IL TARZAN SELVAGGIO DI JOE KUBERT

IL TARZAN SELVAGGIO DI JOE KUBERT

Oltre che nei fumetti dei quotidiani, Tarzan ha avuto una gloriosa storia nei comic book (gli albi a fumetti americani) grazie ad autori eccezionali come Russ Manning e Joe Kubert.

Nel 1972 la gestione dei comic book di Tarzan passa dalla declinante casa editrice Gold Key/Western (come abbiamo visto qui) alla Dc Comics diretta da Carmine Infantino.


L’autore scelto per rilanciare il personaggio è Joe Kubert (1926-2012), uno dei più importanti disegnatori americani, che per l’occasione si cimenta anche come sceneggiatore.
Questa versione di Tarzan potrebbe essere la risposta al Conan della Marvel, che sta mietendo grandi successi, ma qualcosa andrà storto.

Nato in una povera famiglia ebrea immigrata dalla Polonia, Joe Kubert inizia a lavorare nel mondo dei fumetti alla tenerissima età di 11 anni in qualità di inchiostratore. Negli anni quaranta è tra i disegnatori di Hawkman della Dc Comics.
A differenza della quasi totalità dei disegnatori di comic book, per tutta la vita Kubert preferirà inchiostrarsi sempre da solo.

Nella prima metà degli anni cinquanta Kubert raggiunge la maturità artistica disegnando fumetti di vario genere per la piccola e raffinata casa editrice St. John Publications.
In questo periodo realizza anche alcuni fumetti in 3D da leggere con gli occhialini usati per vedere i film al cinema, vantandosi pubblicamente di esserne l’ideatore. Esiste una discussione verbalizzata in cui Bill Gaines, l’editore della Ec Comics, lo sbugiarda facendogli ammettere che l’inventore in realtà è stato, nel 1953, il disegnatore e futuro produttore di film Norman Maurer. Ma ancora nei primi anni ottanta Kubert si presenta come l’inventore dei fumetti 3D ad Alfredo Castelli, che come tale lo intervista per un numero di Eureka dedicato all’argomento. Da questo e altri episodi si desume che l’uomo Kubert non fosse all’altezza dell’artista.

Dal 1959, il personaggio a cui Kubert dedica le maggiori attenzioni è sicuramente il Sergente Rock.

Ideato dallo sceneggiatore Robert Kanigher (1915-2002), Rock ha la caratteristica di essere un uomo normale, all’opposto del semisupereroico Sergente Fury di Stan Lee e Jack Kirby.

Nelle storie di Kanigher i nemici tedeschi non sono descritti come mostri, a differenza di quanto accade negli altri fumetti dell’epoca (soprattutto inglesi), ma degli uomini con gli stessi sentimenti degli americani. Fatto notevole, se si considera anche che Kanigher e Kubert erano ebrei (come la maggioranza degli autori di punta e dei dirigenti Dc e Marvel fino agli anni sessanta).

Dopo uno sfortunato tentativo nei fumetti per i giornali quotidiani con i Berretti Verdi, striscia ambientata nella guerra del Vietnam in controtendenza con la contestazione giovanile, scritta da Robin Moore, dal 1967 al 1976 Joe Kubert diventa direttore di alcuni comic book della Dc Comics.
Non amando i supereroi, Kubert confeziona solo albi di personaggi avventurosi privi di poteri straordinari, anche per questo nessuno di essi avrà un successo duraturo. Tarzan, che realizza personalmente per i testi e le matite, rappresenta il suo personaggio più riuscito e, allo stesso tempo, l’insuccesso più cocente.

La Dc Comics continua la numerazione della Gold Key/Western, quindi il primo numero di Tarzan è il…

N. 207

I disegnatori di Tarzan si distinguono tra quelli che lo raffigurano come un lord inglese, a partire da Hal Foster, e quelli che lo rappresentano come un selvaggio, da Burne Hogarth. Negli anni settanta, il lettori americani trovano queste opposte versioni pubblicate insieme: il Tarzan-lord nelle tavole domenicali di Russ Manning e il Tarzan-selvaggio nei comic book di Joe Kubert.

