IL NOME E IL COGNOME NON BASTANO PIÙ

IL NOME E IL COGNOME NON BASTANO PIÙ

Nel mondo esistono 7,5 miliardi di persone identificate da nome e cognome. Poiché molte hanno lo stesso nome e cognome può succedere che qualcuna venga confusa con qualcun’altra.
L’identificazione delle persone è diventata un problema difficile da risolvere. La gente si sposta, frequenta gli aeroporti, usa prodotti tecnologici che contengono informazioni riservate. Fino a oggi per identificare una persona si ricorreva al nome, al cognome e, dagli anni settanta, al codice fiscale. Nell’antichità si ricorreva solo al nome perché i paesi erano piccoli e tutti si conoscevano. Solo i nobili e i borghesi avevano più di un nome soprattutto per fregiarsi di quello di qualche antenato illustre. Ma con il crescere della popolazione l’identificazione di una persona cominciò a diventare più difficile. Molte leggi locali imposero l’uso del nome e cognome ai fini dell’identificazione certa. Lo scopo era la riscossione delle tasse e in seguito la leva militare.
La Controriforma, alla fine del Cinquecento, impose che il nome fosse seguito dal cognome. Il cognome passava dal padre ai figli. La donna sposata assumeva quello del marito. Attualmente si stanno affermando altri sistemi di identificazione.

Il riconoscimento facciale

Tunnel dell’aeroporto di Dubai con 80 telecamere per il riconoscimento facciale

All’aeroporto di Dubai un tunnel dotato di 80 telecamere riprende il passeggero da diverse angolazioni per il riconoscimento facciale. Un programma elabora le immagini in modo da distinguere il volto dallo sfondo, quindi un algoritmo confronta lo schema ottenuto con una raccolta di fotografie. Il sistema è ancora in fase sperimentale e gli errori sono frequenti.
Molti si preoccupano della possibile schedatura dei cittadini da parte di un governo autoritario. Temono anche che un singolo cittadino possa essere identificato sui social e preso di mira da qualche squilibrato con comportamenti persecutori.

Rilevamento dell’iride

Riconoscimento dell’iride

Il riconoscimento dell’iride è una tecnologia che con una telecamera riprende l’iride. Questa tecnologia è in grado di rilevare i movimenti della pupilla in modo da non farsi “imbrogliare” da una foto. Occorre inserire nel database le immagini dell’iride della persona che si sottopone al riconoscimento. Questo consente al rilevatore di confrontare le immagini riprese con i video immagazzinati. L’iride è diversa per ogni persona. Di solito questa tecnologia è integrata dal rilevamento facciale e dalle impronte digitali..

Le impronte digitali

Lettore di impronte digitali sotto lo schermo dei cellulari

Le impronte digitali sono le sottili creste di pelle sui polpastrelli delle dita. Pare siano esclusive di ogni persona. Non si modificano con il tempo. Alcuni costruttori di cellulari sono ricorsi al lettore di impronte digitali per impedire a un eventuale ladro di accendere il telefono.
I primi documenti firmati con l’apposizione di un’impronta risalgono al 500 avanti Cristo, a Babilonia e in Cina.

Lettore di impronte digitali

Esistono dei pratici ed economici lettori di impronte digitali che si possono collegare ai vecchi computer. Servono ad accedere al pc senza digitare ogni volta la password. Inoltre non consentono agli estranei di accedere al computer.

Poiché il sistema è ancora imperfetto lo si associa al riconoscimento facciale, soprattutto per l’accesso a banche online.

La rilevazione delle impronte per il riconoscimento è usata soprattutto per indagini di polizia: a chi è incorso in un fermo vengono rilevate le impronte che poi vengono conservate negli archivi.

Analisi e comparazione del Dna

Il Dna

Verso la fine del Novecento si è aggiunto agli strumenti di identificazione l’analisi del Dna. Il Dna è l’impronta genetica di ogni uomo. Esistono delle parti del Dna che variano da una persona all’altra permettendo l’identificazione.

Ricerca di tracce di Dna sulla scena del crimine

L’Italia si sta adeguando agli altri paesi europei con la creazione di una banca dati del Dna. Questo sta già consentendo di riaprire vecchi casi irrisolti.

