IL DELITTO CHURBAGI NELLA STRADA DELLA DOLCE VITA

IL DELITTO CHURBAGI NELLA STRADA DELLA DOLCE VITA

La mattina di lunedì 20 gennaio 1964, una segretaria cammina di fretta per la via Veneto della dolce vita, a Roma. Imbocca via Lazio ed entra nell’edificio in cui lavora per una società di compravendita di lana. Come al solito, fa capolino nell’ufficio del principale, Faruk Churbagi. La donna esce di corsa, urlando inorridita: l’uomo è disteso sul pavimento sopra un lago di sangue. La polizia constata che è stato ucciso con un colpo di pistola calibro 7.65 alla schiena e tre alla testa. Infine, per puro sfregio, sul volto gli è stato gettato del vetriolo (il corrosivo acido solforico) facendolo diventare irriconoscibile. La vittima era un giovane di 27 anni, aveva nazionalità libanese pur essendo figlio di un ministro egiziano in esilio, si era laureato a Oxford e viveva a Roma da solo un anno.

Dal portiere del palazzo Churbagi era stato visto entrare in ufficio per l’ultima volta sabato pomeriggio, il 18 gennaio. Nella sua lussuosa casa nell’elegante quartiere Parioli, dove viveva da solo, non era più tornato. Infatti la cameriera la domenica mattina, aveva trovato il letto intatto. Secondo gli inquirenti, l’omicidio deve essere avvenuto il sabato verso le 18, quando il portiere era ormai andato via. L’assassino doveva conoscere bene l’ufficio, perché, uscendo dopo aver commesso il delitto, ha richiuso la complicata serratura di sicurezza tirando il nottolino con lo spago cui era legato: solo i frequentatori abituali sapevano di quel “trucchetto”.

Una prima pista è rappresentata dalle donne, perché il giovane imprenditore, ricco e di bell’aspetto, era un amante insaziabile che faceva strage di cuori. Poi ci sono i conoscenti della vittima. I più sospetti risultano essere i coniugi Bebawi, due egiziani di 37 anni residenti a Losanna, in Svizzera. Yussef Bebawi è un uomo d’affari di modesto livello che commercia in cotone. Sua moglie Claire Ghobrial è una donna dagli occhi verdi, bellissima, affascinante, raffinata ed elegante. Anche molto passionale e capricciosa: con il marito si impone a furia di bicchieri rotti in testa, calci e schiaffi dati in modo da ferirlo con gli anelli.

IL DELITTO CHURBAGI ALL'EPOCA DELLA DOLCE VITA

Yusuf Bebawi

IL DELITTO CHURBAGI ALL'EPOCA DELLA DOLCE VITA

Claire Ghobrial

 

La donna era l’amante di Faruk Churbagi da quando, alcuni anni prima, lo aveva conosciuto a Losanna, dove anche lui abitava prima di trasferirsi a Roma. Il marito ne era venuto a conoscenza e per questo l’aveva ripudiata secondo la legge islamica. Però l’ama ancora e quindi continuano a vivere sotto lo stesso tetto come se niente fosse. Entrambi avevano avviato una corrispondenza con Churbagi, ma mentre Claire gli scriveva: “Ti amo, ti amo, ti amo!”; Yussef lo apostrofava così: “Sei uno sporco degenerato, tieni giù le mani da mia moglie!”.

IL DELITTO CHURBAGI ALL'EPOCA DELLA DOLCE VITA

Claire Ghobrial con l’amante Faruk Churbagi

 

A tirare in ballo la signora Bebawi è la testimonianza della segretaria di Faruk, che venerdì 17 aveva assistito a una telefonata del suo principale con Claire: l’uomo era sbiancato e aveva dato appuntamento all’amante nel suo ufficio proprio la sera dopo, il sabato, più o meno all’ora del delitto. Le indagini stabiliscono che il 18 gennaio i coniugi Bebawi erano arrivati a Roma dalla Svizzera: alle cinque del pomeriggio, marito e moglie avevano preso una stanza in un albergo vicino all’ufficio di Churbagi, per poi ripartire di corsa poco più di due ore dopo.

