rock, divennero Mina e Celentano, per fare due nomi. Io mi sono occupato di fenomeni di massa. E la massa, allora, era proprio come l’ho descritta: unico spartiacque il rock and roll.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*