JACOVITTI, DE LUCA E CAPRIOLI NEL VITTORIOSO DEL DOPOGUERRA

JACOVITTI, DE LUCA E CAPRIOLI NEL VITTORIOSO DEL DOPOGUERRA

Il Vittorioso, pubblicato dall’Ave (casa editrice romana vicina all’Azione cattolica), era un settimanale a fumetti distribuito in edicola e nel circuito delle parrocchie.

Fondato nel 1937, diversamente da L’Avventuroso e da altri settimanali del periodo, invece di presentare autori americani puntava tutto sugli italiani, lanciando alcuni dei principali talenti dell’epoca.

A causa di una grave crisi diffusionale, nel 1967 abbreviò la testata ormai considerata troppo pomposa in Vitt (la stessa del celebre diario disegnato da Jacovitti), iniziando a pubblicare i più economici fumetti esteri, soprattutto francofoni.
Ha cessato le pubblicazioni nel 1970.

Con questo articolo iniziamo a raccontarne la storia dal dopoguerra.


Il 1949 è un anno di svolta, anzi addirittura di cesura, per il fumetto italiano. In un breve volgere di mesi entra in crisi definitiva una forma editoriale che aveva dominato il mercato per almeno diciassette anni, ma le cui origini risalivano al 1908, con il Corriere dei Piccoli, e anche a prima. Gli anni trenta, con l’esplosione del “fenomeno americano”, avevano portato a una proliferazione incredibile di testate, e il “giornale a fumetti” aveva superato bene o male la crisi profonda della Seconda guerra mondiale.

Il tipico “giornale” era (come Il Vittorioso) un settimanale di grande formato, con 8/16 pagine, in parte a colori, ognuna delle quali, mediamente, pubblicava una puntata di una serie a fumetti. Anche Topolino, oltre alle storie disneyane, ospitava, sempre una per pagina, serie di altri autori, anche diversissime tra loro.

La formula del “giornale” entra in crisi nel dopoguerra, con un’accelerazione progressiva a partire dal 1948. Molte testate aprono e chiudono in un breve volgere di mesi, ma il segnale definitivo è dato proprio da Topolino, che nell’aprile del 1949 si trasforma in un mensile dal piccolo formato attuale, denso di pagine, un “tutto Disney” che abbandona il meccanismo delle “puntate”.

Come fosse un segnale convenuto, gli altri editori si adeguano precipitosamente. Il primo è L’Avventura di Capriotti, indegno erede del leggendario L’Avventuroso, che fa esattamente la stessa cosa nel giugno di quell’anno. L’ultimo è Intrepido dei fratelli Del Duca, alla fine del 1951. Altri semplicemente chiudono i battenti, oppure lo hanno già fatto nel 1948, come il leggendario Robinson.

Nel 1952, nelle edicole, non ci sono più i settimanali multicolori, formato tabloid, che le avevano pavesate per tanti anni.

 

Nuova vita per Il Vittorioso con Gianni De Luca

Alla moria dei “giornali”, tra il 1949 e il 1951, fanno eccezione praticamente solo il Corriere dei Piccoli e Il Vittorioso. Il secondo, anzi, conosce in questo periodo il suo periodo più bello, certo il più ricco. Le pagine aumentano a sedici, le rubriche e le pagine di dialogo con i lettori salgono di livello. Dall’ottobre del 1950, col numero 43, l’unica concessione al mutato vento editoriale è la scomparsa della serie a fumetti pubblicata in prima pagina, sostituita da una ricca copertina a colori, un po’ stile Domenica del Corriere, ma spesso occupata da “panoramiche” o da altre straordinarie composizioni del grande Jacovitti.


Fra il 1947 e il 1949, il settimanale ospita nuovi autori. Uno fra i più interessanti è senz’altro Gianni De Luca. La sua opera migliore, pubblicata negli anni settanta su Il Giornalino, ovvero Il commissario Spada, è stata ristampata di recente, e la sua ricercata arte grafica è tornata (almeno spero) familiare agli appassionati di fumetti.

Ben poco si sa e si scrive, invece, dei primi passi di De Luca sul Vittorioso: eppure si tratta di storie che, a parte qualche ingenuità, vedono formarsi e prestissimo imporsi le sperimentazioni grafiche dell’autore, la sua capacità di rendere temi fantastici e scenari onirici con un tratto rigorosamente realista. Dopo alcune storie di ottimo livello ma convenzionali, come ad esempio Il Mago Da Vinci, pubblicata nel 1947, con La prora vichinga, su testi di Roudolph, il suo segno grafico si fa pienamente maturo. Temi come quelli di Atlantide vengono affrontati con una capacità evocativa, da parte della coppia di autori, che non ha alcunché da invidiare agli autori franco-belgi ai quali evidentemente si ispirano.

