L’IMMAGINE IN BILICO TRA PITTURA E FOTOGRAFIA

immagine nella pittura e nella fotografia

Quando nel 1839 i primi dagherrotipi fecero la loro comparsa sul mercato attirarono immediatamente l’attenzione dei pittori, incuriositi da questo nuovo modo di ottenere una immagine.
La grande fedeltà nell’imitazione della realtà e l’esattezza millimetrica dei particolari riprodotti fecero sì che la fotografia fu sin dai suoi inizi largamente utilizzata per sostituire le lunghe pose nei ritratti, nei paesaggi e nelle scene urbane, rivoluzionando e cambiando il corso della sperimentazione pittorica.

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Allo stesso modo, quando la fotografia si guadagnò sempre più rispetto come forma espressiva autonoma, i fotografi cominciarono a guardare alla grande pittura del passato. Si costituì ben presto una sorta di doppia linea di interscambio tra due forme espressive che condividono lo stesso linguaggio.
Vi proponiamo alcuni esempi.

Raffaello Sanzio e Dorothea Lange

L’immagine simbolo della Grande depressione americana del 1929 è senza dubbio questo ritratto di madre con i figli passato alla storia con il titolo di “Migrant mother”. Dorothea Lange, l’autrice dello scatto, si ispira nella composizione triangolare alle tante madonne con bambini presenti nella storia della pittura, tra le quali spicca la madonna Aldobrandini qui riprodotta.

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L’orgoglio e la speranza che non muoiono nemmeno nella più grande desolazione sono gli elementi chiave di questo iconico scatto.

Edward Hopper e Robert Frank

L’infinita tristezza come aspetto del sogno americano costituisce il cuore pulsante delle immagini del pittore Edward Hopper e del fotografo di origini svizzere Robert Frank.

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La sublime malinconia di una stazione di rifornimento intuita da Hopper assume in questa foto di Frank dimensioni assolute e si fa portatrice di una verità che oggi è anche nostra.

Giotto ed Eugene Smith

Dove Giotto rievocava, Eugene Smith documenta, ma entrambi riescono a trasmettere un messaggio eterno attraverso l’immagine.

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La veglia funebre dell’anziano capofamiglia in un piccolo villaggio spagnolo si trasforma, grazie a un gioco ineffabile di luci e ombre in una moderna deposizione, simbolo universale di sofferenza. Potenza dell’obiettivo e dell’uomo dietro di esso.

Jean Dominique Ingres e William Klein

L’universo femminile in tutta la sua spiazzante enigmaticità, l’eterno femminino in tutto il suo selvaggio splendore, questo ci raccontano le due immagini dedicate a quel luogo misterioso ed evocativo che è il gineceo.

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La presenza femminile, assolutamente conturbante nel quadro di Ingres diventa addirittura sovrabbondante nella immagine di William Klein, che finisce per sopraffare i nostri sensi.

John Everett Millais e William Egglestone

La morte di Ofelia dipinta dal preraffaellita John Everett Millais esprime una morte simbolica, una morte nell’acqua, preludio a una rinascita spirituale. Il colore a sottendere questo processo psicologico è il verde che domina il quadro.

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Lo stesso verde ritorna con marcata evidenza nello scatto di William Eggleston, che vuole trasmetterci la stessa suggestione.

Andy Warhol e Bert Stern

La potenza iconica dell’immagine della splendida attrice Marilyn Monroe non è certo sfuggita ai contemporanei. Non ad Andy Warhol, che l’ha eternata in varie opere facendola ergere a simbolo della società occidentale contemporanea.

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Stessa operazione compiuta dal fotografo Bert Stern con questo scatto senza sfondo e senza tempo, che appartiene alla famosa serie detta “The last sitting”, l’ultima sessione fotografica della famosa attrice ripresa all’hotel Bel Air di Los Angeles. La croce rossa è il segno tracciato con lo smalto per le unghie con cui Marylin aveva cassato i provini di quella sessione.

