L’ITALIA FINE SETTECENTO DI DE MORATIN

L’ITALIA FINE SETTECENTO DI DE MORATIN

Qualche giorno fa spulciavo tra vecchi libri e riviste. Nella rivista quindicinale illustrata La Cultura Moderna, esattamente nel numero 10 del 1930, ho trovato l’articolo di una bibliotecaria, Agata Lo Vasco, che parla del viaggio in Italia dello spagnolo Leandro Fernández de Moratín (1760 – 1828).
De Moratin è stato un autore teatrale e un poeta spagnolo, tra i maggiori della letteratura settecentesca spagnola, e uno storiografo teatrale. Ha inaugurato il teatro moderno in Spagna, superando i moduli barocchi e introducendo un linguaggio naturale. È stato anche il primo a scrivere in prosa, di contro alla moda del tempo che usava versi ampollosi, e a reintrodurre nella commedia le regole unitarie aristoteliche di tempo, spazio e luogo.
Bibliotecario reale sotto il regime di Giuseppe Bonaparte, il fratello di Napoleone che fu re di Spagna dal 1808 al 1813, alla sua caduta de Moratin dovette andarsene in esilio, che trascorse tra l’Italia e la Francia. Tra l’altro, a Parigi conobbe Carlo Goldoni con cui fece amicizia e del quale fu un grande ammiratore.

È stato un autore di impatto. Da menzionare la sua commedia El sí de las niñas (Il sì delle fanciulle, 1808), che ai tempi di de Moratin fu pesantemente perseguitata dall’Inquisizione perché parlava della libertà di scelta da parte delle donne in ambito matrimoniale. Un’opera che arrivò a sollevare un vero cataclisma nella società spagnola di allora, e non solo.

L.F. de Moratin: Viaggio in Italia (Lombardi editore, 2010)

Approfittando dell’esilio, fu anche cronista di viaggio. Il suo Viaje a Italia, Viaggio in Italia, all’interno di Obras Pòstumas, è un illustre esempio di letteratura odeporica, cioè di viaggio, di cui avevo dato qualche notizia nell’articolo Il fascino dei viaggi di carta.

Nell’opera, de Moratin narra l’itinerario del viaggio che fece in Italia dal 1793 al 1796. Rimasto manoscritto fino al 1867, il diario rappresenta una delle migliori prove di prosa del Settecento spagnolo. L’autore appunta le sue impressioni considerando ogni aspetto della società: economico, politico, amministrativo, artistico, senza trascurare biblioteche, università, teatri, musei, feste popolari, rovine romane. Si interessò anche dei costumi sociali e dell’abbigliamento delle donne, mostrando in generale un’arguta curiosità.

L’editore Lombardi, nel 2010, ne ha dato alle stampe una traduzione italiana.

L.F. de Moratin: Teatro completo (Aguilar, 1944)

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L.F. de Moratin: Viage a Italia (Alicante, Biblioteca Virtual Miguel de Cervantes, 2000)

Ma torniamo a La Cultura Moderna e vediamo come ce ne parla Agata Lo Vasco nel lontano 1930.
L’autrice dell’articolo è stata una illustre bibliotecaria. Nativa di Fidenza, in provincia di Pavia (1905-1941), ha scritto numerosi saggi e articoli di carattere bibliografico, tra cui Come due scrittori spagnoli videro G.B. Bodoni e la sua stamperia (Estratto da Ticinum, maggio 1940); Il viaggio in Isvizzera di Leandro Fernandez De Moratin, 1793 (Milano, Popolo d’Italia, 1937); Le biblioteche d’Italia nella seconda metà del secolo 18°, dalle Cartas familiares dell’abate Juan Andres (Milano, Garzanti, 1940); Il viaggio in Italia di L. F. Moratin (Como, La provincia di Como, 1929); Mostra di autografi spallanzaniani e di opere rare biologiche del secolo 18° (Pavia, Tip. già coop. di B. Bianchi, 1939); L’epistolario dell’astronomo Francesco Carlini, dal carteggio inedito di Giuseppe Bianchi presso la R. Biblioteca Estense di Modena (Pavia, Artigianelli, 1942); Di un codice erbario inedito del sec. 15°, memoria di Agata Lo Vasco e Gino Pollacci (Pavia, Premiata Tip. Successori Fusi, 1942).

