KA-TZETNIK, IL SESSO DELL’OLOCAUSTO

KA-TZETNIK, IL SESSO DELL’OLOCAUSTO

Un sopravvissuto di Auschwitz noto come Ka-Tzetnik 135633 tra il 1949 e il 1975 ha scritto una serie di romanzi definiti pornografici da molti critici. Da altri, invece, sono stati letti in un modo diverso.

Praticamente ogni israeliano conosce Ka-Tzetnik, o più precisamente Ka-Tzetnik 135633. Nato in Polonia come Yehiel Feiner, si trasferì in Israele dopo la Seconda guerra mondiale e iniziò a scrivere in ebraico. Sarebbe diventato Yehiel Dinur, cambiando nome come capitava spesso ai nuovi cittadini di Israele. Ma questi nomi erano meno importanti del numero tatuato sul suo braccio ad Auschwitz, e così non li volle sui suoi libri.

Sulle copertine l’autore era Ka-Tzetnik 135633, prigioniero ad Auschwitz dal 1943 al 1944. Una volta liberato, in due settimane e mezzo su un letto d’ospedale dell’esercito britannico in Italia aveva scritto il primissimo romanzo-diario sulla Shoah.

KZ (pronunciato “Ka-Tzet”) è l’acronimo tedesco per Konzentrationslager (campo di concentramento). Nel gergo del campo, un Ka-Tzetnik è un prigioniero. Negli anni successivi, Ka-Tzetnik affermò di essere il vero rappresentante dei campi: l’archetipo del Muselmann, il morto che cammina.

A Ka-Tzetnik mancava del tutto il tono profondo di un Primo Levi o la sincera intensità spirituale di Elie Wiesel. Era uno scrittore primitivo.
Il primo libro di Ka-Tzetnik, “Salamandra”, quello scritto nell’ospedale britannico, esce nel 1946. Si tratta di una serie di memorie che sconvolgono il lettore con situazione grottesche di tortura, sessualità perversa e cannibalismo.

KA-TZETNIK, IL SESSO DELL'OLOCAUSTO

 

Il suo secondo libro, “La casa delle bambole” (pubblicato in Israele nel 1953) fu un enorme successo tradotto in una dozzina di lingue. Si tratta di un libro labirintico e confuso. La parte più interessante è nelle ultime cinquanta pagine, dove la sorella del protagonista, Danielle, diventa una prostituta in un campo di lavoro femminile. La ragazza è costretta a offrire il proprio corpo ai soldati tedeschi nella sezione del campo chiamata “Joy Division” (nome a cui si ispira Ian Curtis, il leader, poi suicida, dell’omonima band britannica).

Alle ragazze selezionate per la Joy Division vengono tatuate tra i seni le parole Feld-Hure, puttana militare. Il tatuaggio veniva fatto davvero, anche se il bordello di Auschwitz era frequentato solo dai kapò (prigionieri messi dai tedeschi a capo dei campi di lavoro) e da altri prigionieri come premio di produzione, non certo dai membri delle SS come si dice nel romanzo (anche perché le leggi naziste vietavano assolutamente i rapporti sessuali tra ebree ed “ariani”).
Nel romanzo le ragazze subiscono soprusi soprattutto della brutale Elsa, una lesbica che le costringe a spogliarsi nude, per poi legarle e frustarle.

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“La casa delle bambole”, tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio negli anni sessanta, ha ispirato la serie Stalag, romanzi tascabili apertamente pornografici ambientati nei campi di sterminio, molto venduti tra i giovani israeliani prima che venissero vietati (verranno trattati in un futuro articolo di Giornale POP).

Ka-Tzetnik è stato accusato di aver trasformato la Shoah in uno spettacolo di dubbio gusto, di aver sfruttato l’orrore dello sterminio per scopi pornografici. Ma Ka-Tzetnik non è un semplice pornografo.
La sua forza di scrittore e testimone si mostra forse al meglio nel citato suo primo romanzo, “Salamandra”.
Secondo le leggende la salamandra può vivere nel fuoco e anche Ka-Tzetnik è sopravvissuto alle fiamme della Shoah.

“Salamandra” è pieno di situazioni con ebrei che tradiscono altri ebrei. Un gruppo di ebrei nascosti in campagna strangola un bambino temendo che il suo pianto riveli il loro nascondiglio alla Gestapo. Un altro ebreo offre alle SS la moglie e la nipotina neonata.

Gli Judenräte, i consigli comunali ebraici di Varsavia istituiti dai nazisti prima della distruzione del ghetto, erano composti da profittatori arroganti che si gloriano del proprio potere di vita e di morte sugli stessi compagni ebrei. Alla fine della rivolta ebraica nella capitale polacca, nel romanzo una madre sgozza il suo bambino prima di tagliarsi i polsi, in modo che possano morire insieme.
Nel 1953 lo stato di Israele ha istituito lo Yom Ha Shoah, la Giornata del ricordo dell’Olocausto, 10 anni dopo la rivolta del ghetto di Varsavia.

