I MORTI NON MUOIONO, MA TU SÌ, DI NOIA

I MORTI NON MUOIONO, MA TU SÌ, DI NOIA

I morti non muoiono. Forse non dovrebbero, ma in questo caso lo faranno se ti chiami Jim Jarmusch. Il punto è questo: Jarmusch è quello di Stranger Than Paradise, Daunbailò, Dead Man e via dicendo; in altre parole è un “autore”. Cosa succede quando uno come lui si dedica ai film di genere? Dipende.

Il discorso è più o meno lo stesso di quello che riguarda Gabriele Salvatores, quando, una ventina e passa d’anni fa, se ne uscì con Nirvana. Ecco, i risultati possono variare, ma tutto dipende da come affronti la cosa. Per esempio, la fantascienza in Italia è più o meno da sempre considerata poco più di robetta per bambini e adulti fulminati.

I morti non muoiono, ma gli hipster li ammazzano…

I MORTI NON MUOIONO

Salvatores, come chiunque altro abbia la capacità di fare due più due, sa bene che non è così. Per questo ha trattato il genere nel migliore dei modi, al massimo delle sue capacità e dei mezzi che aveva a disposizione.

Jim Jarmusch avrebbe potuto/dovuto fare lo stesso con I morti non muoiono. Soprattutto considerando quanto tiri il filone fantastico negli States. Invece l’umorismo metareferenziale, la satira sociale a livelli da ribellino beh-sì-‘nzomma-cioè di primo liceo e la pedissequa applicazione di tutte le convenzioni del genere, danno tutt’altra impressione.

I MORTI NON MUOIONO

I morti non muoiono inizia con I morti non muoiono di Sturgill Simpson. Canzone anche orecchiabile volendo, se non venisse mandata in loop continuo. Tre volte di seguito solo all’inizio, in appena dieci minuti. Va be’, sarà che Jarmusch ci tiene a sottolineare il tema del film. Sarà che c’è pure lo stesso Simpson in un cameo.

Poi ci sono i protagonisti: lo sceriffo Cliff Robertson e il suo vice Ronnie Peterson. Rispettivamente Bill Murray e Adam Driver. Ascoltano la canzone e Murray si chiede perché gli suonasse così familiare. “Perché è il tema del film”, gli risponde Driver. Naturalmente.

I MORTI NON MUOIONO

A proposito di Adam Driver, nel film non fa altro che ripetere una battuta: “Questa storia finirà male”. Alla fine del terzo atto verrà spiegato, diciamo, il perché di questa affermazione. Cosa che dovrebbe essere divertente, ma no. Non lo è per niente.

Una battuta banale, ripetuta alla nausea nel disperato tentativo di renderla memorabile e più significativa di quanto sia realmente, è l’antitesi del divertimento.

Nel frattempo, sullo sfondo comincia a scorrere la back-story: sembra che, a causa di un qualcosa chiamato fracking polare, la Terra sia uscita dal suo asse. Questo ha portato a un cambiamento climatico, gli animali alla pazzia e la Luna ad emettere strani raggi blu-violacei che fanno risorgere i morti dalle tombe.

I MORTI NON MUOIONO

Segue poi, dolorosamente lenta, una carrellata di personaggi: Eremita Bob (Tom Waits) il pazzo della città che vive nei boschi mangiando scoiattoli e l’eccentrica Zelda Winston (Tilda Swinton) di giorno becchina della città, letale ninja-samurai-guerriera nel tempo libero.

C’è il fattore Frank (Steve Buscemi) il classico redneck che va in giro con il cappellino rosso con scritto Make America White Again. C’è il titolare della stazione di servizio (Caleb Landry Jones) nerd fino al midollo. Inoltre ci sono Chloë Sevigny, Danny Glover, Rosie Perez, Selena Gomez. C’è addirittura Iggy Pop.

Nomi. I morti non muoiono è pieno di grandi nomi. Il problema sta nel fatto che è tutto qui e risulta fin troppo facile capire come gira la cosa: l’intera città e i personaggi che la animano pare più un limbo per le idee inutilizzate di Jarmusch. Contesto, azioni, reazioni, interpretazioni. Insomma, tutto risulta incredibilmente piatto e svogliato.

I MORTI NON MUOIONO

Per dire, nel secondo atto finalmente arrivano gli zombie e, la mattina dopo, il capo Cliff e Ronnie trovano le due dipendenti della tavola calda sbranate. Ronnie con tutta calma se ne esce con: “Secondo me, sono stati gli zombie”. Risposta: “Ah, ok. Prepariamoci all’apocalisse”.

Una, magari due volte, la giustapposizione di scene gore a reazioni laconicamente sottostimate dei personaggi può anche essere divertente. Però poi basta. Perché alla fine non è più sarcasmo, ma pare, piuttosto, che tutti siano lì giusto per fare un favore a un amico. In scioltezza e senza impegno.

Mettiamola così: un film è solo un modo per raccontare una storia. E le storie possono veicolare un messaggio oppure limitarsi al semplice intrattenimento. Ad esempio due film dello stesso genere de I morti non muoiono: Il ritorno dei morti viventi di Dan O’Bannon e Zombie contro Zombie di Shinichiro Ueda.

Entrambi fanno ricorso alla narrazione metareferenziale, solo che nel caso de Il ritorno dei morti viventi O’Bannon sfrutta gli zombie socio-politicamente impegnati di Romero per dar vita a una storia di puro intrattenimento. Certo, non  trascura qua e là un po’ di polemiche e qualche frecciata cattiva, ma tant’è. Il punto rimane l’intrattenimento.