Di seguito il suo articolo apparso su La Cultura Moderna, di cui ho mantenuto il testo integrale, completo delle immagini riprodotte, in cui Lo Vasco ci propone un sunto con scorci di de Moratin che illustrano l’Italia di quei tempi, fino ad arrivare perfino ai torsoli e ai cosciotti mezzo spolpati sui palchi teatrali. Como, Piacenza, Parma, Modena, Ferrara, Verona, Vicenza, Padova, Mantova. Ma soprattutto Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Ercolano e Pompei, Venezia, Torino, Genova. Il teatro.
Buona lettura e buon viaggio!

La cultura Moderna: tre esemplari del 1916, 1917 e 1918

 

Il viaggio in Italia, di Leandro Fernàndez De Moratin

di Agata Lo Vasco

Tra gli scrittori del secolo XVIII che ci lasciarono Relazioni dei loro viaggi in Italia, occupa un posto notevole il commediografo spagnolo Leandro Fernàndez de Moratin, del quale non è apprezzato dagli Italiani quanto merita il “Viaje de Italia” pubblicato nel primo volume delle sue “Obras Pòstumas”.

Da Como a Napoli egli percorse in lungo e in largo la penisola, visitando città piccole e grandi, soggiornando in alcune a lungo, ritornando in altre a più riprese, dal settembre del 1793 all’autunno del ’96; e se la parte touristica pare gli sia stata meno a cuore, ora a noi riesce di particolare interesse.

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Pianta della città di Mantova e dei dintorni (Lalande; Venise, 1769)

Quasi su uno scenario, passano dinanzi a noi Como chiusa nel suo ristretto orizzonte, ma fervida di lavoro, ricca di fabbriche di seta e di lana, rinomata anche oltre la cerchia delle Alpi; Piacenza, Parma dotta e gentile, la città del Paciaudi e del Bodoni; Modena sulla bella strada Emilia, con l’imponente Palazzo ducale, l’Università, l’Accademia delle Arti, lieta di feste e di mascherate; Ferrara ampia e deserta, in una pianura malsana non ostante i numerosi tentativi di bonifica. Presso l’Adige, serena tra i monti e il piano, ecco Verona popolosa già fino d’allora di sessantamila abitanti; la sua Arena, cadente in molti punti, in quella parte detta l’ala dell’Arena, adattava gli archi a misere abitazioni e a povere bottegucce; né la profanazione dell’antico a questo soltanto si limitava perché nell’interno il popolo si raccoglieva ad applaudire le clamorose scempiaggini di Arlecchino e di Brighella. Ecco Vicenza povera e brutta, e Padova, e Mantova modesta oramai e silenziosa. Un’assai amara delusione attendeva il Moratin dinanzi al così detto Lago di Mantova che egli pensava simile ai ridenti laghi della Svizzera; si trovò innanzi un pantano sudicio e fetido che cingeva la città a mezzogiorno, mal dissimulato da giunchi e sterpi e muschi, popolato di rane e di rospi.

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Pianta della città di Milano (Lalande; Venise, 1769)

Una parte maggiore è lasciata nell’opera alle città italiane più importanti, delle quali è dato non un fuggevole cenno, ma una descrizione ampia nell’aspetto esteriore e nelle molteplici manifestazioni della vita.

