IL SILENZIO DEI PROSCIUTTI E DELLA COMICITÀ

IL SILENZIO DEI PROSCIUTTI E DELLA COMICITÀ

Il silenzio dei prosciutti (1994), scritto, diretto, interpretato e addirittura prodotto da Ezio Greggio, essenzialmente è un film attraente quanto una carriera da indossatore per un individuo affetto da malattie veneree. 

Tutto pare una roba molto italiana e molto alla caz*o de cane, venuta in mente a un bambino di dieci anni poco sveglio, anziché una commedia scritta da un comico di professione. Eppure, Il silenzio dei prosciutti mette in risalto l’amore di Ezio Greggio per il cinema.

La bussola di Greggio ha sempre puntato a Occidente: è uno alla ricerca della sua America, più chimera che America, però. Troppo lontana e troppo idealizzata, esisteva prevalentemente nella sua testa. Considerando pure l’amicizia con Mel Brooks, non c’è da sorprendersi che Il silenzio dei prosciutti sia una parodia sui generis.

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In quel periodo il filone commedia/parodia stava andando alla grande. Major LeaguePalle in canna, Hot Shots!Il giallo del bidone giallo… film che venivano fuori a nastro. Addirittura, meno di un anno prima era uscito Fatal Instinct, una parodia di Fatal Attraction e Basic Instinct piuttosto simile a Il silenzio dei prosciutti.

Pure Fatal Instinct venne preso a fischi e pernacchie all’epoca, però meno del film di Greggio. Perché? Perché le parodie a volte funzionano e a volte no. Il punto è che la commedia è un genere abbastanza difficile, un gioco di equilibri delicati.

Basta sbagliare una battuta o i tempi e tutto viene giù come un castello di carte. Certo non si può dire che Ezio Greggio non ci abbia provato. Cerca disperatamente lo stile de L’aereo più pazzo del mondo, Balle spaziali e Una pallottola spuntata mentre punta allo psico-thriller, all’epoca recente, prendendo di mira (chissà perché) Psycho.

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Di conseguenza il film comincia con Ezio Greggio mentre viene pugnalato nella doccia. Una voce fuori campo, la sua, spiega e domanda: “… Perché sono stato pugnalato? Forse perché sapevo troppo? Forse sapevo abbastanza, oppure troppo poco?… O forse per la mia cuffia da doccia?”. Dopodiché, stacco e la scena si sposta a Los Angeles.

Già qui si iniziano a capire un po’ di cose. Questa sequenza è una bella panoramica della nostra Venezia: piazza San Marco, i canali, le gondole e via dicendo. In basso, invece, la didascalia dice Los Angeles, California. Perché nella zona di Marina del Rey a Los Angeles c’è il quartiere di Venice. Capito?… Venezia, in inglese Venice… Le risatone, proprio.

Ci si doveva aspettare già dal titolo su dove volesse andare a parare il film. Appunto, il titolo con cui è uscito in America è The Silence of the Hams, tradotto alla lettera con Il silenzio dei prosciutti. Un doppio senso basato su The Silence of the Lambs, cioè il silenzio degli agnelli, titolo originale de Il silenzio degli innocenti.

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Il titolo originale fa riferimento a un passaggio del film in cui Hannibal Lecter definisce “innocenti” gli agnellini che Clarisse Starling, il personaggio di Jodie Foster, sogna di notte. L’adattamento italiano salta il riferimento per il senso generale del discorso di Hannibal.

Il silenzio dei prosciutti non fa altro che basarsi su doppi sensi. 

L’intero film non è altro che una snervante, infinita e spesso squalliduccia sequela di doppi sensi.
Questo, almeno, quando non si perde nel tentativo di fare satira basata praticamente su ogni evento degno di nota dei primi anni novanta. Per esempio, sottolineando quanto siano violente le strade degli States con una parodia del pestaggio di Rodney King.

Oppure, citazione a Quel pomeriggio di un giorno da cani e alle classiche sparatorie del cinema poliziesco anni settanta, per dire quanto sia pericolosa la libera circolazione delle armi.
Comunque, questi due che si stanno pigliando a schiaffi qui sotto, quello con l’impermeabile grigio e il tizio steso a terra, sono, rispettivamente, John Carpenter e Joe Dante.
 

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Chissà per quale motivo hanno accettato di fare un cameo ne Il silenzio dei prosciutti. A ogni modo, dopo quasi venti minuti, viene introdotto Billy Zane nella parte del detective dell’Fbi Jo Dee Fostar.

A questo punto le battute smettono di essere “attuali” e si limitano a essere semplicemente appiccicate con lo sputo a una serie di gag slapstick, per lo più copiate da Una pallottola spuntata. Tipo il supervisore di Jo Dee coinvolto in una mezza dozzina di incidenti in cinque minuti uguale-uguale a Nordberg, il personaggio di O.J. Simpson, facilmente incline agli incidenti. 