Ueda, invece, utilizza la figura dello zombie per “dialogare” con lo spettatore. Per dirgli quanto spesso e volentieri sia complicato il mondo del cinema. Lo so, non è il massimo messa così, ma spiegare questo film (che si basa tutto su due enormi risvolti) senza spoilerare è impossibile.

I morti non muoiono, invece? Pare di vedere un bizzarro incrocio fra Tre manifesti a Ebbing, Missouri e La notte dei morti viventi. Cioè il tentativo di mettere in mostra un dramma di provincia ingigantito dalla piccolezza del contesto, con gli zombie buttati nel mezzo. Per dirla in un altro modo, il ragù fatto con la maionese.

La scusa dell’assurdità di inquadrare i difetti come scelta intenzionale non funziona. La metanarrazione non è il baluardo dietro cui si possa nascondere ogni sciocchezza. Mai, neanche una volta, il film riesce a staccarsi da tutte le tombe da cui è andato a saccheggiare spunti e idee appiccicate a sputi e preghiere.

Non c’è un messaggio, non c’è intrattenimento e tutto sembra irrilevante e privo di mordente. Addirittura, tanto per capirci, tra i mille personaggi de I morti non muoiono c’è un gruppo di ragazzi nel centro di detenzione minorile della città. Questa sottotrama dovrebbe avere uno sviluppo di qualche tipo, no?

A più riprese nell’arco del film lo spettatore comincia a seguirli e questo, ripeto, dovrebbe portare a qualcosa. Poi nel terzo atto, quando pensa che tutta ‘sta tiritera avrà un qualche risvolto, i personaggi scompaiono. Non è che vengano sottostimati e/o decentrati, no. Scompaiono del tutto, così a secco.

Il meta-umorismo è troppo e fine a se stesso. Quella che dovrebbe essere graffiante satira sociale è un mucchio d’irritanti ovvietà ripetute fino alla nausea, ma con il tono di chi pare ti stia rivelando chissà quale sconvolgente verità. Alla fine, tutto fa a cazzotti con tutto.

Il problema principale de I morti non muoiono è che Jim Jarmusch dà l’impressione di essersi approcciato al genere come se fosse una stupidaggine. Un hipster che prova a montare un mobiletto di Ikea, così, tanto per scherzo, per farsi due risate con gli amici.

Ebbene, detto questo credo sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.

 

 

6 commenti

  1. Evabbè, se guardi un film di Jarmusch aspettandoti una roba alla Rodriguez, per forza resterai deluso.

    • Questa, credimi, non l’ho mai capita.
      Perché uno dovrebbe vedere un film/libro/fumetto/wahtev, di cui non sa assolutamente nulla, partendo però dal presupposto di paragonarlo a questo o quello?
      Non si tratta mai di quello che ti aspetti di vedere, ma di quello che vedi.

      • Beh, è la base della critica cinematografica. Il presupposto che ognuno deve poter fruire di una qualsiasi opera d’intelletto senza mediazione alcuna è un’illusione: io posso gustare un’opera solo se ho un retaggio che mi permette di affrontarla. L’esempio più banale è quello della lingua originale. Se un film, un libro, non è tradotto e io non sono in grado di comprenderlo, potrei dire che si tratta di una schifezza, ma semplicemente non ho potuto comprenderlo. Ma questo discorso va ben oltre: io vedo un film, leggo un libro, ascolto una canzone, con tutto me stesso, con la mia cultura, le mie esperienze, la mia sensibilità. Se ho una cultura enciclopedica sugli zombi, ma affronto “I morti non muoiono” prescindendo dalla “poetica” di Jarmusch, mi mancherà una chiave interpretativa.

  2. “I morti non muoiono” non è uno zombie movies. E’ una parodia degli zombie movies. O meglio, è uno sberleffo ai zombie movies. Che interesse può avere un regista come Jarmusch per gli zombi? A giudicare dai suoi precedenti film, direi nullo. Ma è lecito supporre che dell’invasione di zombi nell’immaginario collettivo ne avesse le scatole piene. Così, con lo spirito di mandare tutto in vacca, Jarmusch ha diretto “I morti non muoiono”, film sberleffo al cinema di genere già a cominciare già dall’insensatezza del titolo stesso. E non è forse uno sberleffo per quel genere nel quale il climax viene clonato e ripetuto continuamente, lo scegliere un attore che ha fatto della recitazione anticlimatica la sua cifra stilistica? Allo stesso modo i “buchi” di sceneggiatura (la magnifica Tilda Swinton, i minorenni in riformatorio) sono uno sberleffo alle sceneggiature sconclusionate di tanti B movies horror (ma forse un po’ anche a Tarantino). E cosa dire di una “spiegazione scientifica” talmente assurda? Ancora una volta si tratta di uno sberleffo.
    Insomma, “I morti non muoiono” sta a “La notte dei morti viventi” come “Trinità” sta a “Per un pugno di dollari”.

    • Vedi, è proprio questo il punto: I morti non muoiono VORREBBE essere una parodia; ma non lo è.
      Anche tenendo in considerazione la cifra stilistica di Jarmusch, risulta incredibilmente noioso. Così come risulta chiaro, dove finge di fare male apposta (facendolo male) e dove no.
      Pensava di uscirsene facilmente con un film à la page e invece…
      Per questo dicevo di come la scusa dell’assurdità d’inquadrare i difetti come scelta intenzionale, come voluti, non funziona.

      • Ho capito la tua posizione ma non la condivido 🙂

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