 

Il “neorealismo” di Franco Caprioli

Neorealismo: parola grossa, usata in questo contesto, ma è tanto per rendere l’idea.


Benché la vera punta di diamante de Il Vittorioso sia Jacovitti, intorno al 1950 altri autori producono autentici piccoli capolavori. Fra le “vecchie glorie”, un posto d’onore spetta senz’altro a Franco Caprioli.

Il Maestro di Mompeo, nel 1947-1948, lavora molto per il mondadoriano Topolino, ancora formato giornale, che proprio nel 1947 vive la sua ultima stagione di relativo splendore. Libero dai rigidi vincoli moralistici dell’ambiente cattolico, con la serie dei Fanti di Picche introduce il glamour e anche un po’ di sesso tout court, certo nei limiti imposti dal comune sentire dell’epoca.

Consiglio vivamente il bellissimo saggio di Gianni Brunoro e Fulvia Caprioli, “A tu per tu con Franco Caprioli” (Le Grandi Firme del Fumetto italiano, Editoriale Mercury, 2005): lì è tutto spiegato estesamente e con notevole acume critico.


Fatto sta che il suicidio di “Topolino” giornale, nell’aprile del 1949, lascia Caprioli a piedi. Su Il Vittorioso l’autore pubblica diverse storie di ampio respiro narrativo, alcune delle quali, su testi di Rudolph, come vedremo meglio in seguito. Molte opere di Caprioli, in questo periodo, sono ancora di argomento storico.
Ve ne propongo alcuni esempi, tutti caratterizzati dalla splendida qualità grafica.
Ma è particolarmente degno di nota, nel 1947-1948 il piccolo ciclo “strapaesano” di Mino e Dario: l’ambientazione non è più esotica, né storica, ma contemporanea. Difatti assistiamo alle imprese di un gruppo di scout cattolici (qualsiasi riferimento al Tintin di Hergé non credo sia casuale), di alcuni disgraziati malviventi, di un carabiniere, di un vagabondo e di altri umanissimi personaggi, in uno scenario laziale di fantasia ma molto legato alla realtà. Non a caso, il ciclo è stato ripubblicato proprio in appendice al citato testo di Brunoro e Caprioli.


Già nel 1945, con I ragazzi di Piazza Cinquecento, un po’ di neorealismo era approdato sulle pagine del Vittorioso. Dopo il breve ciclo di Mino e Dario Caprioli vedremo altri autori confrontarsi con la contemporaneità e perfino con argomenti impegnativi e adulti. Non che sia cosa del tutto nuova, intendiamoci: nel grandissimo Topolino anteguerra vediamo cose insospettabili, a partire da Zorro della Metropoli per arrivare alla Compagnia dei Sette: cose create nonostante il fascismo e che fanno impallidire i successivi e improbabili Sciuscià (a fumetti s’intende) e Cuore Garibaldino.

Ma torniamo a Il Vittorioso. Oltre alla storia di Caprioli, qualche notevole spunto di contemporaneità è dato da storie poliziesche quali Il segreto dell’officina n. 2 di Belloni e Polese.

La nuova formula, quasi una rivista e non più un classico “giornale”, incontra il favore dei lettori, nonostante si sia ormai in epoca di tascabili e “strisce” trionfanti.

Altra “colonna” del settimanale, sempre appartenente alla vecchia guardia, è Kurt Caesar. Anche lui orfano di Topolino, per il settimanale romano disegna una lunghissima serie di storie imperniate sulla tecnologia, specie in campo aeronautico. Una mole impressionante di materiale, realizzata mentre peraltro lavora estesamente per il mercato editoriale estero. Vi propongo, per tutte, una tavola del ciclo di Ted (emulo del defunto Romano il Legionario) e un’altra, tecnico-fantascientifico-avventurosa, Il brigantino degli abissi, che prelude già alla rivista mondadoriana Urania, della quale sarà il primo illustratore delle copertine.

L’indispensabile Jacovitti

Il grandissimo Jacovitti negli anni cinquanta ha due grandi momenti, il secondo dei quali è ovviamente quello de Il Giorno dei ragazzi. Su Il Vittorioso, Jacovitti scrive e disegna un lungo ciclo di avventure dei 3P (Pippo, Pertica e Palla), oltre che storie con Cip, Zagar e la Signora Carlomagno, quest’ultima il prototipo fumettistico della “nonna sprint” che riecheggerà nella letteratura popolare italiana in varie incarnazioni, non solo fumettistiche, con una punta di eccellenza nella Nonna Abelarda di Giovan Battista Carpi. Ma non divaghiamo. Oltre ai due cicli suddetti, Jac realizza alcune opere favolistiche di grande inventiva e qualità grafica: un’autentica perla è Le babbucce di Allah.