Impianto di microchip sotto la pelle

Uno dei sistemi di identificazione che ha destato maggiore opposizione è l’inserimento di microchip sotto la pelle. È l’applicazione usata per identificare i cani e combattere il randagismo. In parecchie organizzazioni che custodiscono dati sensibili sono stati impiantati microchip sul personale. Ufficialmente la cosa è stata fatta per sveltire il loro riconoscimento quando accedono alle zone riservate. Nella foto sopra vediamo una manifestazione avvenuta negli Stati Uniti, a Palm Beach, contro l’inserimento del microchip sottopelle. Si voleva dotare di microchip i malati di Alzheimer. Alcuni commentatori paventano scenari apocalittici cioè che attraverso i microchip si organizzi il controllo di tutta la popolazione.

L’istituzione del codice fiscale

Codice fiscale

Nel 1973 il ministro delle finanze Bruno Visentin ha introdotto il codice fiscale. Lo scopo era di rendere più facile ed efficiente la riscossione delle tasse. Il codice fiscale è un codice ispirato ai numeri che si usano nelle biblioteche per catalogare i libri, indicizzarli per argomenti trattati e segnalare dove si trovano fisicamente. Le prime sei lettere indicano il cognome e il nome, seguono due numeri per l’anno di nascita. La lettera che segue indica il mese di nascita. Seguono due cifre che indicano il giorno di nascita e il sesso: se il soggetto è una donna, al giorno di nascita viene aggiunto 40. Segue una lettera seguita da tre numeri che identifica il comune di nascita. Il codice fiscale termina con una lettera di verifica del codice. Purtroppo esistono dei codici uguali che devo essere cambiati.

Tessera sanitaria

Attualmente la tessera sanitaria riporta il codice fiscale e può essere usata in sua sostituzione. Le carte d’identità di ultima generazione riportano il codice fiscale.

Il cognome 

Codice napoleonico

Prima dell’introduzione del codice fiscale la popolazione italiana era identificata solo con il nome e il cognome. Il nome è quello attribuito al bambino quando lo si battezza o lo si iscrive allo Stato civile. Il cognome è il nome della famiglia che resta immutato e si tramanda. Dal 2014 in Italia anche il cognome della madre può passare ai figli. Possono passare ai figli  anche tutti e due i cognomi, quello della madre e quello del padre.

Napoleone Bonaparte

L’obbligo per tutti di avere un nome e un cognome lo si deve all’introduzione in Italia del codice napoleonico, anche se di fatto era già usato dalla fine del Cinquecento, salvo in alcune zone isolate del Sud Italia. L’Italia era divisa in tanti staterelli. Napoleone voleva uniformare le leggi e i costumi in tutta Italia eliminando le differenze fra stato e stato. Istituì lo Stato Civile, cioè un ufficio che aveva l’incarico di registrare tutti i cittadini con un cognome e un nome. Coloro che erano sprovvisti del cognome dovevano comunicare all’ufficio quale volevano assumere. Se non lo facevano, l’ufficiale di Stato Civile doveva attribuirgliene uno.

Registro parrocchiale

Nel 1563 il Concilio di Trento aveva obbligato i parroci a tenere i registri parrocchiali con i nomi e cognomi. Diversi parroci li tenevano già. Dovevano annotare I battesimi, i matrimoni e, dopo l’inizio del Seicento, anche le morti. Solo nei paesi più piccoli e sperduti molte persone si identificavano solo con il nome. Magari erano conosciute anche con un soprannome, per il mestiere esercitato o una caratteristica fisica. Quando dovettero scegliersi un cognome, la maggior parte scelse il soprannome.

Cognome derivato da un mestiere

Alcuni cognomi derivano dal mestiere esercitato come Piccapietra, che si riferisce al mestiere dello scalpellino. Ferrero, Ferro, Fierro, Ferretti sono tutti cognomi che derivano dal mestiere del fabbro un tempo era molto praticato perché si ferravano i cavalli e si rinforzavano le ruote dei carri con un anello di ferro. Forno, Fornaro, Forneris, Forner veniva attribuito ai fornai.

Edoardo Di Mauro: “Vocazione e Progetto”

Parecchi cognomi si sono formati a partire da nome del padre preceduto da “di” o “de” come Di Mauro o De Felice o, più raramente, dal cognome della madre come Di Annunziata. Ricordiamo anche D’Amico, D’Andrea, De Andrè, D’Anna, De Feo, De Sanctis, Del Greco. 