In Italia, il Tarzan di Kubert viene presentato a partire dal 1974 dalla casa editrice Cenisio, che precedentemente aveva pubblicato la produzione della Gold Key.

Il primo numero della Dc, oltre all’inizio delle origini di Tarzan a puntate, presenta in appendice un altro personaggio di Edgar Rice Burroughs (1875-1950) creato nel 1912: John Carter di Marte, ispiratore di Buck Rogers (1929) e Flash Gordon (1934).

La prima puntata è scritta da Marv Wolfman (veterano della Marvel) e disegnata da Murphy Anderson (1926-2015). Anderson era un autore privo di fantasia, pur avendo disegnato fumetti di fantascienza sin dagli anni quaranta per la Fiction House. Come inchiostratore di Curt Swan su Superman, invece, era inarrivabile. La freddezza glaciale del segno essenziale di Swan veniva ravvivata dal calore umano del tratto decorativo di Anderson.

Ai tempi del Far West, John Carter sfugge ai pellerosse rifugiandosi in una caverna.

 

 

La caverna è una sorta di varco interdimensionale che trasporta John Carter su Marte senza usare il missile.

Che Marte fosse abitato da alieni era una convinzione indotta agli anglosassoni da una ambigua traduzione delle opere dell’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli, il quale, alla fine dell’ottocento, aveva creduto di scorgere con il telescopio dei canali sulla superficie del pianeta rosso. Mentre in italiano un canale può essere sia naturale (il canale di Sicilia) sia artificiale (il canale di Suez), in inglese channel è sempre artificiale.
Peraltro, in realtà, su Marte non esiste alcun tipo di canale: né naturale né artificiale. Schiaparelli aveva semplicemente visto male con le limitate apparecchiature dell’epoca, però ebbe il merito di dare la stura ai romanzi con i marziani e gli alieni in generale, a partire da “La guerra dei mondi” di H.G. Wells.

 

Tutti i maschi del Marte burroughsiano sono brutti ceffi con quattro braccia, mentre le donne sono delle figone con due braccia soltanto.

 

Pubblicità dell’albo di Korak, il figlio di Tarzan, disegnato da Frank Thorne, futuro autore di Red Sonja per la Marvel.

All’interno, dato che questo è un primo numero speciale con più pagine della norma, ci sono anche l’inizio di altre due famose serie di Burroughs: Pellucidar e Carson di Venere.
Tutto materiale pubblicato in Italia nell’albo di Tarzan della Cenisio. I disegni di Mike Kaluta per Carson di Venere sono terribilmente suggestivi.

N. 208
Continuano le origini di Tarzan, e inizia la rubrica della posta assente nell’edizione della Gold Key. Gli scriventi (evidentemente invitati) sono personaggi noti, in particolare Philip Jose Farmer, scrittore di fantascienza e grande esperto degli eroi delle pulp (Tarzan, Doc Savage, The Shadow eccetera).

Le ormai stranote origini di Tarzan prendono in tutto quattro numeri.

N. 211
Joe Kubert, non riuscendo a tenere il ritmo di un episodio al mese, in questo numero usa l’espediente di disegnare solo le prime pagine per poi proseguire con una storia realizzata da Burne Hogarth per i quotidiani: “La terra dei giganti”, pubblicata nelle tavole domenicali del 1942.

 

 

Dalla terza vignetta i disegni sono di Burne Hogarth

 

N. 212
In questo numero Kubert adatta un racconto breve di Tarzan scritto da Burroughs.

Carrellata sui disegnatori di Tarzan.

 

 

 

Dal N. 213 al 218 ci sono altre storie autoconclusive. Tutte un po’ insipide: il laconico Kubert non possiede la densità narrativa di Burroughs, preferisce puntare tutto sulle immagini. E poi non è un vero sceneggiatore.

