IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

Il Joker di Joaquin Phoenix

Il vero Joker è quello di Joaquin Phoenix, no è quell’altro. Joker di qua, Joker di là…
Suppongo che dobbiate avercele piene fin qui di sentirne parlare. Eppure, chi l’avrebbe mai detto? Quando un annetto fa cominciarono a girare in rete le prime foto di Joaquin Phoenix, accolto a botta di meh, ‘nzomma e sopracciglia alzate, chi se l’aspettava un film del genere da un regista come Todd Phillips?

Lo stesso Todd Phillips di vere perle del cinema contemporaneo come il film di Starsky & Hutch, per esempio. Oppure Scuola per canaglie. Oppure ancora, come non citare la sua magnum opus: la trilogia di Una notte da leoni.
Insomma, chi se l’aspettava ‘na roba come Joker da uno come lui. Tuttavia…

… Joker con Joaquin Phoenix non è il “capolavoro” di cui tutti non possono far a meno di parlare.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

 

Questo Joker di Todd Phillips è un bel film? Assolutamente sì, su questo non ci piove. Come non ci piove sul fatto che Joker non è il gran “capolavoro” di cui tutti non possono far a meno di parlare. Su internet non ho letto altro che elogi, encomi e glorificazioni.

Joker è potente, angosciante, straziante, commovente, coinvolgente, superlativo eccetera. O sono un sociopatico che non riesce a sentire nulla di tutto questo, oppure in troppi hanno cominciato a usare aggettivi a casaccio. Per esempio la parola capolavoro, tanto abusata da essere scaduta nel ridicolo.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

 

Alla morte di Stan Lee, il conduttore televisivo Bill Maher scriveva un pezzo intitolato “Adulting”. Che iniziava con: “Il tizio che ha creato Spider-Man e Hulk è morto e l’America è in lutto. Profondo, profondo lutto per un uomo che ha ispirato milioni di persone, non so, a guardare film, immagino”. Per poi concludere con: “Solo in un paese in cui si dà tanta importanza ai supereroi, poteva essere eletto uno come Trump”.

Che te lo dico a fare: Bill Maher nemico del popolo, insomma. Peccato che il succo del suo discorso non riguardava i fumetti o i supereroi intesi come mondezza, bensì l’equilibrio. Dare il giusto peso e la giusta misura alle cose.

Complici i social, che ci spingono alla sintesi forzata, stiamo vivendo di assolutismi. Joker è, in effetti, l’evidenza di questa, come dire… corrente neo-manichea: tutto è bianco o nero, senza mezzi termini. Le cose sono cagate o capolavori.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

 

Arthur Fleck, il personaggio interpretato da Joaquin Phoenix, è uno dei tanti miserabili costretti al degrado e allo squallore. Un reietto ai margini di una società disfunzionale che ignora completamente gli individui come lui. Ex paziente di un ospedale psichiatrico, Arthur vive con la madre, Penny Fleck (Frances Conroy) anziana e malata, in un appartamento fatiscente nei bassifondi di Gotham.

Come tutti, Arthur sogna. Sogna di diventare uno stand-up comedian e incontrare il suo idolo, il presentatore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro). Obiettivo forse un tantino fuori portata, visto che non ha talento. Oltre al fatto di soffrire di un disturbo che gli provoca incontrollabili attacchi di risate isteriche.

Le successive due ore sono fatte di primi piani di Joaquin Phoenix, terribilmente convincente nella parte di un uomo totalmente alienato. La magrezza ai limiti del disumano. Quella pelle tiratissima che espone quasi ogni osso del suo corpo. Quella dolorosa e incontrollabile risata isterica. Un disadattato che prova a imitare, in modo poco efficace, una persona normale.

Una delle immagini più forti del film è quella di Arthur che danza. Un uomo che vive in un mondo tutto suo. Che danza sulle note di un concerto personale che esiste solo nella sua testa. Interrotto di tanto in tanto dall’intrusione del mondo circostante.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

 

Con la sua interpretazione, Joaquin Phoenix è attualmente l’unico ad aver rappresentato, efficacemente, un aspetto del personaggio spesso ignorato. La sua trasformazione da Arthur Fleck a Joker è psicologica prima che fisica. La trasformazione del dramma diventato commedia, in cui anche l’omicidio è uno scherzo in funzione dello spettacolo.