Innanzi a tutte Milano, che il Moratin dice grande, ricca, piena di begli edifici, di cose notevoli e divertimenti. Era infatti sin da allora animata da un fervore di vita non comune; numerose le fabbriche, dalle manifatture di seta e di velluti alla modesta lavorazione delle candele; frequenti gl’istituti di cultura che irraggiavano tutto all’intorno una luce d’intellettualità. Il Moratin visita il Duomo, ma non s’indugia come Stendhal a contemplare la mole magnifica dorata dal sole al tramonto, bensì considera quale somma immensa costò e costerà l’edificio marmoreo, e gli ritornano alla mente le parole di Giuseppe II che sia stoltezza convertire l’oro in marmo. Il teatro alla Scala aveva aperte le sue scene al pubblico; senza stupirsene il Moratin ricorda che i servi preparavano rinfreschi nei camerini o scaldavano piatti per la cena dei padroni, poiché questi durante lo spettacolo mangiavano e bevevano nei palchi, giocavano alle carte, amoreggiavano con le dame, bastando solo che si nascondessero al pubblico dietro le cortine scorrevoli che ornavano il palco sul davanti. Presso il Corso di Porta Orientale i Giardini di recente formazione offrivano fresche ombre e spassi; mentre sul bastione tra Porta orientale e Porta Nuova si svolgeva nelle ore del pomeriggio il passeggio: numerosissimi i cocchi ricchi ed eleganti tirati da cavalli ornati con fasto, i carrozzini foderati di felpa cenerina o a fiori o di panno bianco, con tendine di taffetà o di lustrino o con materassi e cuscini, ossatura dorata, molle alla Polignac, e finimenti con guarnizione bianca e d’ottone.

Pianta della città di Bologna (Lalande; Venise, 1769)

Ma Bologna è la città cara al Moratin sopra ogni altra e se il rigidissimo inverno del ’95 in cui si ebbe per le strade un metro e venti di neve, gli fece sospirare crucciato un soggiorno più tiepido, egli ama con tutto il trasporto della sua anima sentimentale la città a cui lontano egli ritorna con un acuto senso di nostalgia; la città dei portici e dei sonetti: portici dovunque sì da farla somigliare nelle silenziose notti di luna a un convento addormentato; sonetti ad ogni occasione: In ben dovuta lode de la Signora Lucrezia Franceschini, cantatrice; Sonetto al Signore Cornelio Tamburini, virtuoso di musica; Canzone al Signore D. Tullio Piffaretti, eletto parroco della Chiesa de…; e per canterine, ballerine, elezioni di magistrati, messe nuove, professioni di monache.

Il Moratin si tuffa con voluttà nella vita bolognese; assiste confuso tra la folla più svariata alla lunga processione della Madonna di S. Luca, alla festa degli Apparati nella solennità del Corpus Domini, agli Oratori musicali, alla spiegazione della dottrina, all’entrata del Gonfaloniere di giustizia, alla festa della porchetta: e guarda, osserva, contempla con que’ suoi occhi acuti nella larga faccia dalle ampie narici, come ce lo dipinge il pennello del Goya; c’è da scommettere che qualche madrigale egli avrà scoccato per una sorridente beltà bolognese. Particolarmente fastosa riuscì la festa degli Apparati, che il Moratin vide, nella Parrocchia di S. Matteo degli Accarisi detto delle pescherie nel giugno del ’96; la lunga strada degli Orefici trasformata in una magnifica galleria di ordine ionico-composito, intramezzata da sette cupole con una maestosa cappella all’estremità; fra i colonnati statue e bassorilievi, e sulle porte delle case e alle finestre veli, damaschi, baldacchini, specchi, candelabri e quadri; folla poi a non dirsi, dame imbellettate e ingemmate con lo zendado guarnito di blonde, con la gonna rigonfia e frusciante; popolane vestite di colori sgargianti, e musiche e risa e chiasso.

