QUANDO I ROMANI INVENTARONO LA CENSURA

QUANDO I ROMANI INVENTARONO LA CENSURA

La censura, cioè il controllo e la repressione di ciò che gli uomini pensano, fanno ed esprimono per iscritto o con disegni, pitture e poesia, è vecchia come il mondo. Ma l’istituzione della censura come magistratura ci arriva dai romani che hanno anche inventato la parola. Anche cesoia deriva da censura perché il censore tagliava le frange troppo lussuose degli abiti e gli ornamenti disdicevoli rispetto a quell’ideale di sobrietà che i romani consideravano giusto per se stessi.

La parola censura deriva infatti dal latino censeo che significa valuto, stimo. Era così detto l’ufficio del censore, nell’antica Roma, e anche l’esame che il censore, che era il magistrato incaricato, aveva diritto di fare sulla condotta dei cittadini per infliggere biasimo a quelli di sregolato costume.

La magistratura del censore fu istituita nel 443 avanti Cristo sulla base di una proposta presentata al senato, per ovviare al problema sempre più pressante del ritardo con cui venivano tenuti i censimenti, fino ad allora di responsabilità dei consoli.

«La censura si era resa necessaria non solo perché non si poteva più rimandare il censimento che da anni non veniva più fatto, ma anche perché i consoli, incalzati dall’incombere di tante guerre, non avevano il tempo di dedicarsi a questo ufficio. Fu presentata in senato una proposta: l’operazione, laboriosa e poco pertinente ai consoli, richiedeva una magistratura apposita, alla quale affidare i compiti di cancelleria e la custodia dei registri e che doveva stabilire le modalità del censimento» (Tito Livio, Ab urbe condita, IV, 8).

Scopo del censimento era di stabilire il censo dei cittadini e, di conseguenza, quanto dovessero pagare di tasse.

Primi a ricoprire la carica, ad appannaggio dei patrizi (gli aristocratici), furono i consoli (la coppia dei capi di Stato eletta ogni anno) del 444 a.C.: Lucio Papirio Mugillano e Lucio Sempronio Atratino.

La carica
In origine poteva essere ricoperta solo dai patrizi, ma dal 339 a.C. le Leges Publiliae stabilirono che uno dei censori dovesse essere di estrazione plebea. A contraddistinguere l’avvenuto censimento era una cerimonia di purificazione della città, la cosiddetta lustratio che si faceva usando un ramo di alloro bagnato di acqua (il termine lustrum, da allora, designa un periodo di cinque anni, ovvero il lasso di tempo che intercorreva tra un’elezione e la successiva). I censori erano una delle più alte magistrature della Roma antica assieme ai consoli, ai pretori, agli edili e ai tribuni della plebe.

Erano sempre in numero di due ma, pur avendo funzioni importanti, erano privi di imperium cioè non potevano obbligare all’obbedienza con la forza. All’inizio la durata in carica era di cinque anni, ma già dal 433 a.C., su proposta di Mamerco Emilio Mamercino alla sua seconda dittatura, il periodo fu diminuito in modo da non superare i 18 mesi. L’elezione rimase comunque a cadenza quinquennale. I censori si occupavano principalmente del censimento della popolazione, della cura morum (cioè della sorveglianza sui comportamenti individuali e collettivi) e della lectio senatus. Con il declino e la caduta della Repubblica romana la carica, prima cadde in disuso e poi venne assunta direttamente dagli imperatori, grazie ad Augusto che la ripristinò.

Con la nota censoria si punivano infrazioni nell’ambito della disciplina militare, gli abusi dei magistrati nei loro ruoli, gli eccessi nel lusso, ecc. La nota censoria causava una riprovazione morale che comportava ignominia. Coloro che erano colpiti da tale provvedimento venivano espulsi dall’ordine dei senatori e dei cavalieri e venivano posti in una classe inferiore dell’ordinamento centuriato, e potevano anche essere privati dei diritti politici, cioè di voto e di eleggibilità (ius suffragii et honorum).

La “lectio senatus”
Questo compito, divenuto prerogativa dei censori a seguito del plebiscitum Ovinium, era particolarmente importante nella fase repubblicana perché, in pratica, permetteva al censore di decretare i candidati alla carica senatoriale e di eliminarne altri. Spesso il censore faceva un uso politico di tale prerogativa, respingendo per indegnità avversari politici. L’importanza della “lectio senatus” è infatti chiara nell’età augustea, quando il giovane princeps Ottaviano ricoprirà personalmente la carica, al fine di controllare il senato con i propri sostenitori. Candidare i propri amici ed eliminare i propri nemici con l’uso strumentale della censura sui costumi ha solide radici in epoca romana.