In tutta onestà, non mi sarei mai aspettato nulla del genere. Tanto meno da un film come questo. L’interpretazione di Joaquin Phoenix è il bilanciamento perfetto tra il Joker minaccioso e nichilista di Ledger e quello brillante e teatrale di Nicholson. Da cui emerge un personaggio centrato con la sua controparte cartacea.

Joker è, in generale, una boccata d’aria fresca. Una pausa dal mostruoso bombardamento di supertizi in costume con cui, negli ultimi anni, siamo stati bersagliati a raffica. Soprattutto, nel panorama generale dei cinecomics, Joker è un film. Un film vero e proprio, la cui storia si svolge nei tre atti in cui abbiamo un inizio, un centro e una fine.

Non è un canovaccio riassumibile in mezzo rigo, stretchato all’infinito per ficcarci l’intero companatico di baracconate in Cgi. L’unico effetto speciale è Joaquin Phoenix, che lentamente si trasforma, anima e corpo, in un incubo. L’intero film è costruito attorno alla sua performance da protagonista e, probabilmente, questo è stato l’errore più grande del regista Todd Phillips.

IL JOKER DI JOAQUIN PHOENIX HA UCCISO LA FANTASIA?

 

Tutto è una questione di prospettive: in mezzo a una montagna di letame, pure un diamantino brillerà come il sole. Mentre è facile che passi totalmente inosservato nella vetrina di un gioielliere, in mezzo a diamanti più grossi. Il punto è che il film, andando a estrapolare Phoenix dal contesto, risulta più debole di un foglio di carta bagnato.

Qualcuno potrebbe dire: “Eh, hai mai visto un capolavoro”senza un grande interprete?” Tendenzialmente sì. Proprio perché un film è fatto di tante cose diverse. Una buona performance aiuta, e pure tanto. Ma non è l’unico elemento di un film. Per dire, se in Blade Runner al posto di Harrison Ford ci fosse stato, che so… Al Pacino, il risultato non sarebbe stato diverso.

Magari così il protagonista sarebbe stato meglio (o peggio, vallo a sapere), ma non avrebbe inficiato la storia.

 

Il problema principale del film sta nel fatto che potrebbe creare un precedente pericoloso. No, non mi riferisco alle discussioni sul “pericolo emulazione” o, magari, al rischio di eventuali sparatorie in qualche cinema.

Il punto è che la stragrande maggioranza del pubblico cinematografico, diciamo pure un buon oltre 90%, dei fumetti se ne sbatte altamente il beneamato. Ecco, ma cos’è che rende tanto belli i fumetti? Il fatto di riuscire a trattare il tema fantastico, in generale, con realismo. Senza andare a parare su tattiche narrative a basso costo.

Esempio: Devil di Frank Miller. Miller pone continuamente il protagonista in situazioni moralmente ambigue. Tratta temi delicati come vendetta, morte, perdono, redenzione. A volte gli forza la mano sbiadendo la sottile linea che separa il giusto dallo sbagliato. Ciò non toglie che quello continua a essere Devil, un tizio che va in giro con una tutina rossa e fa il culo a venti ninja contemporaneamente.

 

Nel mondo reale, la carriera da giustiziere di Devil, così come quella di Batman e tanti altri, finirebbe in un mare di sangue dopo circa una settimana. Paradossalmente, personaggi del genere ficcati in un contesto reale risultano ancor meno credibili di quello che già non siano. Insomma, c’è una bella differenza fra realistico e reale.

L’idea principale di Joker, quella del comico fallito, Todd Phillips e il co-sceneggiatore Scott Silver sono andati a pescarla da Batman: The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland. Per il resto, gli eventi centrali del film sono, quasi per intero, ripresi da avvenimenti reali. Per esempio, l’aggressione che subisce Arthur in metropolitana è un’evocazione diretta del caso di Bernhard Goetz.

Goetz è il tizio che nel 1984 sparò a quattro adolescenti di colore in metropolitana perché convinto, a detta sua, che stessero per rapinarlo. Dopo l’arresto venne fuori che “l’impressione” di Goetz era dovuta, per lo più, a motivi razziali. Todd Phillips riprende il fatto di cronaca, lo “imbianca” eliminando qualsiasi contesto, trasformandolo in un atto di autodifesa andato fuori controllo.