Pianta della città di Firenze (Lalande; Venise, 1769)

Bologna sotto la protezione della Beata Vergine di S. Luca, che la città accoglieva ogni anno con onori di sovrana, si abbandonava ai piaceri, e non mai come allora le convenne l’epiteto di grassa. Uno spettacolo di feroce ingordigia presentava la festa della porchetta, il giorno di S. Bartolomeo 24 agosto, nella piazza di S. Petronio: erano chiuse le porte della città, stipata la piazza di birichini, coronate di dame le finestre all’intorno. Quando si affacciava al balcone del palazzo dl Legato l’Eminentissimo Cardinale, subito incominciava il lancio di pollastre, piccioni, galline, capponi, oche anitre, tacchini, montoni e da ultimo di una porchetta cotta e fatta a pezzi che era l’oggetto principale della festa. Alla fine il Cardinale Legato gettava sulla folla una borsa di velluto contenente dieci o dodici scudi. Sua Eminenza si ritirava, suonavano le trombe, sfilavano le milizie; la festa ufficiale era finita, restava la folla dei birichini a contendersi ciò che era stato lanciato, e intorno il popolo a godersi la parte più caratteristica della festa: paurosi grovigli umani che si gettavano or qua or là a rubarsi un pollo, una coscia, e squarciavano e spandevano le interiora fumanti degli animali; uomini che si laceravano, si scapigliavano, si insanguinavano, si sfiguravano; e su tutto un volteggiare per l’aria di piume e un mescolarsi di grida bestiali.

Firenze piacque subito al Moratìn per la sua eccellente pavimentazione stradale, per i suoi giardini dove non senza stupore vide il Granduca passare tra il suo popolo senza volanti battistrada; ma, come a Bologna, a Roma prima a Napoli poi, egli lascerà libero il freno al suo spirito critico. Per cogliere i vari aspetti della vita romana egli è dovunque: al passeggio e al teatro, alle corse del palio e in piazza S. Pietro per la benedizione papale. Nelle ore pomeridiane passava per le vie più frequentate di Roma una folla multicolore e varia: popolane formose con giubbe di stamigna e con grandi cuffie; uomini con reticella e berretta cadente, sottoveste, giubba sciolta, ampi calzoni, pugnale e lunga cappa. Innumerevole la turba degli abati che anneriva le vie della città: abati pieni di miseria con barbe nere e vesti lacere, che compravano verze a piazza Navona; abati giovincelli, lisciati e leccati; abati procuratori, abati notai, abati avvocati, imbroglioni, birbanti ai quali potevano essere paragonati soltanto i paglietta napoletani. I principi romani correvano in carrozzino sfidando la città a suon di frusta, e in cocchio si mostravano le dame e le matrone illustri abbigliate con molta eleganza, e gli alti prelati monsignori e cardinali ossequiati e ricercati nei salotti mondani per l’onor della porpora e per l’arguzia dello spirito. Uno spettacolo ripugnante era offerto dai mendicanti, i quali a Roma più che altrove osavano entrare nelle botteghe e nei caffè, laceri, seminudi, coperti di piaghe, o restavano immobili al suolo con le braccia larghe, la barba squallida, tra i lamenti di una figliolanza non propria; e la notte si mostravano al chiarore di una face ardente con effetti di luce e d’ombra degni del Caravaggio.

Pianta della città di Roma (Lalande; Venise, 1840)

Nel carnevale del ’96, col solito concorso di popolo e di maschere, frastuono assordante di mortai, fischi, raganelle, zufoli, sonagli, getto incessante di polvere di pozzolana che metteva nell’aria una nuvola biancastra, si corsero dal 30 gennaio al 9 febbraio sei pali’, ciascuno di quattro canne di broccato.

La sera del lunedì 8 febbraio il Moratin fu al veglione del teatro Aliberti; la folla era tale che non bastavano a contenerla né l’ampia sala rettangolare, né il palcoscenico, né i palchi tutti aperti per l’occasione. Molto abbondante l’illuminazione a candele, molto appropriate le maschere di carattere: Nettuno, Teti, una Vestale, un Ercole, un poeta greco, le quattro stagioni, imperatori, auguste, che univano alla proprietà degli abiti la perfezione della maschera in cera fatta su eccellenti forme tolte dalle statue antiche. Questo e lo sfarzo degli abiti e dei gioielli di alcune dame che si mostravano senza maschera, costituiva lo spettacolo più attraente. Ma la calca grandissima impedì che i balli si svolgessero e che comunque si potesse passeggiare e conversare.