Oggi il mondo islamico è territorio minato, comunque lo si prenda. Negli anni cinquanta, la Persia è ancora la patria delle favole, mentre Baghdad è un nome che evoca notti incantate e geni nelle lampade. Jac racconta una storia sospesa tra questo mondo infantile e la satira di costume. Peccato non essere più in grado di cantare le strofe in rima dei “cartigli”, costruite sopra i motivi di canzonette alla moda di allora: una tradizione che nella letteratura popolare italiana ha le radici nei Quattro Moschettieri di Nizza e Morbelli (1934), con i disegni del grande Bioletto, e arriva almeno al Quartetto Cetra e alla Biblioteca di Studio Uno.

Nella seconda tavola, la scena dei diavoli è probabilmente ispirata alle memorabili sequenze dell’Inferno nel Dottor Faust di Rino Albertarelli, pubblicato nel 1940-1941 su Topolino. Che poi, alla fine degli anni cinquanta, riemerge tale e quale in una memorabile “grande parodia” disneyana di casa nostra, disegnata da Luciano Bottaro (Il Dottor Paperus).

Dello stesso anno delle Babbucce di Allah è uno straordinario Don Chisciotte, autentica summa della capacità visionaria di Jacovitti, capace di scomporre e ricomporre parti apparentemente lontane dell’immaginario collettivo e insieme di creare un’opera compiuta perfettamente bilanciata, con una parte di satira di costume e una di moralismo niente affatto ipocrita.


Ancora in attesa di una riedizione degna è la riuscitissima, quasi asterixiana, Pippo e il Faraone. Un’orgia piacevolissima di horror vacui nello stile delle sue celebrate “panoramiche” ed ennesima satira sugli avvenimenti storici appena conclusi.

Bisogna considerare che dopo la loro seconda pubblicazione in albo, nei primissimi anni cinquanta, queste storie non hanno mai avuto un’edizione degna. Anzi, sono state scarificate in tascabili, specie negli anni Settanta, che hanno consegnato alle generazioni successive un’immagine quanto meno distorta dell’arte di Jac. Il caso limite è Giaginto Corsaro Dipinto, storia surreale e quasi metafisica basata sui colori e ripubblicata… in bianco e nero!

Ma gli strali della satira jacovittiana, solo apparentemente bonaria, si dirigono anche sui personaggi della cultura popolari, come Tarzan.

Oreste il guastafeste, personaggio nichilista, non ha davvero nulla di bonario. È figlio delle storie più crude di Jac, pubblicate sul periodico Intervallo negli anni precedenti, come Battista l’ingenuo Fascista e La Famiglia Spaccabue.

Mentre la vena più popolaresca, “strapaesana” e amabilmente quotidiana di Jacovitti si incarna negli straordinari “giri della risata”, rubati nell’idea a Craveri.

 

Liste di proscrizione

Insieme all’annata 1951 del Vittorioso, conservo anche questo “pieghevole”, distribuito dall’Ave nelle parrocchie (e probabilmente non solo). In questa lunghissima lista di pubblicazioni a fumetti conta solo il maggiore o minore allineamento a una visione della letteratura per ragazzi esclusivamente edificante, in cui i personaggi “buoni” devono esserlo senza mezze misure e incarnare gli ideali purissimi, possibilmente cristiani. I “cattivi”, d’altra parte, non debbono mai mostrare aspetti veramente truci, disturbanti, della loro personalità… E niente sesso, per carità, nemmeno un lontano accenno! Anche nel lontanissimo 1951 era senz’altro legittimo che qualcuno proponesse un elenco “consigliato” di letture “sane”. Ma se lo faceva l’Ave, più che un consiglio, visto il grande potere di condizionamento della Chiesa cattolica, aveva il sapore acre dell’imposizione.

Il motivo principale per cui vi propongo la lettura di questo foglio è l’insospettabile presenza di certe testate tra le pubblicazioni sconsigliate (o addirittura “escluse”).

Tra quelle leggibili solo “con cautela” ci sono:

– Albi tascabili di Topolino (soprattutto Barks)

– Corriere dei Piccoli (la concorrenza diretta, laica e borghese!)

– Topolino è tra le testate addirittura “escluse”, che sono la grande maggioranza…

– Albi d’oro Giorgio Ventura (Brick Bradford)

– Albi Nerbini (tutti!)

Asso di Picche (Hugo Pratt)

– Avventura (tutti i grandi comics Usa)

Cino e Franco

Dick Fulmine

– Giornale dell’Uomo Mascherato

Gordon

– Italo Americano

Mandrake

Pantera Bionda (ovvio)

Tarzan

Basta, mi fermo qui. C’è molto da leggere e da riflettere.

 

(Gli altri articoli di Giornale POP dedicati ai fumetti pubblicati in Italia negli anni trenta e quaranta li trovate QUI).

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