LA COMPAGNIA DELLA FORCA DI MAGNUS E I PICARI

LA COMPAGNIA DELLA FORCA DI MAGNUS E I PICARI

Dopo le storie drammatiche e iperviolente de Lo Sconosciuto, dal 1977 al 1979 Magnus compie una svolta grafica e narrativa in una serie umoristica e fantasy: La Compagnia della Forca.
19 albi tascabili pubblicati dall’editore Renzo Barbieri, il quale forse ambirebbe a una serie in stile Alan Ford, ma Magnus, con Giovanni Romanini cone assistente, ha in mente ben altro.

“Protagonista della serie è una compagnia di ventura composta da personaggi di varia estrazione e intenti, che affrontano nemici in una sequenza di avventure corali senza protagonista fisso. A seguito dello scioglimento della compagnia, verranno narrate anche le vicende dei singoli personaggi in giro per il mondo. A capo della compagnia sta sir Percy di Montblanc, un giovane e imbranato cavaliere della casata dei Montblanc, il quale raramente esce vincitore nei vari scontri con gli avversari. Spesso finisce in prigione o schiavizzato su qualche galea per poi tornare libero e riunirsi agli altri membri della compagnia per lo scontro finale con le forze del male”Wikipedia.

Ne La Compagnia della Forca ci sono numerosi debiti nei confronti della letteratura picaresca, rivisitata da Magnus in modo personalissimo.

LA COMPAGNIA DELLA FORCA DI MAGNUS E I PICARI

 

Il primo picaro

Si fissa convenzionalmente la nascita del romanzo picaresco al 1554, con la pubblicazione del romanzo Lazarillo de Tormes, scritto da un anonimo spagnolo.
Il termine picaresco deriva dallo spagnolo picaro, con cui nella Spagna del Cinquecento e del Seicento vengono indicati i giovani furfanti, poveracci che cercano di sopravvivere alla miseria sfruttando mezzucci. Il picaro si contrappone all’hidalgo, il nobile.

Nel Lazarillo, romanzo scritto in forma autobiografica, il protagonista è un vagabondo che si procura da vivere con mille espedienti. Sempre in viaggio, affamato e mal vestito presta i suoi servigi a un mendicante cieco, a un prete, a un pittore da strada, a un frate… A chiunque in grado di dargli qualche soldo, senza formalizzarsi se deve infrangere la legge per sopravvivere. Impara dalla strada, i suoi maestri sono i miserabili e i mendicanti come lui.

Lazarillo è un personaggio frutto dell’osservazione della realtà. Il romanzo apre la strada a un genere, ma i personaggi successivi man mano diventano figure sempre più metaforiche, di fantasia. Mentre il Lazzarillo rappresenta la denuncia di una società impietosa, le opere successive rendono la denuncia più blanda, fino diventare quasi inesistente.
Anche il tono della narrazione si fa sempre più semiserio, mescolando i generi della tragedia e della commedia. Fino a trasformarsi in altro.

 

Contro i mulini a vento

Don Chisciotte della Mancia, l’opera di Miguel de Cervantes pubblicata nel 1605, fonde il romanzo picaresco con la letteratura cavalleresca. Cervantes porta in scena avventure tragicomiche in cui la realtà si mescola alla fantasia.

LA COMPAGNIA DELLA FORCA DI MAGNUS E I PICARI

Il protagonista, dopo aver letto le gesta dei cavalieri medievali, si convince di essere un cavaliere errante e comincia a vagare per la Spagna in cerca di avventure.
Purtroppo per lui la Spagna del Seicento è ormai uno grande Stato nazionale, dove le opportunità di dimostrare il proprio valore cavalleresco sono scarse.

Così la fantasia di Don Chisciotte trasforma i mulini a vento in giganti, i burattini in demoni, le greggi di pecore in agguerriti eserciti di arabi.
Il suo scudiero, un contadino assunto per ricoprire tale ruolo, inizialmente prova a dissuadere il padrone dal cacciarsi nei guai, cercando di mostragli la realtà, ma un po’ alla volta sembra trascinato anche lui in quel mondo fantastico.
L’opera di Cervantes ha un successo clamoroso, che si protrae fino ai giorni nostri, dando vita a imitazioni ed epigoni.

Vale la pena citare Storie dell’anno mille di Luigi Malerba, pubblicato nel 1970. Ne è protagonista Millemosche, cavaliere senza cavalcatura che viaggia “alla ventura” in un medioevo tragicomico insieme ai buffi Pannocchia e Carestia.
I tre sono impegnati nell’uscire dai guai nei quali si ficcano e, soprattutto, nel placare la fame, presenza costante nelle storie, un po’ come lo è stata nelle disavventure del Lazarillo.

 

Cavalieri per ridere (o piangere)

Il medioevo grottesco, i cavalieri tragicomici, la lotta alla fame, gli armamenti scalcinati, le armature rappezzate trovano spazio anche al cinema. Non solo in adattamenti dei romanzi, ma anche in pellicole che sanno fare tesoro delle trovate e delle suggestioni letterarie.

Più volte citato come fonte di ispirazione per La Compagnia della Forca è L’armata Brancaleone. Questo film del 1966 diretto da Mario Monicelli, con il personaggio principale interpretato da Vittorio Gassman, racconta di una scalcinata compagnia di ventura guidata da Brancaleone da Norcia che decide di partire per le Crociate.