A Jo è affidato il caso del serial killer che in un mese ha ucciso centoventi persone terrorizzando la città. Quindi decide che il punto migliore da cui partire è rivolgersi al dottor Animal Cannibal Pizza. Un Dom DeLuise che indubbiamente ci prova con tutto se stesso e che ha visto, altrettanto indubbiamente, giorni molto migliori.


Il segmento successivo del film abbandona Il silenzio degli innocenti per collegarsi a Psycho, con Jane (Charlene Tilton, per anni la “giovane” Lucy in Dallas), la fidanzata di Jo Dee, che decide di fregarsi mezzo milione di dollari dallo studio dove lavora e darsi alla macchia.

Alla fine, Jane in fuga si imbatte nel Cemetery Motel, gestito da Antonio Motel. In pratica Ezio Greggio che interpreta Ezio Greggio facendo smorfie, giochi di parole ovvi e battute abbastanza fiacche, tipiche dei cinepanettoni dei primi anni novanta. 

Per quel che riguarda Il silenzio dei prosciutti non c’è altro da dire: in linea di massima, tutto è ispirato a Psycho e Il silenzio degli innocenti. Introduzione e intreccio praticamente coesistono nei primi venti minuti di film, dopodiché si avanza stancamente tra una gag e l’altra, trascinatissime per i capelli fino alla fine.


Il silenzio dei prosciutti è un film sconcertante. Sconcertante perché in poco meno di novanta minuti, si può praticamente assistere al letterale inaridimento della comicità che, freddura dopo freddura, secca, appassisce e muore. Il punto è che uno capisce pure il nonsense, la comicità basata sull’iperbole. Fino a un certo punto, però. 

La comicità è questione di equilibri e tempi, già è difficile così. Figuriamoci nel momento in cui fai una battuta, una gag che essenzialmente non funziona e, non contento, la ripeti ancora e ancora. Se non ha funzionato la prima volta cosa ti fa credere che funzionerà alla ventesima? Ecco, questo è il problema de Il silenzio dei prosciutti.

Invece di costruire una trama su cui poi sviluppare gli espedienti comici, Greggio (forse per inesperienza, forse per limiti suoi) ha sfruttato, fino ai limiti dell’inverosimile, il doppio senso. Pensando erroneamente che il pubblico potesse apprezzare un’ora e mezza di speculazione matta e disperatissima sul tema.


Il silenzio dei prosciutti è un film terribile, ma ha comunque una, come dire… sua dimensione particolare. In pratica, il film è talmente pieno di citazioni e riferimenti che diventa addirittura difficile provare a beccarli tutti. Cosa che, sotto un certo punto di vista, lo rende interessante.

Inoltre, c’è da menzionare il cast: al di là di cameo di gente come John Carpenter, Joe Dante e Mel Brooks, ci sono attori di tutto rispetto. Come Dom DeLuise, Rip Taylor, Shelley Winters, John Astin (l’originale Gomez Addams). C’è persino Wilhelm von Homburg. Per gli amici Vigo il Carpatico, Vigo lo Schifato e perché no, Vigo la Sporcacciona. 

Soprattutto, c’è Martin Balsam. Cioè, Balsam che nell’originale Psycho interpretava il detective Arbogast e qui, ne Il silenzio dei prosciutti, riprende esattamente lo stesso ruolo. Trentaquattro anni dopo, reinterpreta il personaggio in una parodia comica. In effetti, quanti film possono vantare una cosa simile?


Alla fine della fiera, questa specie di esperimento di Ezio Greggio è un film riuscito? No. Assolutamente no. Soprattutto se contestualizzato nel periodo in cui è uscito, all’apogeo delle parodie demenziali. Però, gli va riconosciuto il merito di averci provato. Non solo a uscire dagli schemi, ma di aver provato a tirar fuori un minimo di carattere.

Aver tentato di fare un prodotto con un minimo di appeal internazionale, in grado di scavalcare le Alpi e uscire da un contesto provinciale. Alcune cose hanno funzionato e funzionano ancora, molte altre… divertenti quanto una malattia venerea. Al netto dei suoi difetti, comunque rimane buono per giocare a “trova la citazione”.

Detto questo, credo sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.



(Da Il sotterraneo del Retronauta).



2 commenti

  1. Cit. “…reinterpreta il personaggio in una parodia comica. In effetti, quanti film possono vantare una cosa simile?”
    Ci sarebbe Riposseduta, anche se mi pare che il personaggio di Linda Blair non conservasse lo stesso nome.

  2. E il cameo finale di John Hurt in Balle Spaziali.

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