Michelangelo Buonarroti ed Eugene Smith

L’amore per i figli è un amore assoluto, la compassione per il loro dolore è un sentimento che dilania l’anima. Eppure nella pietà di Michelangelo il volto di Maria esprime una grande serenità che rivela la consapevolezza di un dolore che fa parte di un disegno universale.

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Il volto di questa madre di Minamata in Giappone, immortalata da Eugene Smith mentre fa il bagno al figlio reso disabile dall’inquinamento da mercurio, esprime la stessa identica emozione.

Piet Mondrian e Stephen Shore

La ricerca di una struttura armonica dietro al caos delle apparenze è da sempre un obiettivo degli artisti figurativi.

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La grande lezione del maestro olandese dell’astrattismo Piet Mondrian, che con la sua opera risale alle fondamenta stesse della figurazione, riecheggia in questa foto di Stephen Shore, il cui vero soggetto sono i rapporti di proporzione tra le linee verticali e orizzontali presenti nello scatto.

René Magritte e Robert Mapplethorpe

Il quadro “Gli amanti” del 1928 ci racconta di due persone che non possono uscire alla luce del sole, un velo le ricopre come se si dovessero nascondere dal mondo intero. Ma l’amore non ha veli, l’amore non ha nascondigli, l’amore è visibile a chiunque e spesso sono proprio le storie più ardue, le più difficoltose, quelle che riescono a esprimere i sentimenti più autentici.

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La straniante dimensione di surrealtà che la tela del grande pittore belga riesce a evocare in questa immagine è stata riprodotta in questo scatto del fotografo Robert Mapplethorpe pressoché alla perfezione. Nell’uno e nell’altro caso l’amore ci impone di abbandonarci al caso.

Pieter Bruegel e Diane Arbus

“Quando un cieco guida un altro cieco entrambi finiranno nel fosso”, recita il vangelo secondo Matteo. Questa istruttiva parabola era stata ripresa da Peter Bruegel, che aveva aggiunto altri ciechi trasformando la coppia originaria in un gruppo che finiva per simboleggiare l’umanità intera.

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La parabola è ripresa con altrettanta forza evocativa da Diane Arbus che fotografa, senza nessuna pietà, un gruppo di persone affette da disturbi mentale a una festa.

Edvard Munch e Rineke Dijkstra

Edvard Munch ultimò il suo capolavoro “Pubertà” nel 1895. Era la prima volta che un artista si soffermava ad analizzare in modo approfondito il difficile periodo dell’adolescenza e dei suoi fantasmi. Se guardiamo attentamente la figura rappresentata, noteremo che ha il volto giovane di una ragazzina, ma il suo corpo sta attraversando la pubertà e presto diventerà adulta. In questo complesso periodo il suo fisico subisce dei cambiamenti, ma la sua mente è ancora legata ai giochi e alla sua infanzia.

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La stessa attenzione per le problematiche adolescenziali ritorna nell’immagine della fotografa olandese Rineke Dijkstra, con una serie di aggiornamenti legati alla evoluzione dei costumi.

Théodore Géricault e David LaChapelle

Nei momenti critici del cammino della Storia, spesso l’artista con le sue opere riesce ad assumere un ruolo profetico mostrandoci chi siamo e dove stiamo andando. Cosi fece Theodore Gericault con la sua visionaria opera “La zattera della Medusa”, dove dipinse l’umanità come un gruppo di naufraghi alla deriva.

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Così fa anche il controverso fotografo David LaChapelle con il suo elaborato scatto “Dopo il diluvio”. Entrambi gli artisti utilizzano corpi michelangioleschi per rappresentare una società confusa e senza direzione.