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Roma: Casino di Raffaele (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo II)

Il 17 marzo, giovedì santo, alla vigilia di lasciare Roma, assiste alla benedizione papale: l’immensa piazza S. Pietro si riempie di popolo, i soldati di fanteria e di cavalleria formano un quadrato dinanzi alla porta del tempio. Il Papa, nei preziosi abiti pontificali, appare al balcone principale in sedia gestatoria, circondato da prelati, vescovi, arcivescovi, cardinali, cortigiani, servi e guardie; la sua presenza sospende il rumoreggiar della folla. Nel grande silenzio dell’immensa moltitudine prostrata, il Pontefice benedice tutto l’orbe cattolico; subito è uno squillar di trombe e un alzarsi di allegre voci; suonano le campane e rimbomba il cannone dalla Mole Adriana.

Lasciata Roma e attraversate le tristissime Paludi Pontine, il Moratin giunge a Napoli il 27 ottobre del ’93.

Roma, Piranesi: piazza Navona (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Ed. II)

Il suo soggiorno di cinque mesi nella città più rumorosa e popolosa d’Italia gli permette di coglierne i lati più caratteristici: il popolo ignorante superstizioso, ma appassionato gaudente felice, a cui il fasto e lo splendore delle numerosissime cerimonie religiose abbagliano gli occhi, esaltano l’anima facendolo inconsapevole e dimentico della sua miseria; la nobiltà ignorante e boriosa, servita da uno stuolo innumerevole di lacchè di servi; – nessuna dama napoletana si sarebbe mostrata al passeggio senza i volanti, nessun nobile si sarebbe appagato di un sol cocchio, e non pochi seppellivano nelle rimesse i loro patrimoni; alla passeggiata, specialmente a quella del venerdì in via Toledo, innumerevoli i legni che vincevano al paragone quelli di ogni altra città per la vaghezza degli ornamenti e del disegno e per la bellezza delle vernici; particolarità di Napoli i canestra, carrozze a quattro posti chiuse come le comuni, ma con un sistema di apertura molto comodo, sì che velocemente la carrozza restava senza sponde e senza tetto assumendo la figura di una barca; la burocrazia infinita suddivisa in mille gradi e rivoli; la giustizia corrotta e corruttrice, incapace non per mancanza di tribunali e di giudici; snervata da una folla parassita di procuratori, di agenti, di scrivani, e sopra tutto di avvocati detti in dialetto napoletano paglietta.

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Roma: La Morra (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo II)

Ma sotto il beato cielo di Napoli la miseria assumeva un suo aspetto inconscio e sorridente: si cantava, si gridava per le strade dalla mattina alla sera, saziando lo stomaco con tre tornesi – vale a dire con poco più di sei centesimi – di polenta o di pesce fritto e con una manciata di calia, o col profumo dei maccheroni fumanti, o con la vista delle salsicce legate a festoni con nastri.

Roma: Il Carnevale (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo II)

Da Napoli anche si guardava senza timore a quel pennacchio di fumo biancastro che s’alzava perennemente dalla grande massa vesuviana; eppure nel giugno del ’94 una nuova eruzione, che aveva dati segni non dubbi già dal marzo del ’92, giunse fino al mare, distrusse Torre del Greco, mise in fuga 18.000 abitanti e uccise 4168 capi di bestiame; l’aria in Napoli stessa fu oscurata dalla cenere come fosse note, si camminava per le vie della città col parapioggia.

