NON PER AMORE, MA PER SOLDI: “I WAS A GANGSTER’S GIRL”

NON PER AMORE, MA PER SOLDI: “I WAS A GANGSTER’S GIRL”

I WAS A GANGSTER’S GIRL (“First Love Illustrated” n. 37, Harvey Comics, Febbraio 1954).

I cosiddetti “Romance comics” furono pubblicati in America a partire dal 1947, data in cui Joe Simon e Jack Kirby lanciano la serie “Young Romance”, e fino a tutti gli anni 70. Queste “storie d’amore a fumetti”, inframmezzate da rubriche di consigli su come comportarsi al primo appuntamento, dalla posta del cuore e da ogni genere di annunci pubblicitari, sono “ufficialmente” rivolte a un pubblico femminile formato da adolescenti, e si ritaglieranno una cospicua fetta del mercato della Golden Age, anche con vari sottogeneri: storie d’amore d’ambientazione western o militare, o dedicate ai problemi matrimoniali, o all’ambiente dei colleges, con titoli come “Campus Love”, “Brides’ Secrets”, “Broadway Romances”, “Cowboy Love”, “G.I. Sweethearts”.

Inizialmente dotate di una certa propensione per temi delicati e anche scabrosi, si adageranno anche loro in una rassicurante autocensura dopo la pubblicazione del famigerato libro “Seduction of the innocents” dello psicologo Frederic Wertham, e dopo l’avvento del Comics Code nel 1954, anno in cui è pubblicata la nostra storia.

I Romance comics degli anni 50 riflettono una società piuttosto “patriarcale”, dove per esempio le donne in carriera esistono, ma spesso si rendono conto sulla propria pelle che la realizzazione nel lavoro è vana, e che la vera felicità per la donna risiede nell’essere moglie devota e madre di famiglia. In queste storie, di regola è la donna che si dimostra irresponsabile e immatura (e che per questo arriva spesso al tradimento), che non accetta il carattere del suo partner, che si rivela arrivista, e che addirittura rovina altre persone per favorire la carriera del marito/fidanzato: tutte cose che, regolarmente, le si ritorcono contro come un boomerang. La donna deve sempre cacciarsi in qualche bruttissima situazione, pentirsi e rientrare nei ranghi.

Donne che in conseguenza delle loro azioni perdono i figli, sono ripudiate dal marito, devono cambiare città o addirittura finiscono storpie o sfigurate, sono finali comuni fino all’arrivo del Comics Code. Dopo, queste atmosfere di tragedia con punizioni “bibliche” e dantesche lasciano il posto al cosiddetto “Happy ending di cartapesta”, dove la donna fa atto di contrizione, o qualcosa per rimediare al male commesso. Se ha rovinato qualcuno, per esempio, lavora duramente o vende la casa per ripianare il debito, e nell’ultima vignetta la controparte maschile la “perdona”. Alcuni di questi finali sono talmente posticci da sembrare riscritti da qualche editor, che a volte sembra addirittura limitarsi a modificare il testo nei baloon senza toccare le immagini, con una inquietante sensazione di disparità fra il tono speranzoso dello scritto e la drammaticità dei disegni.

Ma se queste sono le regole generali, esistono grazie a Dio anche le eccezioni. Prima di tutto quelle in cui il concetto di “nemesi” resiste e trionfa sul fintissimo happy ending, poi quelle (pochissime) dove il protagonista è l’uomo, o quelle che conservano un tono in fondo leggero, quasi da commedia. Ma le migliori, quelle che portano al capolavoro, si discostano dalla morale hollywoodiana per offrire uno sguardo sulla vita reale, come in questa storia del 1954, per i bei disegni di Bill Draut.

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Un “boss” che ha in mano le redini di una politica cittadina, una sorta di Al Capone, vuole impedire che un onesto avvocato, suo ex amico d’infanzia, sia eletto consigliere comunale. Decide di farlo spiare dalla sua “pupa”, che anni prima era stata fidanzata dell’avvocato, ma la ragazza finirà per disprezzare il Boss e innamorarsi di nuovo dell’onesto poveraccio. Ci si aspetta a questo punto che l’avvocato scopra l’iniziale menzogna della pupa, che questa dimostri in qualche modo la “genuinità” dei suoi sentimenti, che il Boss sia punito e che l’amore trionfi… invece nelle ultime vignette tutto precipita verso un finale inaspettato, che è l’esatto contrario dell’Happy Ending. La composizione dell’ultima pagina è una delle più belle che mi sia capitato di vedere in un fumetto Golden Age.

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2 commenti

  1. Bell’articolo su fumetti in Italia poco noti; so che ne esistono di disegnati persino da Frazetta (forse raccolti in un volume anni ’80 della Fantagraphic Books che non ho comperato all’epoca e sono stato un pirla). Persino la retorica familialista che li anima, gli happy end posticci e le donne redente si accendono di fascino perverso nel contrasto con i disegni eleganti e di solida scuola. Si avverte la mancanza di quella frase in più’ (o in meno) che basterebbe a precipitarli nella parodia metafisica alla Barthelme, nel dramma carveriano (questi fumetti di cosa parlavano, quando parlavano d’amore?).

    • Grazie, mi sono dimenticato di invitare tutti a leggere comicbookplus e di inserire il link alla versione originale:

      http://comicbookplus.com/?dlid=58445

      Questo, a dire il vero, è uno dei migliori romance comics che abbia mai letto. La parodia metafisica alla Barthelme e il dramma carveriano non so cosa siano. Questi fumetti quando parlavano d’amore parlavano essenzialmente di rispetto delle convenzioni piccoloborghesi usuali nell’America anni 50 e della accettazione del proprio ruolo subordinato da parte della donna. Questa è una storia morale. E’ stato detto che “trionfa un interessato cinismo”, ma questo solo in apparenza: in realtà il comportamento amorale e “impunito” di Ann viene stigmatizzato in modo ancora più efficace che se vi fossero state le consuete forme di ravvedimento-punizione-pentimento che affliggono il 90 per cento dei Romance. In ultima analisi, la giovane lettrice capisce che Ann non è felice.

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