IL DELITTO CHURBAGI ALL'EPOCA DELLA DOLCE VITA

L’arresto di Yusuf Bebawi

 

L’Interpol individua i coniugi mentre sbarcano dal traghetto ad Atene. II funzionario dell’ambasciata italiana che li avvicina nota immediatamente alcune scottature nelle mani di Claire e pensa ai segni lasciati dal vetriolo. Nel giro di tre mesi la coppia viene estradata in Italia e incarcerata. Sin dal primo interrogatorio, Yussef Bebawi accusa la moglie di essere l’autrice del delitto: «Ho accompagnato Claire in via Lazio perché lei mi aveva detto che voleva rompere definitivamente la relazione adulterina con Faruk», racconta Bebawi agli inquirenti. Lui era rimasto all’esterno dell’edificio ad aspettarla e poco dopo la moglie, scendendo di corsa, gli aveva confessato l’omicidio mostrandogli la pistola (l’aveva presa di nascosto nella loro casa di Losanna e poi i due la getteranno in mare a Napoli durante la fuga verso la Grecia).

«In quel momento ho pensato ai nostri tre figli», sono le parole di Yussef. «Amo ancora mia moglie, ecco perché ho accettato di scappare insieme a lei». Appena viene a sapere che il marito l’accusa, Claire ricambia il favore: afferma di essere andata da sola in via Lazio, dove Yussef sarebbe arrivato all’improvviso senza che lei se lo aspettasse. Evidentemente l’aveva seguita. Sorprendendo la moglie e Churbagi sul divano in atteggiamenti intimi, avrebbe sparato all’uomo per poi gettargli il vetriolo, una sorta di rituale per umiliare la persona odiata.

Claire Ghobrial

 

Il processo si apre nel 1965, Claire si presenta in tribunale più radiosa che mai. Tutti sembrano essere ai piedi di quella donna alta e snella, dalla bellezza aggressiva che lascia senza fiato. Lei elenca con noncuranza i rapporti sessuali avuti con il giovane amante in tutte le capitali europee nel primo anno della loro relazione, quando Faruk Churbagi abitava ancora a Losanna. Lui si era detto disposto a sposarla, una volta che la donna avesse divorziato. Claire non lo sa, ma a un certo punto si era messo di traverso il ricco padre di Faruk, l’ex ministro. Non voleva che il figlio sposasse una donna ripudiata dal marito e con dieci anni più di lui. Se avesse disobbedito, gli avrebbe tagliato i viveri.

Faruk, costretto ad arrendersi, si trasferisce a Roma, dove il padre gli compra un’azienda da amministrare. Claire lo va a trovare spesso, ma scoppiano liti furibonde perché lui cerca di allontanarsi da lei e colleziona un numero incredibile di ragazze. Così la donna, che si era fatta ripudiare dal marito perché convinta di sposare Faruk, rimane con un pugno di mosche. Disperata, tempesta l’amante di telefonate, anche nel cuore della notte. Mentre rievoca in tribunale questi fatti, con una sincerità disarmante che potrebbe anche ritorcersi contro di lei, Claire si agita, piange, urla il suo amore per Churbagi e tutti stanno a guardarla affascinati.

Per tutta la durata del processo, Yussef e Claire, seduti a un paio di metri l’uno dall’altra, non si scambiano nemmeno uno sguardo, ma non si risparmiano le reciproche accuse, senza che la corte riesca a far cadere in contraddizione uno dei due. Lui potrebbe aver ucciso per gelosia, lei per vendetta. Yussef è un abile tiratore, però l’omicidio è avvenuto in una stanza dove chiunque sarebbe stato in grado di centrare una persona con la pistola. Giuliano Vassalli, futuro ministro della Giustizia, difende il marito, il principe del foro Giuseppe Sotgiu assiste Claire insieme a Giovanni Leone, che nel 1971 diventerà presidente della Repubblica. A un certo punto Leone rinuncia all’incarico per la condotta inopportuna della Bebawi, che nel carcere di Rebibbia riceve in visita alcuni giovani avvocati innamorati di lei.