Le vendite, dopo il picco delle 385mila copie nel 1967 grazie a Russ Manning, nel 1972 scendono a 209mila. Non sono molte per l’epoca, dato che i comic book venivano venduti a soli 20 centesimi, ma neanche poche.

N. 219-223
In ben cinque puntate viene presentato l’adattamento del secondo romanzo di Burroughs, quello ambientato a Opar, l’antico avamposto di Atlantide.

 

Purtroppo la città di Opar non è disegnata come quella di Russ Manning, bellissima nella sua modernità adeguata alla fantascientifica Atlantide, che abbiamo ammirato nell’articolo “Il fantastico del novecento nasce da Tarzan”. Le architetture di Kubert sono sempre convenzionali, come un po’ tutto il resto: il suo immaginario, similmente al comunque più creativo Frank Frazetta, è fermo alle pulp degli anni trenta.

La solita regina La tenta il sacrificio umano con l’aiuto dei suoi sudditi semiscimmieschi assetati di sangue: come in John Carter i maschi di Burroughs sono tutti delle bestie, mentre le femmine figone sono infoiate dall’eroe che non si concede loro.

Dal N. 224 riprendono gli episodi autoconclusivi, nel 226 viene pubblicata una storia ricavata dai fumetti sindacati di Russ Manning.

Dal 227 prendiamo questa pagina singola dedicata agli animali selvaggi.

N. 228
Tarzan contro un dinosauro dall’aspetto troppo da erbivoro, malgrado i canini, per essere così aggressivo.

 

N. 230
Il direttore generale Carmine Infantino decide di trasformare i comic book della Dc da mensili monografici di 32 pagine (una decina delle quali di pubblicità) in bimestrali antologici di 96. L’esperimento, che coinvolge anche gli albi dei supereroi come Superman e Batman, si rivelerà un insuccesso perché salvo la storia principale il resto degli albi è composto da ristampe.

Io già compravo i comic book americani e, pur essendo un ragazzino, mi andava di lusso leggere i fumetti degli anni quaranta (come The Guardian and the Newsboy Legion di Joe Simon e Jack Kirby stampato con gli impianti originali), ma la maggioranza dei lettori mainstream sicuramente non sopportava tutto quel “vecchiume”.

 

Nel 1973 le copie vendute scendono sotto le 200 mila.

N. 231
“Tarzan e l’uomo leone”, che inizia in questo numero, è uno dei romanzi più curiosi di Burroughs.

 

Godiamoci, in appendice dello stesso albo, un episodio del figlio di Tarzan, Korak, scritto da Robert Kanigher e disegnato da Alex Niño.

Il grande disegnatore filippino si trova più a proprio agio nelle storie di fantascienza, indimenticabili quelle che realizzerà per la rivista 1984 della Warren, ma anche qui fa faville.

 

 

 

 

 

 

 

N. 232
Sempre nel poco conosciuto romanzo “Tarzan e l’uomo leone” abbiamo dei gorilla intelligenti che parlano un inglese forbito nella Londra di Enrico VIII posta nel cuore dell’Africa.

 

Uno scienziato pazzo ha trapiantato cervelli umani nei corpi degli scimmioni…

… e ha anche involontariamente modificato il proprio aspetto iniettandosi cellule di giovani gorilla particolarmente trattate.

Una via di mezzo tra il dottor Frankenstein e l’Alto Evoluzionista della Marvel. Questo per ricordare che le storie originali di Tarzan sono spesso intrise di elementi fantascientifici, sempre ignorati dalle versioni cinematografiche.

Una pagina dedicata ai tre principali disegnatori filippini, tra i molti che lavoravano per l’America nei primi anni settanta: ancora Alex Niño, che ricorda le stampe giapponesi; Nestor Redondo, che sembra rifarsi alle stampe rinascimentali; Alfredo Alcala (noto per le chine su John Buscema in Conan), con lo stile identico alle stampe europee dell’ottocento.

“Tarzan e l’uomo leone” finisce nel numero 234, in cinque puntate piuttosto diluite, contro le due puntate tipiche degli episodi di Russ Manning per la Gold Key. Joe Kubert, come sceneggiatore, è lento e poco consistente, interessato quasi unicamente alle sequenze di immagini.