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Composto da miserabili e straccioni che parlano un idioma maccheronico mescolato con latino, italiano e dialetti vari, il gruppo ha varie vicissitudini che gli impediscono di raggiungere il Santo Sepolcro, ma gli consentono di incontrare altri individui altrettanto grotteschi.
Nel 1970 arriva il sequel intitolato Brancaleone alle Crociate, sempre diretto da Mario Monicelli e con Gassman quale condottiero.

Del 1971 è lo sceneggiato Storie dell’anno Mille, versione televisiva del citato libro di Malerba. Sei puntate nelle quali il principale nemico dei protagonisti resta la fame. Rimontato, lo sceneggiato viene proposto anche sotto forma di film, ma è ben lontano dall’impatto visivo e dalle trovate umoristiche di Brancaleone.

 

All’armi siam fumetti!

La Compagnia della Forca non è certo l’unico fumetto che mescola i picari con il fantastico, l’avventura con la satira, la storia col fantasy. Prima di Magnus, altri hanno affrontato il periglioso cammino del medioevo umoristico.

I Puffi nascono sulle pagine di un altro fumetto, Johan et Pirlouit (in Italia John e Solfamì o Rolando e Pirulì) di Peyo, pubblicato in Francia dal 1952. La serie racconta le buffe avventure del cavaliere John accompagnato dallo stravagante scudiero Solfamì, che cavalca una capra e strimpella su un mandolino a tre corde più alto di lui. Peccato sia completamente stonato.
In questa serie l’attrito sociale è ignorato a favore di avventure semplici e divertenti, dopotutto si tratta di una serie per ragazzini.

Molto divertente è il medioevo delle Mattaglie, dettagliatissime illustrazioni che l’italiano Luciano Bottaro realizza a partire dal 1967. Gigantesche vignette in cui decine di buffi soldati medievali si affrontano in complesse schermaglie stemperate dalla battuta di turno. Il caos d’insieme e la violenza dello scontro vengono smussati dal tratto tondeggiante, dai buffi nasoni, dalle gag fulminanti.

Lo stesso Magnus non è nuovo all’umorismo medievaleggiante. Nel 1968, su testi di Max Bunker, realizza Maxmagnus. Si tratta di doppie tavole autoconclusive in cui si evidenzia una forte vena grottesca che precede quella di Alan Ford, fatta di governanti avidi e privi di scrupoli e di sudditi straccioni succubi del potere. Hidalgo e picari, portati ai massimi livelli.
Lo scontro, però, non avviene a colpi di spade e lance, ma di tasse e balzelli, al punto che un personaggio esclama “ci sono più tasse che giorni dell’anno”.


Con Le strane historie di Bellocchio e Leccamuffo, pubblicate nel 1970 da Il Giornalino, su testi di Corrado Blasetti e disegni di Giovanni Sforza Boselli, ci si trova a cavallo tra alto e basso medioevo (come spiegato all’apertura di ogni episodio).
I personaggi sono due picari che cercano di sopravvivere tra soldati e prepotenti. Loro principale preoccupazione è riempire la pancia, poiché la fame resta una delle principali problematiche di questo genere narrativo.

 

Infine, la Compagnia della Forca…

Non sappiamo quanto le opere citate abbiano effettivamente influenzato Magnus, ma sicuramente buona parte del loro immaginario, fatto di personaggi stravaganti, differenze sociali, necessità di mettere insieme il pranzo con la cena, combattimenti tra cavalieri, si trovano nella testa dell’autore quando comincia a stendere gli appunti sulla serie.

Diversamente da Maxmagnus, dove abbondano i neri e le atmosfere sono spiccatamente ciniche, per La Compagnia della Forca è necessario un bianco e nero più pulito, più solare ed elegante. Si tratta di un’opera incentrata su un gruppo, e in questo senso vicina ad Alan Ford.

Nelle avventure di questi improbabili mercenari riecheggiano, seppur in lontananza, anche la purezza delle compagnie eroiche della fantasy tolkeniana, la quest della letteratura di genere, l’eroismo dei poemi cavallereschi.
Nel suo essere contenuto di infiniti spunti provenienti da ogni dove, La Compagnia della Forca trova la sua originalità, fumetto popolare eppure ricercato sotto il segno di Magnus.

 

 

1 commento

  1. Ripensadoci a freddo, a distanza di anni, mi viene da pensare che anche se la testata poteva essere pensata come adatta ad un pubblico di ragazzini che leggevano sia Asterix che Topolino, però Magnus non riusciva a starci dentro. Un po’ come lo Sconosciuto che poteva essere un fumetto alla Frank Cappa o alla Corto maltese (viaggiattori, in ambientazioni realistiche di guerra o comunque violente) e poi invece aveva dettagli erotici degni di un film vietato ai minori di 18, così la Compagnia della forca ha dei momenti che non troveresti mai in un Asterix. Per esempio : Bertrando e Lattemiele in competizione sulle conquiste femminili che litigano su “quante te ne sei fatte”, ” io me ne sono fatte di più” oppure un gendarme a cui viene mozzato il naso (Magnus la butta a ridere ma un bambino si spaventa), oppure una tetta di Annalisa che sbuca (in Asterix mai) oppure ancora il rappresentante dell’imperatore devastato dalla Lebbra (una fissa di Magnus che mise anche in Necron). Insomma il target del progetto sembra rivolto ad un età inferiore a quello di Alan Ford, letto anche da adolescenti e postadolescenti, mentre ci sono dettagli adulti che su Alan ford non sarebbero passati.

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