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Roma: Eminenti (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo I)

Ai piedi del Vesuvio, Ercolano e Pompei avevano incominciato a restituire alla luce i loro tesori sepolti da diciassette secoli: il Moratin s’aggira per le vie, per i teatri, per le case silenziose, ascoltando la poesia delle rovine.

Roma: Improvvisatori d’osteria (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo I)

Da Napoli a Venezia: vita serena, tranquilla, elegante; si canta sui canali accompagnando il ritmo dei remi; si passeggia in piazza S. Marco a tutte le ore del giorno; al mattino magistrati, avvocati, procuratori e tutti i frequentatori del foro in toga e grande parrucca ricadente in grossi bioccoli sulle spalle; dopo il mezzogiorno, folla cosmopolita, emigrati francesi, mercanti schiavoni, turchi, ragusei, barbareschi, commercianti avvolti nelle cappe, riuniti a far calcoli e a ragionar di navigli; la sera quando da ogni parte si accendono i lumi, la folla si fa più fitta, i caffè, i casini, le botteghe, i portici rigurgitano, passano signore in bautta, cavalieri in cappa, nobili in palandrana con grandi maniche e immensa parrucca; qua e là s’alzano accordi di chitarre e canti, mentre nel mezzo della piazza, dove la luce non vince la penombra, s’incrociano cortigiane in mantiglia bianca, mezzani che offrono i loro uffici, abati malinconici e giovani in cerca d’avventure. Ma il popolo preferisce la Riva degli Schiavoni, dove con pochi soldi può gustare lo spettacolo caratteristico dei ciarlatani e dei cantastorie.

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Roma: Ciociare (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo II)

Eleganza e serenità anche a Torino capitale di Stato e centro importantissimo di studi. In Torino gli ebrei, altrove reietti e banditi quasi dal consorzio umano, tanto che nei censimenti si solevano computare a parte, vivevano bene, liberi di comprare, vendere, rivendere, prestare, imbrogliare; è questo un segno della libertà che si godeva nella capitale e della gentilezza torinese. Della quale è testimonianza anche la tradizione del maggio: si ponevano maggi – lunghi rami fronzuti che portavano lo stemma del festeggiato – alla porta del palazzo del re, dei principi del sangue, del governatore della città, dei cardinali e degli ambasciatori. Ogni anno a calen di maggio si rinnovava il rito fra lo strepito dei tamburi e gli evviva della guarnigione.

Roma: Gioncatoro e Ciociare (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo II)

Genova era alle città d’Italia esempio di saggia economia; il senso di scrupolosa parsimonia e di avvedutezza commerciale del genovese è rispecchiato in questa radicata convinzione, che un genovese non riusciva ad ingannare un ebreo, né un ebreo un genovese. Pari all’oculatezza nel commercio, era il fervore nella religione; il popolo genovese aveva fama d’essere uno dei più devoti d’Italia; la sua città contava tra i santi molti patroni, e sulla porta della muraglia era questa iscrizione in marmo: Genova, città di Maria Santissima. La domenica in albis le ceneri di S. Giovanni battista erano portate per le vie in solenne processione: la domenica in albis del 1795 il Moratin era tra la folla: gli passarono innanzi, precedute dal portatore di un enorme crocifisso, confraternite di penitenza in sacco, schiavina e berretta di varia foggia e colore, guidate da priori in sacco e schiavina di seta, di velluto o di lamé d’argento; tra una confraternita e l’altra ragazze cantanti in coro mottetti con voci stridule e sgradevoli; un piccolo S. Giacomo a cavallo con bordone e schiavina, le comunità religiose e il clero, il Capitolo della cattedrale con i canonici in rosse tuniche e i numerosi ufficiali del piccolo esercito, i paggi del Doge in velluto verde e cremisino con galloni d’oro, l’urna con le sacre ceneri, i servi che precedevano il Doge portando la spada e due scettri, il Doge in damasco incarnato e mantello, e il Senato in toga nera fiancheggiati dalla guardia svizzera. Era allora in carica il Serenissimo Doge Giuseppe Maria Doria che la complicata elezione del 3 settembre del ’93 aveva innalzato al potere per il biennio 1793-95 e che, più fortunato del suo successore Giacomo Brignole, potè deporre in pace toga ed ermellino.