N. 235
Per farci un’idea delle sceneggiature di Kubert, esaminiamo un episodio autoconclusivo non ispirato a romanzi o a racconti di Burroughs.

Come al solito, un aereo precipita nella “giungla”.

 

 

La sopravvissuta spiega a Tarzan che è alla ricerca di una pianta in grado di guarire il sistema nervoso del fratello che l’accompagna. Tarzan, duro, risponde che li riporterà al primo avamposto bianco (l’Africa all’epoca del Tarzan burroughsiano era praticamente tutta divisa in colonie europee).

Di notte, la ragazza fa la smorfiosa con Tarzan, il quale le chiede se sarebbe disposta a dargliela per ottenere quello che vuole. Lei, con aria fintamente sofferta, risponde sì. Allora lui la manda a quel paese nella migliore tradizione burroughsiana, anche se qui scrive Kubert.

I due vogliono i vegetali miracolosi a tutti i costi e Tarzan, alla fine, è costretto a seguirli per proteggerli in quella zona particolarmente pericolosa.

 

 

 

Il trio si ritrova in mezzo agli uomini lucertola. Siccome la ragazza è una figona, loro promettono di darle quello che cerca.

Lei approfitta del fatto che i lucertoloni la trovino altamente copulabile per rivoltarli contro Tarzan, accusandolo di essere venuto fin lì per rubargli il cibo.
Lo fa parlando in inglese, visto che la capiscono? Mah.

La ragazza, tutta eccitata, urla ai lucertoloni di farlo a pezzi.

 

Alla fine, i lucertoloni si rompono le balle e abbandonano tutti e tre su uno scoglio lacustre.

La ragazza rivela finalmente a Tarzan che il ragazzo insieme a lei non è il fratello, ma il fidanzato, e che volevano rivendere le piante dai poteri miracolosi alle aziende farmaceutiche.

 

 

Kubert, che non sa inventare, disegna il solito serpentone acquatico monocornuto.

Il capo dei lucertoloni, colpito dal valore di Tarzan, libera tutti e consegna i funghi tanto bramati.

La solita sgualdrina fa precipitare Tarzan, e chi s’è visto s’è visto.
Sicuramente è ancora incazzata perché lui non aveva accettato i suoi favori (mai dire no a una femmina).

I due fetenti fanno picnic con i funghetti.

Tarzan, vedendoli scendere trasformati in lucertoloni, capisce perché nessuno era mai tornato da quel posto.

Malgrado la storia sia ben costruita, leggendo gli scarni dialoghi si capisce perché il Tarzan di Kubert non ha successo: il personaggio è taciturno e quando parla, sempre con poche parole, risulta antipatico. Tutto il contrario del Conan vitalistico e puttaniere di Roy Thomas per la Marvel.
Inoltre, come abbiamo detto, Kubert fa in modo che la sceneggiatura sia al servizio dei disegni, non viceversa. Come risultato abbiamo episodi disegnati in maniera splendida, ma freddi. Diversamente da quello che i disegnatori credono, i lettori comprano i fumetti per le storie, non per le belle immagini.
Un vero peccato perché Joe Kubert è uno dei più grandi disegnatori della storia del fumetto e il suo dinamismo nelle tavole poco affollate di Tarzan ha raggiunto livelli altissimi. Forse dal punto di vista grafico hanno nuociuto le chine fatte di linee nervose che non si chiudono mai, poco apprezzate dai lettori di comic book.

Con il numero 236, Tarzan torna a essere un mensile di 32 pagine. Anche gli altri comic book della Dc ritornano al formato di prima.
Kubert, scazzato per lo scarso successo, abbandona i disegni limitandosi a schizzare le tavole per disegnatori filippini non particolarmente dotati come Franc Reyes. In alcuni numeri, vengono rimontate alcune storie con le strisce di Russ Manning.

