LA COLPA È DELLA FETTA DI PROSCIUTTO

LA COLPA È DELLA FETTA DI PROSCIUTTO

È sempre difficile identificare le cause da cui derivano gli eventi. Crisi del determinismo? No, o almeno non del tutto. Forse crisi del senso della realtà, del buon senso.

Molti anni fa ritornavo da un viaggio e mi trovavo alla stazione Termini di Roma, per un lungo intervallo di tempo fra l’arrivo del treno che mi aveva lì condotto e l’altro che avrebbe dovuto riportarmi in Sicilia.
Stanchezza, noia e quel senso di estraniamento tipico del viaggiatore, che attende catalettico l’incerta transizione dall’immobilismo vociante di una stazione alla lentezza sferragliante di un treno, mi accompagnavano.

Un ragazzo si avvicinò e mi chiese se anche io dovessi andare in Sicilia. Iniziammo a parlare per ingannare il tempo. Poi finalmente salimmo sul lungo treno. A quei tempi c’erano ancora i posti a sedere sui treni notturni. Trovammo uno scompartimento vuoto! Una grande fortuna, avremmo potuto dormire distesi sui sedili. Sistemammo i bagagli e ci sedemmo. Il mio occasionale compagno di viaggio aprì una borsa termica e iniziò, guardandomi sornione, a imbandire sul sedile libero un vero buffet da cerimonia: parmigiana di melanzane, sformato di anidduzzi, cotolette, caponata, frittata di patate, prosciutto crudo affettato e cassata di ricotta. Il tutto in quantità tale da sfamare almeno quattro persone. Opera, mi disse, delle sue zie schette che lo avevano ospitato nella capitale. Non mancavano ovviamente la classica vastedda di pane, due bottiglie di birra da ¾ di litro e un termos di caffè.

«Forza, mangiamo!» mi disse. Gli spiegai che durante i viaggi mangiavo soltanto qualche biscotto. Tirai fuori una confezione di strudel all’arancia (purtroppo non li producono più) e lo ringraziai. Scrollò le spalle, come a compatirmi, e iniziò a mangiare. Raramente ho visto in vita mia un uomo mangiare tanto e con tanto gusto. Non rimase nulla. Visibilmente soddisfatto, mi diede la buona notte e si allungò sul sedile. Feci lo stesso.

Dopo circa un’ora, probabilmente avevo appena preso sonno, sentii che si agitava. Ebbi un presentimento e spostai velocemente il mio giubbotto e le scarpe che avevo lasciato nel passaggio fra i due divani. Appena in tempo prima di una esplosione di vomito che raggiunse anche la retina portabagagli sopra al suo sedile. Poi il ragazzo giacque inerte, incosciente.

Superato un primo istante di smarrimento, e in una situazione nella quale non esisteva un centimetro di linoleum pulito sul quale camminare, andai subito a chiamare aiuto. Nell’attesa dell’arrivo del capotreno che avevo avvisato, l’intero vagone si mobilitò per soccorrere il mio occasionale compagno di viaggio. Vennero somministrati intrugli di ogni sorta e farmaci da banco di ogni genere. Nulla. Respirava, era vivo, ma non riprendeva i sensi. Finalmente arrivò il capotreno e, dietro di lui, un uomo che mi chiese se viaggiavo insieme allo sventurato. Risposi di sì, ma che lo avevo conosciuto alla stazione. L’uomo tirò fuori dalla tasca un tesserino. Era un ispettore di polizia e mi chiese: «Il tuo amico fa uso di sostanze stupefacenti?». Risposi ancora una volta che non lo conoscevo e che probabilmente aveva esagerato con la cena. «Ma che tipo di droga ha utilizzato?» chiese ancora l’ispettore. Stavo per ripetere che non lo conoscevo e che non avevo visto nulla di sospetto quando, come Lazzaro, il povero intossicato si alzò a sedere e gridò “u prosciuttu fu, fu u minchia du prosciuttu”.

Eziologia, scienza delle cause! Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York si scatena un temporale. E così una fetta di prosciutto leggera e sottile come le ali di una farfalla scatena un geyser di vomito in un treno. Così, nel delirio dell’intossicazione alimentare, il mio occasionale compagno di viaggio attribuiva la sua sfortunata condizione non già alla colossale crapula di parmigiana, caponata, pasta al forno e cassata che avrebbero potuto sfamare una famiglia ma… a una sottile, quasi trasparente, fettina di prosciutto!

Strana eziologia! La si potrebbe definire eziologia della fetta di prosciutto e, a ben vedere, la si potrebbe riscontrare ogni giorno e più volte al giorno nei discorsi della gente comune e purtroppo anche dei “soggetti qualificati”.

Eziologia della fetta di prosciutto quella che attribuisce la crisi della famiglia al fatto che esistono (da sempre) gli omosessuali, o il terrorismo al fatto che Maometto “rivelò” il Corano, o la disoccupazione e le pensioni basse all’arrivo di poveri disgraziati sui barconi.

È sempre colpa di una “minchia di fetta di prosciutto”, mai della grande abbuffata di parmigiana di melanzane, sformato di anidduzzi, cotolette, caponata, frittata di patate e cassata di ricotta. Una fetta di prosciutto è, sempre, al principio di tutto!

Scusatemi, ho un po’ di nausea. Ma non è stato il prosciutto! Prenderò comunque una tazza di acqua e alloro.

1 commento

  1. Bellissimo racconto e acuta riflessione sulla crisi dei determinismi che rompono sempre un po’ i coglioni. Il caos è una forma di ordine non compreso attraversata da fette di prosciutto letali.

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