LA CORSICA DI EDITH SOUTHWELL COLUCCI

firma di Edith Southwell

“Nacqui in una casa appollaiata sulle rocce di Corsica, fra le montagne e il mar Tirreno.” Così Edith Stelen Southwell nella prefazione ai suoi Racconti Corsi (ed. Raffaele Giusti, Livorno, 1928). Le rocce in questione sono quelle delle Ville di Pietrabugno, site appena sopra la città di Bastia, e la casa che l’accolse il 26 dicembre 1888 era quella che fu di F.D. Guerrazzi, il quale vi giunse, in esilio, nell’agosto 1853 e vi rimase fino all’ottobre 1856.
Il padre, Arthur Castell Southwell (Londra 16 agosto 1857- Balagne in Corsica 10 marzo 1910), arrivò giovanissimo in Corsica, allo scopo di comprare dei cedri, ma presto divenne un personaggio di rilievo per l’economia di Bastia e dintorni.
Il suo senso degli affari lo condusse a perlustrare tutta l’isola alla ricerca di prodotti da esportare (cedri, acqua di Orezza, acido gallico, minerali, ecc.), spesso accompagnato dalla piccola Edith nei suoi spostamenti. “Fin dalla mia prima giovinezza percorsi l’isola in tutti i sensi, imparando ad ammirare le sue bellezze ed ascoltando con infinito piacere il chiacchiericcio delle zie” (Racconti Corsi, prefazione).

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Fu in quelle occasioni che si svilupparono in lei la profonda sensibilità alle “bellezze” della Corsica e l’amore per i paesaggi incantevoli che attraversava:
“Le valli del focoso Pomonte sono racchiuse nella chiostra di altissime pareti di montagne: le punte acute e dentellate si ergono nettamente sui dorsi granitici come le ispide setole dorsali del cinghiale della macchia.” (Flusso e riflusso, in Racconti Corsi)
“I lunghi promontori neri si stendono uno dietro l’altro a fior d’acqua, come tentacoli di una immensa piovra che aspetta, facendo la sorniona per rapire la sua preda.” (Virgo-Maria, in Racconti Corsi)
Sono, questi, pochi esempi delle magnifiche descrizioni che questa grande autrice ci ha lasciato nelle sue varie opere, purtroppo non conosciute dal grande pubblico.
Oltre all’amore per la natura corsa, si sviluppò in lei la passione per le storie locali, per il “chiacchiericcio delle zie”. Erano delle storie fantastiche, sovrannaturali, ma anche delle storie d’amore, dei canti funebri, delle poesie, un universo di cultura locale che aspettava la sua piuma sensibile e matura.

Ma la sua conoscenza diretta della Corsica non si limitava ai suoi viaggi col padre, il quale, tra l’altro, fu possessore della seconda auto dell’isola: “Nel 1906 mio padre, Vice Console Britannico a Bastia, comprò una vetturetta Beeston Humber, di 10 HP di forza.” (Sulle strade Corse) A partire dal 1907, e fino al 1923, Edith divenne l’accompagnatrice dello zoologo e paleontologo svizzero Forsyth-Major.

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Prendeva appunti, fotografava, classificava reperti. Cominciava a sviluppare le competenze professionali dell’etnologa che stava diventando. La Southwell si stava impregnando dell’atmosfera del tempo, con i folkloristi e gli etnologi quali Arnold Van Gennep che volgevano, ora, lo sguardo verso le società occidentali dopo avere studiato quelle più lontane. I suoi scritti acquistarono così lo stampo della scrittrice etnologa che ha fatto, sul campo, delle ricerche sistematiche e improntate alla più grande professionalità.
Il chiacchiericcio delle zie diventava nei suoi scritti una raccolta di ninne nanne, terzine, sonetti, serenate, cuntrasti, canzoni, lamenti d’amore, brindisi, stornelli, filastroche, ballate, o di canti funebri, i voceri, come il “Voceru per a mamma”:
“… Mi perdonghinu la iente
Si io sono troppo spirtata
Ma pena dilla mamma
Un è mica una frizzata
No’ la possono mai sabè
S’un l’hanno mai provata.