Jean Dominique Ingres e Man Ray

La posa in cui il fotografo surrealista Man Ray immortalò la splendida Kiki de Montparnasse è un evidente richiamo e insieme un sincero omaggio alla “Bagnante di Valpinçon”, del grande pittore neoclassico Jean Dominique Ingres. A lei fa direttamente riferimento il turbante orientale.

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Entrambe le donne erano per gli artisti l’archetipo di modella, amante, musa e ideale di bellezza. Il fotografo inserisce anche una nota folle con le chiavi di violino, per rimarcare che per un artista una donna può essere, come il violoncello, anche strumento per fare arte.

Paul Gauguin e Gary Winogrand

Paul Gauguin dipinse “Ta matete” (il mercato) a Tahiti nel 1892, mentre Gary Winogrand scattò la sua foto “World’s fair” (la fiera del mondo) nel 1964 a New York.
La parabola del mondo come chiacchiera si rifà al filosofo tedesco Martin Heidegger, che scrisse: “La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile”.

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Questo concetto fa da sfondo al quadro di Gaugain e alla foto di Winogrand, entrambe opere che esprimono una malcelata vena di misoginia.

Francis Bacon e Antoine d’Agata

Senza arrivare alla violenza sessuale, nel sesso esiste una zona grigia di comportamenti ambigui, dove spesso emergono delle componenti di brutalità e sottomissione. Violenza e aggressività sono a volte così intrinsecamente intrecciate al piacere, da far pensare che ne siano elementi imprescindibili.

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Tutto ciò è espresso in modo assolutamente non ambiguo nella tela di Francis Bacon e risuona in maniera altrettanto esplicita nelle fotografie di Antoine d’Agata, il controverso fotografo francese che paga le prostitute per fotografarle mentre sono impegnate in un rapporto con il loro cliente.

Henri Matisse e Mario Giacomelli

All’inizio degli anni sessanta il fotografo Mario Giacomelli inizia a frequentare come visitatore il seminario vescovile di Senigallia. Qui è attirato soprattutto dalle potenzialità “grafiche” delle talari scure, che risaltano come potente elemento grafico sullo sfondo chiaro.

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Un giorno fotografa, da un abbaino, un girotondo. È forse questa la sua immagine più nota. I giovani seminaristi si tengono per mano componendo un grande cerchio dove uno di loro è in mezzo. Lo stacco tra il bianco del terreno e il nero delle vesti, accentuato in camera oscura, è nettissimo. È netto come quello tra le campiture di blu, verde e rosa della Danza di Matisse.

Lucio Fontana e William Eggleston

Il rosso è definito da Kandinskij “vivo, acceso e inquieto” e viene fondamentalmente collegato al tema dell’energia vitale. Lüscher afferma che la percezione del rosso è, tra tutte, quella che produce l’effetto eccitante più intenso. Osservando a lungo il rosso il respiro si fa più veloce e la pressione sanguigna aumenta.

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Il rosso è eccitazione, desiderio e amore sensuale. Lucio Fontana lo incide con la lama, William Eggleston lo fa attraversare dai fili della luce, ma entrambi gli artisti paiono arrendersi alla strabordante potenza di questo colore.

Giorgio De Chirico e André Kertész

Nel 1892 l’ingegnere ferroviario Evaristo De Chirico, palermitano, padre del noto pittore, iniziò la costruzione di una piccola linea ferroviaria nella Penisola di Pelion in Tessaglia, nella Grecia Nord-Occidentale. La ferrovia collegava Volos con il paese montano di Milies, l’ingegner Evaristo portava spesso con sé il figlio sul cantiere e il piccolo Giorgio ebbe così l’occasione e l’opportunità di osservare a lungo questo strano mezzo di trasporto.

Treno

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Più tardi quest’oggetto misterioso che sbuffa e fa fumo lo ispira e comincia ad apparire, a partire dal 1912, in diverse sue opere. Simbolo di un viaggio misterioso verso mete sconosciute. Viaggio che ritorna anche nell’immagine del grande fotografo ungherese André Kertész.

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