ITALIANI E CULTURA FINANZIARIA, UN RAPPORTO COMPLICATO

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Arriva una sonora bocciatura per l’Italia nella cultura finanziaria: il primo censimento su questa tematica, presentato nelle scorse settimane, ha infatti rivelato che solo un nostro connazionale su tre conosce i concetti base dell’economia, uno dei livelli più bassi di Europa. Con effetti sulle scelte di investimento o di risparmio del proprio denaro.

Solo un italiano su tre conosce il significato di termini come “inflazione, capitalizzazione composta, tasso di interesse e diversificazione del rischio”, che rappresentano quattro concetti chiave del mondo finanziario. Questo è solo il primo degli esempi contenuti nella ricerca sulla cultura finanziaria nel nostro Paese, analizzata dalle Autorità di vigilanza (Banca d’Italia, Consob, Covip e Ivass) in collaborazione con il Museo del Risparmio, la Fondazione per l’educazione finanziaria ed al risparmio e la Fondazione Rosselli.

Bocciati in finanza

L’obiettivo era capire quale fosse il livello culturale in Italia, e la risposta è piuttosto avvilente: siamo decisamente ignoranti, di sicuro più della media europea, anche perché manca un concreto quadro nazionale formativo. Come si legge nel documento, anche un similare sondaggio di Standard & Poor’s del 2014 evidenziava come gli italiani fossero tra i meno preparati in materia economica rispetto ai cittadini dell’Unione europea e e di altri Paesi avanzati.

Anche i giovani vanno male

Per fare un raffronto, la percentuale media dell’Ue raggiunge il 52%: fanno peggio dell’Italia soltanto Cipro (35%) e Portogallo (26%). Facendo un esempio concreto, solo 1 persona su 5 nel nostro Paese è in grado di descrivere adeguatamente la differenza che intercorre tra azioni e obbligazioni. Le cose non vanno meglio quando si analizzano le risposte dei giovani: nell’indagine Ocse Pisa 2012, che per la prima volta introduce una valutazione del livello di alfabetizzazione finanziaria dei quindicenni, l’Italia occupa il penultimo posto al mondo prima della Colombia, mestamente ultima, a riprova di una scarsa diffusione delle conoscenze economico-finanziarie nel nostro Paese.

L’home banking procede a rilento

Questa “ignoranza” si riflette ovviamente non solo sulle scelte in materia di investimenti e risparmi, ma anche nelle più basilari strategie di gestione del proprio denaro: l’Italia infatti è tra i Paesi europei dove è ancora più bassa la diffusione dell’internet banking, che nello Stivale toccava (al 2015) soltanto il 28% delle persone, dato molto distante da quello di Spagna (39%), Germania (51%) e Francia (58%), per restare a tre nazioni a noi vicine.

I vantaggi trascurati

Un dato piuttosto negativo, anche perché le ultime ricerche sottolineano come l’internet banking consenta invece di aumentare l’efficienza, in particolare riducendo l’incidenza dei costi operativi rispetto ai ricavi, e di incrementare la redditività delle banche europee. Dal punto di vista dei clienti, invece, scegliere operatori online affidabili, come il colosso Ing Direct, per l’apertura di conti correnti, significa ottenere vantaggi diretti sia sul fronte operativo sia su quello del risparmio di costi e tempi delle procedure.

I fattori che condizionano

Non è un caso, allora, che la propensione all’utilizzo dei servizi di e-banking in Italia appaia legata a fattori come occupazione, barriere tecnologiche, uso di dispositivi mobili, età e sesso, nonché in maniera predominante al titolo di studio: in particolare, solo l’11% degli italiani con basso livello di istruzione ha scelto di affidare i risparmi a una banca online. Simile l’analisi sull’età dei sottoscrittori: la fascia più attiva online è quella compresa tra i 35 e i 44 anni, ovvero la fase della maturità, mentre la scelta del Web decresce all’avanzare dell’anzianità dei soggetti.

 

 

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