I notai e i preti che dovevano riuscire ad identificare con assoluta precisione le persone indicavano anche il nome del padre, il mestiere e le caratteristiche fisiche. In questo sito potrete fare ricerche sul significato del vostro cognome, sui vostri eventuali antenati e sulla diffusione in italia del vostro cognome. In questo potrete cercare di localizzare la provenienza.

Si dice che i cognomi italiani siano più di 25mila e che la loro varietà sia incredibile.

Cognomi di derivazione araba

Assedio di Siracusa, Arabi in Sicilia 878

Gli arabi conquistarono la Sicilia nel nono secolo. Esistono parecchi cognomi italiani di origine araba in Sicilia. Adesso si trovano anche al Nord a causa dell’emigrazione avvenuta negli anni sessanta. Citiamo Badalà o Vadalà, dell’arabo abd-allà, servo di Dio.  Caffaro deriva da kafer, miscredente; Morabito da morabit, eremita; Mulè da mawla, padrone. E poi ancora Sciortino deriva da surti, guardiano; Sodano da saudàn, negro; Zappalà da izzbin-Allah, “potenza in Allah”; Cabibbo da habib, amico o amato. Derivano da termini arabi anche Galiffi, Musumeci, Buscema, Cangemi, Farace, Fagalà, Garufi, Marabutto, Saladini, Tafuri e Macaluso, quest’ultimo da mahlus, liberato, forse significa “schiavo affrancato”.

Cognomi longobardi

Giuseppe Garibaldi

Dal II al VI secolo scesero in Italia i Longobardi. La radice longobarda pald/bald è presente nel cognome toscano Baldi e anche nel cognome dell’Eroe dei due mondi, Garibaldi. Deriva da gair=lancia e bald=abile cioè  abile con la lancia. Da nomi propri prendono origine anche Beltrami, con i derivati Beltramelli e Beltramo. Derivano da “corvo splendente”. L’uccello nero per noi è sinonimo di malaugurio, presso i Longobardi era invece considerato animale pari all’aquila e dunque sacro. Il diffusissimo Alberti, con i similari Alberta, Albertini, Albertario, Albertazzi, Aliberto, Aliberti, Albertis, Alberto derivano dal nome proprio germanico formato dai vocaboli athala (nobiltà) e berth (splendore), assegnato in seguito come cognome augurale.

I tre nomi dei nobili romani

Roma, musei vaticani, Busto di Caio Giulio Cesare

Molti studiosi sono convinti che prima dell’anno mille non esistessero cognomi in Italia, ma solo nomi. Secondo questa corrente di pensiero il medioevo avrebbe interrotto l’usanza romana dei tre nomi.
L’aristocrazia romana, come nel caso di Caio Giulio Cesare, aveva un prenome, cioè un nome proprio: in questo caso Caio. Seguiva il nome del clan nobiliare, in questo caso Giulio, in quanto appartenente alla gente Giulia. Infine il cognome della sua famiglia, cioè i Cesari. In epoca arcaica i romani avevano un solo nome, come Romolo, oppure due nomi all’uso sabino come Tito Tazio.

Annibale contro Publio Cornelioi Scipione Africano

Alcuni nobili romani avevano un quarto nome che era un soprannome. Nel caso di Publio Cornelio Scipione Africano, il soprannome “Africano” gli derivava dall’avere vinto il cartaginese Annibale in Africa.

Spartaco, lo schiavo che si ribellò a Roma guidando una rivolta

Gli schiavi in epoca arcaica non avevano diritto al nome, portavano quello del padrone seguito da -por che sta per puer, ragazzo. Per esempio, Gaipor era lo schiavo di Gaio. Poi gli schiavi ebbero un nome, come Spartacus.

Giulia Maggiore figlia di Ottaviano Augusto

Le donne non avevano diritto a fregiarsi di un nome proprio. Portavano il nome del padre o del marito. Giulia Maggiore è chiamata così per distinguerla dalla figlia detta Giulia Minore. Era figlia di Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto. Portava il nome del padre Giulio che era distintivo del suo clan.

L’introduzione della nuova legge in Italia consentirà di usare i due cognomi, quello della madre e quello del padre. Ci avviamo anche noi ad avere più cognomi come gli spagnoli e i brasiliani. Eppure siamo in un’epoca dove i cognomi servono poco per identificarci. Stanno diffondendosi tecniche molto più raffinate e invasive.

Lorraine Lorena ha collaborato alla ricerca del materiale ed alla elaborazione dell’articolo.

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