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Roma: Scala Santa (Roma pintoresca, Barcelona, 1840, Tomo I)

Molte pagine del Viaggio sono dedicate al teatro; il commediografo non poteva dimenticare se stesso. Ma anche dove la sferza del critico è più violenta egli sa condire i suoi giudizi di un gaio umore che toglie ogni ombra di pesantezza. Nella tragedia, drammoni lugubri: vendette atroci, duelli, veleni, cadaveri, consigli di guerra, archibugiate, pistolettate, suicidi, terrori, violenze, sotterranei spaventosi, fame, desolazione, furori inauditi, e dovunque un aleggiare della più inopportuna filosofia. Nella commedia, produzioni senz’arte e senza gusto di poeti e poetucoli affamati, quali l’Avelloni e l’Andolfati, pieno questi di figli e di miseria. E che cosa poteva produrre di bene la musa di Gaetano Florio? il quale nella introduzione alle sue commedie candidamente confessa: La ristrettezza di mie fortune, i bisogni di numerosa ed amata famiglia, un po’ di genio e di pratica teatrale m’hanno posta in mano la penna ed indotto ad ingombrare della carta. Non meglio Camillo Federici, il più celebre e il più pazzo, autore di parecchi tomi di Opere teatrali dallo stile ampolloso e rimbombante, prive di vis comica e destituite d’ogni virtù.

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Pianta della città di Napoli (Lalande; Venise, 1769)

Eppure i drammi lugubri strappavan le lagrime, e le commedie strambe e invereconde movevan le risa degli spettatori che accorrevano ad affollare i teatri d’Italia.

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Pianta della città di Venezia (Lalande; Venise, 1769)

A Napoli dal novembre del 1793 al febbraio del ’94 si rappresentarono: Viene la sua per tutti, Mariti aprite gli occhi, Questa sera vi aspetto, Il medico notturno con Pulcinella cieco e muto per la fame, Pulcinella prottetto (sic) dalla fata Scraffineta, Il convitato di pietra, ecc. A Mantova, dal 20 al 27 maggio del ’95: Il Corvo re; a Verona, Le vertigini del secolo dal 23 al 26 settembre del ’94. A Venezia dal 1° ottobre al 29 novembre del ’94: Il ciabattino consolatore dei disgraziati, I sepolti vivi, La dama demonio e la serva diavolo, L’Alfiere, La forza della gratitudine, Il Campiello, Una le paga tutte, La forza degli occhiali. A Bologna nel carnevale del ’95: Arlecchino nato dell’uovo; e a Milano al teatro della Scala dal 10 al 20 maggio del ’95: Aristide, Gli amori di Adelaide e Cominge, Adelaide maritata, Le gloriose gesta di Ercole. Di quest’ultima mette conto leggere il cartellone: Le gloriose gesta di Ercole, figlio di Giove e di Alcmene, vincitore del Nemeo Leone, delle Furie, del Cerbero, debellatore dell’Inferno e collocato fra le celesti Deità, con Truffaldino, suo scudiere. Nell’Inferno poetico si vedranno le Harpie, Gorgone, le Furie, a scorrere ovunque, Pluto e Proserpina sul loro seggio di fuoco, Tizio da un canto col cuore straziato dal avvoltojo, Issione da un altro incatenato sovra la ruota che gira alternamente; dall’altra parte, Sisifo che strascina sulla rupe il gran sasso; Tantalo sotto il ruscello e la pianta pomifera, che muore di fame e di sete. Ercole quindi comparirà per liberare l’amico Teseo, il che negato essendogli da Pluto, combatterà con i mostri infernali disperdendogli. Gli spaventi di Corvacchione signore di Thebe, formeranno una delle parti più ridicole alla azzione, ed Ercole infine si vedrà posto fra le celesti deità.