Claire Ghobrial in una fase del processo

 

«Claire era intelligente e furba», ricorderà in seguito Giovanni Leone, «fece credere di non saper parlare l’italiano, mentre conosceva persino il romanesco. Questo costrinse la corte ad assumere un interprete e lei in tal modo riusciva, mentre si traducevano i singoli momenti processuali, a preparare le risposte difensive». Dopo 142 udienze, la sfilata di 120 testimoni e 30 ore di camera di consiglio, la sentenza letta dal giudice il 20 maggio 1966 prende atto che uno dei due coniugi è sicuramente l’assassino, ma siccome non si è riusciti a stabilire chi sia, li assolve entrambi per insufficienza di prove ordinando la loro scarcerazione. Già gli antichi romani dicevano In dubio pro reo (“Nel dubbio a favore dell’imputato”), cioè in mancanza di certezze non si può condannare.

 

Il pubblico in aula applaude: Claire ha davvero conquistato tutti. Il processo d’appello si celebra sempre a Roma nel 1968, ma i due imputati non sono presenti in aula. I Bebawi hanno divorziato legalmente. Claire è andata in Egitto, al Cairo, dove non esistono accordi con l’Italia per l’estradizione. Yussef è tornato a Losanna e ha sposato Gisela Henke, l’ex governante svizzera dei figli, rendendo così impossibile anche la sua estradizione essendo coniuge di una cittadina elvetica.

All’udienza d’appello l’accusa cambia impostazione rispetto al primo processo: non essendo riuscito a chiarire chi fosse l’assassino, il pubblico ministero accusa marito e moglie di aver compiuto insieme il delitto. Il 15 gennaio 1968 la giuria si riunisce in camera di consiglio e dopo quattro ore emette il verdetto: 22 anni di carcere per Claire Ghobrial e Yussef Bebawi (la sentenza verrà poi confermata dalla Cassazione). I Bebawi sono condannati in contumacia e la faranno franca: non torneranno in Italia e non sconteranno nemmeno un giorno di prigione. Dopo la sentenza, però, sono in molti a dubitare che i coniugi egiziani abbiano veramente commesso insieme l’omicidio. Come potevano collaborare il marito tradito e la moglie infedele?

Durante il primo processo tutti erano dalla parte di Claire. In seguito, i sospetti di chi ha riesaminato il caso si sono appuntati proprio su di lei. Del resto, secondo la segretaria di Churbagi era proprio Claire (e le altre amanti della vittima, che in quell’ufficio erano di casa) a chiudere solitamente la serratura della porta nel modo particolare che abbiamo descritto. Mentre Yussef non poteva conoscere quel meccanismo perché non era mai stato lì. Sempre secondo la testimonianza della segretaria, è stata Claire a telefonare minacciosamente all’amante il giorno prima avvertendolo del suo arrivo. Al processo un testimone aveva affermato di aver visto Yussef in attesa davanti al portone dell’ufficio di Churbagi, proprio come aveva raccontato l’imputato sin dal primo interrogatorio. Sulle mani di Claire, inoltre, erano state riscontrate quelle strane bruciature, probabilmente dovute all’acido che proprio lei aveva gettato addosso all’amante. Sotgiu, il legale che difendeva Claire, molti anni dopo fece una interessante dichiarazione: «Durante la fuga in Grecia i Bebawi si erano consultati con un avvocato, con lui probabilmente stabilirono che l’unica possibilità per poter uscire da questa vicenda era quella di accusarsi a vicenda».

Il regista Valerio Jalongo, per preparare la fiction televisiva sul caso Bebawi andata in onda anni fa sulla Rai, aveva cercato di mettersi in contatto con Claire, attraverso un avvocato italiano che ebbe una relazione con la donna. Ma lei ha rifiutato l’incontro e non ha voluto parlare di quella che considera una vecchia storia. Per un certo periodo ha fatto la guida turistica in Egitto, poi l’interprete e infine si è dedicata all’archeologia, sua vecchia passione. Anche Claire, come Yussef, si è risposata.

 

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