 

Il punto è proprio questo: Phillips prende una manciata di eventi, limitandosi a decontestualizzarli, forzarli e poi piegarli alla convenienza narrativa. Stessa cosa, vale per i tanto decantati riferimenti ai classici come Re per una notte e Taxi Driver, laboriosi, quanto inutili omaggi al cinema di Martin Scorsese.

Esempio: Sophie (Zazie Beetz), la vicina di casa con cui Arthur cerca d’instaurare una relazione. Su carta dovrebbe essere la giustapposizione di Betsy, personaggio interpretato da Cybill Shepherd in Taxi Driver. Solo che in Taxi Driver una serie di eventi porta la donna ad avvicinarsi inizialmente a Travis. Salvo poi schifarlo a morte, quando al primo appuntamento Travis la porta in un cinema porno perché non in grado di uscire dai suoi schemi mentali.
In Joker, invece, Sophie è semplice elemento contestuale, anziché sostanziale. Così come viene introdotta, così viene fatta uscire di scena. Non ha uno scopo ben preciso, che non sia quello di aumentare il carico conflittuale sul personaggio di Arthur.

Ciò significa che in alcuni punti Joker ricorda molto da vicino questi film, ma non ci va neanche lontanamente vicino a essere altrettanto buono. Joker è l’equivalente di un cosplayer particolarmente riuscito dei film di Scorsese. Non ha alcun senso, tuttavia è bello da guardare.

Il fatto è che Joker è un bel film che vale assolutamente la pena di vedere. Fosse anche solo per l’interpretazione di Joaquin Phoenix. Tuttavia andrei cauto con le parole. Soprattutto con quel “capolavoro”.

Joker rischia di rappresentare la morte della fantasia. La morte del fantastico al cinema. La colata di cemento finale nella testa degli spettatori, che nella pietra delle convinzioni inscalfibili, sancisce un concetto tanto semplice quanto agghiacciante: fantastico = baracconata / dramma impegnato = realistico.

Ebbene, detto questo credo sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.

 

1 commento

  1. Mi permetto di non essere d’accordo in toto – tante zucche e tante sentenze, of course – anche se posso capire da dove arrivino gli assunti retronautici che, paradossalmente , non hanno nemmeno l’età per smettere i pantaloncini corti e sbucciarsi le ginocchia al parco dietro ad un pallone fatto della stessa materia dei sogni.
    La sintesi non mi appartiene e quindi la desidero e provo ad indossarla: 1) lo specifico del fumetto non è tanto il rendere accettabile un picchiatello in costume colorato che svolazza sopra le convenzioni ( parere peraltro di Mike Baron, per esempio, che trova un tizio che vola col mantello mooolto meglio in un fumetto di quanto non sia in un libro ) quanto nel raccontare la storia in una sequenza di vignette che abbiano senso solo nel contesto di quella pagina ( ci sono eccezioni, ma il medium è quella roba lì quindi bravi e belli Crepax e Steranko, ma i comics sono una corda tesa tra Herriman e Ware ) 2) la scena del metro ha radici ancora + antiche e cioè The Incident ( New York: ore tre – L’ora dei vigliacchi ) del 1967 con Musante ed il Bridges meno famoso e Sheen e serve, come la pistola prestata da un collega al Joker, a dirci quale è il mood nella jungle in cui molti ( tutti ? ) vivono da decenni 3) forse Travis B. non ha mai rivisto la ragazza di cui era invaghito sul taxi perché forse è rimasto ucciso nello showdown con colori desaturati di qualche minuto prima. La Domino di Deadpool 2 è un momento A Beautiful Mind del nostro. Non dico altro, ma è evidente che TP abbia visto diversi film per prepararsi oltre a Taxi Driver e King of Comedy il che ci porta a Man on the Moon ed al fatto che il Joker del film ha talento come comico in un mondo in cui ridiamo per cose che non capisce
    ( è forse il super sano dello Arkham Asylum di Morrison ) .
    Non è tanto importante che forse tutto sia successo nella zucca di Art – tante zucche tante sentenze, contiamo anche quella di Art – quanto il fatto che Todd ha pescato in profondità in opere che hanno raccontato lo smarrimento, il fuor di sesto del Bardo e le ha schiaffate in una storia che poteva essere tante, tutte ed anche le altre. Forse è arrivato oltre quello che si aspettava. Buon per lui. Ciao ciao

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