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Pianta della città di Torino (Lalande; Venise, 1769)

Destituite di ogni dignità e verecondia erano le farse a cui il Moratin aggiunge le commedie o tutte improvvise o in parte scritte. Se ne rappresentarono, sempre in quegli anni, anche nei maggiori teatri: al Nuovo di Bologna, Arlecchino finto principe; al S. Crisostomo di Venezia I portenti della gomma arabica dell’albero incantato con Truffaldino mago, Florindo e Traccagnino cavalieri d’industria; al Cocomero di Firenze, Il diavolo maritato a Parigi. Dinanzi a queste produzioni il teatro era pervaso da una gioia frenetica e clamorosa.

Come Venezia aveva dato al Moratin lo spunto per trattare della nostra drammatica, così Napoli gli offre l’occasione per parlare dell’opera in musica che egli, secondo la distinzione del tempo, divide in Opera buffa e Opera propriamente detta; senza valore letterario i libretti, ma deliziosamente gustosa la musica che costituiva la parte preponderante. Tuttavia anche qui non mancavano le stranezze e gli anacronismi più stridenti; non fu raro il caso che si rappresentasse soltanto il primo atto rimandando il secondo a otto o dieci giorni dopo; e, se vi era qualche alto personaggio da ossequiare, che si desse il terzo o il secondo atto innanzi del primo, non permettendosi che egli se ne andasse senza avergli fatto gustare quei passi più interessanti dell’opera. Così poteva accadere che prima ardesse Cartagine e bruciasse sul rogo Didone trafitta dalla spada fatale di Enea, e che poi Didone in ottima salute accogliesse l’ambasciata di Jarba e cicisbeasse col figlio di Anchise.

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Pianta della città di Genova (Lalande; Venise, 1769)

Nell’opera Giasone e Medea, che il Moratin vide al S. Carlo di Napoli, Giasone aveva calzoni di velluto nero, calze di seta bianca e calzatura greca, e Medea era pettinata all’ultima moda, con scarpette e tacchetti.

La scenografia e la meccanica erano rudimentali, e il sistema del cambiamento di scena ridotto ad una pietosa semplificazione. Si aggiunga che sul palcoscenico durante lo spettacolo era un andare e venire di persone estranee: donnette, parrucchieri, soldati e gente del popolo occupavano lo spazio tra le quinte, ragazzi a gambe nude e a piedi scalzi passavano e ripassavano nel fondo, o giocavano a rimpiattino tra le piante del Monte Ida o dietro le colonne del Campidoglio.

Per compiere il quadro del teatro italiano verso la fine del secolo XVIII è interessante ascoltare dal Moratin quale fosse la licenza del pubblico durante la rappresentazione. Alla pergola di Firenze per la Ines de Castro chiasso continuo; si fanno ripetere i passi favoriti; al Tordinona di Roma, mentre si rappresentava La sposa polacca, in un palco di prima fila un romanote in giubba e berretta verde mangia maccheroni e beve da una grande bottiglia; in un piccolo teatro di Roma presso Ponte Sant’Angelo alla commedia Il tiranno punito dal cielo il frastuono è assordante, si lanciano sul palcoscenico torsoli, mele e ossi mezzo spolpati che il buffone raccoglie e finisce di mondare o di spolpare mentre si svolge la rappresentazione.

Ma la vita chiassosa e gaudente del teatro era alla fine; l’ordine nuovo instaurato dalla Rivoluzione, che proscrisse ogni manifestazione tendente a turbare lo svolgersi dello spettacolo, che proclamò indegni del teatro repubblicano, scuola di virtù e sferza di vizi, i cicalecci le conversazioni i fischi, gli urli, non ebbe a trovar resistenza o per stanchezza del passato o per un reale profondo mutamento degli spiriti.

Agata Lo Vasco

 

 

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