La pena di li so mamme
A lingua un si può spiegà
A vedere lu vostru core
Lu si sente crepà.
Perché per chiamà la mamma
Le labbra bisogna appaghià…
(Voceru di Padua Maria in Canti popolari Corsi, ed. Raffaello Giusti, Livorno, 1933)

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Emergono da questa raccolta la ricchezza e la molteplicità dei sentimenti e delle emozioni dei contadini, ma anche la scrupolosa e realistica descrizione di un mondo fatto di povertà e di situazioni estreme.  Questo realismo pervade tutta l’opera della Southwell.
Nei racconti pubblicati a Cagliari nella rivista Mediterranea, poi raccolti e tradotti in francese dall’omonima casa editrice Méditerranéa col titolo L’Enfant ensorcelé, incentrati sulle credenze popolari e personaggi fantastici quali mazzeri, murtulaghji e streghe, sono evidenti le reali condizioni di vita di un mondo in costante lotta contro la povertà, la malattia, la morte e la storia.
L’autrice afferma di aver dato voce ai contadini e di essersi limitata all’aggiunta, qua e là, di qualche tocco personale. Citiamo dai Racconti Corsi: “Tutto quel che qui trascrivo è stato raccolto dalla bocca dei montanari stessi. Il paesano corso è un perfetto narratore, la sua memoria è ricca di canti e di leggende trasmessi verbalmente da generazioni, ripetuti all’infinito, sia nelle veglie d’inverno intorno al fugone, sia nelle lunghe giornate d’estate quando si discorre e si canticchia all’ombra.”

Riconosciamo l’appassionata di etnologia, ma basta leggere poco più in là, tuffarci nel primo racconto, Salomè, per renderci conto che non può essere stato tutto frutto del paesano corso, per quanto fosse un perfetto narratore: “E finalmente la morte venne a trovare Salomè, figlia di Erodiade. Le sue ultime parole evocarono la memoria d’un giardino incantato, fiorito ed ombroso, dove erano trascorse tante ore dolci. Essa diceva di sognare un sonno senza fine in quel luogo tanto amato, dove la natura le canterebbe eternamente un’appassionata ninna nanna.”
La raccolta contiene otto racconti: Salomè, Padua-Maria, Flusso e riflusso, Dolisio, Virgo-Maria, La scala di Santa Regina, Le origini della guerra e Catalì. Vanno dal racconto leggendario (Salomé, La Scala di Santa Regina) alla storia d’amore (Padua-Maria, Catalì), passando per il fantastico e la riflessione personale.

Edith Southwell era sposata con il celebre pittore e incisore napoletano Guido Colucci (Napoli 2 settembre 1877 – Roma 28 settembre 1949) che, a quanto pare, traduceva in italiano gli scritti della moglie dall’inglese e curava le sue pubblicazioni.
I coniugi Colucci si stabilirono a Firenze e a Roma e trascorrevano il periodo estivo a Bastia. Quest’andirivieni nell’isola fu probabilmente all’origine dei sospetti del regime fascista, che aveva sulla Corsica delle mire espansionistiche. Furono d’altra parte sospettati di irredentismo, e cioè di parteggiare per l’annessione della Corsica all’Italia. Ma in tutta la produzione della Southwell niente di questo traspare. L’amore che provava per la Corsica esplode in tutta la sua sincerità in ogni riga, in ogni sua sillaba.

Edith morì a Roma il 28 maggio 1936, Guido il 28 settembre 1949. Entrambi sono sepolti nel cimitero romano degli acattolici.
Non abbiamo foto della scrittrice, o perlomeno foto che possiamo liberamente pubblicare in questo articolo. Vi indirizzo quindi all’Archivio Guido Colucci che, per fortuna, possiamo trovare in rete.

Edith sulla neve
Il padre Arthur Castell Southwell:
Foto di famiglia nella villa Bellacanzone
Documenti sui coniugi Colucci

1 commento

  1. […] Il “Vir Nemoris” sarebbe stato destinato all’oblio se Salvatore Viale non lo avesse ritrovato e spedito a Niccolò Tommaseo, che lo definì “uno dei carmi latini più notabili che abbian le lettere del secolo argenteo della lingua romana insino a questo, che è all’Italia di non so quanti metalli”. Il Tommaseo inserì il poema nelle sue Lettere a Pasquale de Paoli (da pag. 280). Vi fu una traduzione italiana a cura di Mario Roselli-Cecconi nel 1931. Nella seconda edizione, riveduta, accresciuta e illustrata, fu aggiunto un titolo: “Una settimana a Guagno. Sulle orme del Circinello”. Di chi poteva essere? Sì, di Edith Southwell. […]

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