Dal numero 239 prendiamo questa pagina promozionale per mostrare che ancora nel 1975 la Dc non punta solamente ai superoeroi. Però le serie “avventurose” (ultima striscia della pagina), in gran parte influenzate dal successo marvelliano di Conan, chiuderanno tutte nel giro di pochi numeri.
Il mio personaggio preferito è Stalker, scritto da Paul Levitz e disegnato dall’incredibile coppia formata da Steve Ditko e Wally Wood (inedito in Italia).

Dal numero 240 al 243 i filippini Franc Reyes e Rudy Florese adattano un racconto lungo di Burroughs (“Tarzan and the Castaways”), con Tarzan che naufraga in un’isola dell’Atlantico abitata dai maya. Solo le copertine sono di Kubert.

 

Nei numeri successivi continuano ad alternarsi disegnatori filippini, finché, dal 250, il barese Joe Orlando subentra come direttore della testata al posto di Kubert. Il quale, dopo il declinare del genere bellico e il semifallimento di Tarzan, nel 1976 pensa bene di fondare una scuola del fumetto (disegnare supereroi non gli è mai piaciuto, come abbiamo già detto). Continua però a realizzare qualche fumetto, disegnando nel 2001 uno strepitoso Tex gigante per la Bonelli.

Ai testi di Tarzan va il pessimo marvelliano Gerry Conway e ai disegni l’argentino Jose Luis Garcia-Lopez, con il suo stile troppo accademico per quanto dinamico: adattano il romanzo “Tarzan the Untamed” in ben sette numeri, mentre la versione di Manning era durata, al solito, due.

Le copie vendute dal comic book nel 1975 sono precipitate a 143mila: forse troppo poche per una testata che deve versare una percentuale ai proprietari dei diritti di Tarzan.

Negli ultimi due ultimi numeri, prima dello scadere della licenza, vengono ristampati episodi di Kubert.

In Italia, il mensile di Tarzan pubblicato dalla Cenisio ha mescolato la produzione della Dc con le strisce sindacate: addirittura con quelle del terrificante Rex Maxon in bianco e nero. Per non parlare di quelle poco professionali prodotte in Italia o in altri Paesi d’Europa. A un certo punto arrivarono anche storie realizzate apposta in America per il mercato europeo, con qualche inedito del grande Russ Manning (che con le tavole domenicali di Tarzan faceva la fame), e i primi lavori di future stelle come Bill Wray e Dave Stevens, ancora del tutto ignoti negli Stati Uniti.

Nel 1977 il più famoso personaggio di Burroughs passa alla Marvel.
Questo periodo, malgrado inizialmente gli episodi fossero realizzati da Roy Thomas e John Buscema, è abbastanza da dimenticare per la sua banalità, malgrado qualche tavola particolarmente riuscita. Sono gli anni più bassi della Marvel, prima della riscossa di Jim Shooter.

 

In Italia la produzione Marvel è stata pubblicata solo in tempi recenti dalla Epierre di Gianni Bono, che già era stato il curatore degli albi Cenisio.

Una edizione, purtroppo, con i neri così impastati da rendere quasi irriconoscibile il tratto di Buscema.

Notiamo, di sfuggita, che la fortezza di Opar ancora una volta non è quella fantastica di Manning.

Riassumendo, la produzione di Tarzan nei comic book americani si divide così: la Dell ha realizzato 131 numeri, dal 1948 al 1962; la sua costola Gold Key/Western 75, dal 1962 al 1972; la Dc Comics 52, dal 1972 al 1977. Infine la Marvel 29, dal 1977 al 1979.
Più recentemente, la Dark Horse ha ripreso Tarzan in maniera sporadica con alcune miniserie.

Contatto E-mail: info@giornale.pop

1 commento

  1. Ci fu anche il Tarzan della Malibu, a mia fallace memoria immediatamente precedente la versione Dark Horse… un interessante -ma incostante- tentativo di svecchiare il personaggio, che suggerì un paio di trovate grafiche al Tarzan Disney. Lo ricordo strutturato in miniserie dalla qualità inversamente proporzionale alla lunghezza.

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