Catone il censore

Catone il censore

Il più famoso tra i censori fu Marco Porcio Catone il vecchio, che proprio dalla carica prese il soprannome di Censore. Egli condusse una lotta serrata, a base di leggi, contro il lusso eccessivo, contro l’uso di abiti costosi, contro il possesso di troppo denaro da parte delle donne, contro l’acquisto di giovani schiavi come concubini o favoriti domestici. Stabilì il numero massimo degli ospiti ai ricevimenti, si scagliò ripetutamente contro l’ellenismo e i filosofi greci chiedendone l’espulsione in quanto colpevoli di aver corrotto o di tentare di corrompere i severi costumi italici. Era di una antica famiglia plebea di Tusculum, di solide origini latine, avviato all’agricoltura che esercitò per tutta la vita negli intervalli che gli lasciavano la vita militare e la magistratura. È interessante e significativo che non sia mai stato criticato dai suoi contemporanei i quali, nonostante la sua inflessibilità, sembravano essere d’accordo con lui su quelle che dovessero essere le virtù romane da preservare.

 

Nello sforzo di dare solidità e durata allo Stato che aveva ereditato dal padre adottivo Giulio Cesare, il suo successore Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, dai posteri conosciuto come Ottaviano e poi nominato Augusto, ritenne che fosse necessario far rivivere i tanto lodati antichi e sobrii costumi. Così, dopo aver saldamente conquistato l’Impero, con una lotta fratricida ingaggiata contro gli altri pretendenti, e averlo ingrandito e reso solido con vittoriose campagne militari,  nel 28 a.C. si fece attribuire la carica di censore. Servendosi delle sue prerogative diminuì il numero dei senatori facendo eleggere uomini politici a lui favorevoli che non provenivano solo dalle fila degli aristocratici ma anche dalla classe agiata. A quel punto promulgò tutta una serie di leggi, che furono approvate dal senato, per organizzare al meglio lo stato e l’esazione delle imposte, affinché le truppe fossero ben addestrate, capillarmente distribuite e curate.

Augustus von Prima Porta (20-17 v. Chr.), aus der Villa Livia in Prima Porta, 1863

L’imperatore Augusto

Augusto si prefiggeva di far durare a lungo l’Impero anche dopo la sua morte e riteneva fosse importante formare una solida classe dirigente che potesse affiancare il princeps anche dopo la sua scomparsa. Nelle istruzioni date a Tiberio, cui il suo successore si attenne, gli consigliò di mantenere la pace ai confini: ormai l’Impero romano era così vasto che sarebbe stato impossibile mantenere la spinta propulsiva del periodo espansionistico, senza andare incontro alla catastrofe.
Occorrevano uomini padroni di se stessi, che non si facessero dominare dall’istinto, dalla passione, dai sensi, buoni padri di famiglia, morigerati, pronti ad assumersi la responsabilità dello stato.

A tale scopo promulgò:

1) Lex Iulia de maritandis ordinibus (18 a.C.), contro il matrimonio fra persone di classi diverse per garantire e rafforzare la purezza della razza. L’applicazione della legge fu molto avversata perché l’Impero era, da parecchio tempo, multietnico e per certi aspetti interclassista, tanto che Augusto dovette attenuarne l’applicazione.

2) Lex Iulia de adulteriis coercendis (17 a.C.) comminava l’esilio e, nei casi più gravi, la pena di morte a chi si macchiava di adulterio, di incesto, di lenocinio, di stupro. Lo stesso Augusto dovette applicare tale legge contro sua figlia Giulia, colpevole non solo di condotta sessualmente promiscua ma di aver attentato alla sua vita; la mandò in un esilio durissimo nell’isola di Ventotene da cui neanche  Tiberio volle liberarla dopo la morte del padre.

3) Lex Papia Poppaea (7 a.C.) che penalizzava pesantemente i celibi in ambito del diritto successorio,in modo da incoraggiare il matrimonio e la natalità, .

Augusto era convinto che nella sua opera moralizzatrice fosse molto importante l’azione di propaganda dei letterati e degli artisti. A tale scopo, affiancato da Mecenate, creò un circolo letterario e culturale il cui compito era quello di glorificare Roma, divinizzare la sua stirpe e creare le solide basi del mito che è  stato ripreso nella storia da tanti altri popoli ed organizzazioni, da Mussolini ai capi mafia.

Virgilio lo affiancò con grande entusiasmo e straordinaria ispirazione. Altri non si adeguarono, dal grande poeta Gallo a Ovidio il quale, per un” liber” e un “error”, come confessò lui stesso nelle suppliche che inviava da Tomi sul Mar Nero dove era stato mandato in esilio, dovette abbandonare precipitosamente la sua città e il suo stile di vita perché Augusto Censore esercitava l’imperium e poteva comminare pene e farle eseguire a differenza dei suoi predecessori.

Bibliografia
Svetonio, Augustus.
Tito Livio, Ab Urbe Condita.
Giovanni Ramilli, Istituzioni Pubbliche dei Romani (Padova, Antoniana; 1971).

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