Insieme a episodi di violenza estrema, in Salamandra ci sono anche raffinatezze stilistiche. Parlando della vita nel ghetto di Cracovia (chiamato Metropoli nel romanzo), Ka-Tzetnik scrive: “I giorni e le notti trascorrevano in questo modo: le lacrime non avevano più il sapore delle lacrime, né toccavano o agitavano l’anima. Scorrevano semplicemente, per essere inghiottite come il tè”.

Quando Harry Preleshnik, l’eroe del romanzo, viene fatto salire sul camion che porta ai crematori, Ka-Tzetnik descrive “una nebulosa geometria, blocco dopo blocco, che svanisce in un orizzonte invisibile. Ora il furgone si allontana verso la fine della piazza, poi svolta verso il crematorio. C’era qualcosa a cui doveva pensare, ma non c’era tempo per capire cosa, non c’era tempo, a un minuto dal forno. Spinto nel forno, sarebbe finita, con tutte quelle cose cui doveva pensare e nessuna mente con cui pensare”.

Ka-Tzetnik cattura con inquietante distacco lo stato mentale di un uomo a cui mancano solo pochi istanti prima della morte. Harry ha tante cose a cui pensare, ma “nessuna mente con cui pensare”.

KA-TZETNIK, IL SESSO DELL'OLOCAUSTO

 

Si sa poco della vita di Ka-Tzetnik / Yehiel Dinur.
È nato a Sosnowiec, in Polonia, nel 1909. Cresciuto a Lublino, è attivo nei circoli sionisti che propugnano il ritorno degli ebrei a Israele per sfuggire alle persecuzioni ricorrenti. Nel 1931 pubblica un libro di poesie in yiddish, il dialetto tedesco parlato dagli ebrei dell’Europa orientale. Quando nel 1993 Ka-Tzetnik scopre che una copia del suo libro di poesie si trova nella Biblioteca Nazionale di Israele, la ruba, la brucia e rimanda i resti carbonizzati alla biblioteca.

Lo scrittore aveva una sorella gemella, chiamata Danielle ne “La casa delle bambole”, e un fratello minore, che chiama Moni nel romanzo “Lo chiamavano Piepel”, il suo terzo romanzo.

Gran parte del lavoro di Ka-Tzetnik è sospeso sul confine tra la fantasia e gli eventi reali. In “Lo chiamavano Piepel” presenta una scena horror di un ex Piepel (giovani schiavi sessuali dei kapò) che viene arrostito e mangiato da prigionieri affamati. Probabilmente la scena rappresenta un sogno piuttosto che la realtà. Ma Ka-Tzetnik è uno scrittore sconcertante e il suo lavoro manca del tutto del “decoro” che ci si aspetta dai libri sull’Olocausto.

In “Salamandra”, Harry, il protagonista del romanzo, viene selezionato per finire nelle camere a gas, ma sopravvive nascondendosi in un bidone del carbone sul retro del furgone che trasporta i prigionieri condannati.
Ka-Tzetnik aveva rivissuto questo terribile ricordo durante il “trattamento terapeutico” con l’Lsd che gli somministrava uno psichiatra olandese alternativo negli anni settanta.

Altrove, Ka-Tzetnik afferma che sebbene fosse uno scheletro ambulante ad Auschwitz, un vero Muselmann, il dottor Josef Mengele in persona, il famigerato medico della morte, lo risparmiò durante una selezione.

 

Cosa fa Ka-Tzetnik nei suoi romanzi? Alimenta semplicemente un desiderio voyeuristico di rivedere le atrocità e persino di fantasticare su di esse? Vuole guardare delle immagini sanguinose e brutali, piuttosto che cercare una spiegazione per la Shoah, alla maniera del nostro Primo Levi? Eppure nella sua opera si scorge qualcosa di più profondo: il potente impulso di dire la verità, di trascinarci nell’orrore spogliandoci dalle difese fornite al lettore dalle rievocazioni più rispettose e reticenti della Shoah?

Ka-Tzetnik è kitsch: è un clown, volgare, incapace di trasmettere la tragedia inimmaginabile dell’Olocausto. Ka-Tzetnik scende nel kitsch e si diverte anche con esso. Ma anche lo scrittore Elie Wiesel lo è, sia pure nel tipo esistenzialista francese pieno di sentimento. Del violinista morente Juliek, Wiesel scrive in maniera barocca: “Era come se l’anima di Juliek fosse diventata il suo arco. Stava suonando la sua vita. Tutto il suo essere stava scivolando sulle corde. Le sue speranze insoddisfatte. Il suo passato carbonizzato, il suo futuro estinto. Suonava quello che non avrebbe mai più suonato”.

Ka-Tzetnik ci offre testimonianze che sembrano più autentiche, meno poetiche. Come quando viene trasportato al crematorio di Auschwitz sotto l’occhio vigile di un soldato tedesco che sbadiglia.
“Se è così”, si rende conto improvvisamente Ka-Tzetnik, “allora lui avrebbe potuto essere qui, al mio posto, uno scheletro nudo su questo camion, mentre io, io avrei potuto essere lì al posto suo, in una mattina così fredda a fare il mio lavoro per consegnare lui e milioni di persone come lui al crematorio, e come lui avrei sbadigliato anch’io, perché come lui oggi avrei preferito restare sotto le coperte nel mio caldo letto in una fredda mattina come questa. O Signore, Signore dei cieli di Auschwitz, sai che in questo momento due di noi, chi manda e chi è inviato, sono uguali, due figli dell’uomo, entrambi creati da te, a tua immagine”.

Anche nelle sue altre opere Ka-Tzetnik persegue l’idea della responsabilità reciproca. Dopo essersi stabilito in Israele, critica le politiche discriminatorie nei confronti dei cittadini arabi dopo il 1948. Nel romanzo “La fenice venuta dal lager”, il protagonista trasporta il corpo di una donna araba dilaniata da una mina come lui stesso era stato trasportato da un soldato dell’Armata Rossa ad Auschwitz. “Non dovremmo essere noi a rompere il ciclo dell’odio?”, si chiede.

Qualsiasi considerazione su Ka-Tzetnik deve, alla fine, incentrarsi sul giorno dell’estate 1961 in cui come testimone affronta Adolf Eichmann al suo processo per crimini contro l’umanità, e, allo stesso tempo, il proprio ricordo dell’Olocausto.

Quando Gideon Hausner, il pubblico ministero al processo Eichmann, gli chiede perché come romanziere avesse “nascosto la sua identità” dietro uno pseudonimo, Ka-Tzetnik risponde: “Non è uno pseudonimo. Non mi considero uno scrittore. Faccio una cronaca del pianeta di Auschwitz. Sono stato lì per circa due anni. Il tempo non era come qui sulla terra. Ogni frazione di minuto passava su una scala diversa. E gli abitanti di questo pianeta non avevano nomi, non avevano genitori né avevano figli. Là non si vestivano nel modo in cui ci vestiamo qui; non sono nati lì e non hanno partorito; respiravano secondo diverse leggi di natura; non vivevano – né morivano – secondo le leggi di questo mondo. Erano scheletri umani e il loro nome era il numero Ka-Tzetnik”.

Gli fu mostrata un’uniforme da campo di concentramento: “Sì, questo era l’abito del pianeta Auschwitz. Credo con perfetta fede che, come in astrologia le stelle influenzano il nostro destino così questo pianeta di cenere, Auschwitz sia in opposizione al nostro pianeta terra e lo influenzi”.

 

Ma il ricordo che determina il crollo psicologico di Ka-Tzetnik al processo Eichmann è quello degli occhi di coloro che sono stati condotti alle camere a gas. “Li vedo”, mormora paralizzato, sul banco dei testimoni. “Mi stanno fissando, li vedo in fila”.
Ka-Tzetnik parla per alcuni minuti tra i singhiozzi, per poi accasciarsi svenuto ed essere portato in ospedale. Dovrà curarsi per un esaurimento nervoso.

Yehiel_Dinur

 

La famosa scrittrice Hannah Arendt non apprezza affatto quella che definisce la performance di Ka-Tzetnik al processo Eichmann. Lo prende in giro come autore interessato a “bordelli, omosessuali e altre storie di casi umani”.

Ma in realtà Ka-Tzetnik si sente un profeta consapevole di non avere le parole per esprimere la propria visione. Scrive: “Persone sono morte di fame in passato, persone sono state bruciate vive. Ma questo non è Auschwitz. Che cos’è, allora, Auschwitz? Non ho la parola per esprimerlo. Non ho il nome per questo. Auschwitz è un fenomeno primordiale”. E aggiunge: “Ovunque c’è l’umanità, c’è Auschwitz”. Auschwitz è una presenza permanente che non può essere eliminata, i suoi echi continuano a risuonare nei genocidi successivi.

La critica letteraria Ruth Franklin ha indagato su tutta la letteratura della Shoah arrivando alla conclusione che la cultura ossessionata dalla memoria degli ultimi decenni ha portato a pensare che la testimonianza sia la forma migliore per scrivere sull’Olocausto. Ma sull’altare di una presunta realtà dei fatti abbiamo perso di vista il ruolo essenziale che l’immaginazione gioca nella creazione di qualsiasi opera letteraria, incluso il libro di memorie.

“Temiamo di insultare i morti descrivendo immagini esplicite della Shoah, come se questo sia imperdonabilmente volgare. Ma”, aggiunge la Franklin, “vogliamo anche un canale diretto per l’Olocausto, quasi una esperienza di esso. Ka-Tzetnik ci mostra, come altri sopravvissuti, che anche quelli che erano lì non hanno un canale diretto. Non importa quanto grossolanamente palpabile renda gli orrori dei campi di sterminio: non riesce mai a rivelarli completamente”.

 

 

3 commenti

  1. Hai scritto un articolo importante.
    Grazie.

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