HURT DALL’AUTODISTRUTTIVO TRENT REZNOR ALLA FEDE DI JOHNNY CASH

HURT DAL DISTRUTTIVO TRENT REZNOR ALLA FEDE DI JOHNNY CASH

I hurt myself today
To see if I still feel

I focus on the pain
The only thing that’s real

(Trent Reznor, “Hurt”)

 

È il 1994 quando esce The Downward Spiral, secondo album dei Nine Inch Nails, gruppo industrial metal del polistrumentista e cantante Trent Reznor, fondatore e unico membro fisso della band, di cui è (con qualche eccezione) unico autore dei brani, cantante, strumentista e produttore. Quattordicesimo e ultimo brano del disco è Hurt (quindicesimo nella versione giapponese che contiene anche Dead Soul, cover dell’omonima canzone dei Joy Division). La canzone racconta i travagli della vita vissuta senza mezze misure, dei dolori che l’accompagnano e del rammarico, di rimorsi e nostalgie dell’autore, all’epoca ventinovenne e abituale consumatore di eroina. Una canzone che parla del dolore di vivere. Del resto, già il titolo, Hurt, che qui si traduce con “ferita”, non lascia spazio a significati diversi.

Quello di Reznor è il grido disperato di un uomo che guardando se stesso, quasi (quasi?) si disprezza per quello che lo ha portato a essere ciò che è divenuto, le azioni e gli errori che lo hanno accompagnato fino a quel momento.

Trent Reznor

Otto anni dopo, nel 2002, la leggenda della musica Johnny Cash pubblica American IV: The Man Comes Around, che contiene la cover di Hurt. Lo struggente atto di dolore di un artista rock diventa il testamento di un vecchio cantante country vissuto al limite, che sente di essere arrivato alla fine del suo viaggio.

Johnny Cash

L’anno precedente, quando Cash e il pluripremiato produttore Rick Rubin (che in passato aveva già lavorato con il cantautore, vincendo anche un Grammy Award nel 1998 con “Unchained” nella categoria Best Country Album) erano nella fase di preproduzione di “American IV: The Man Comes Around” e stavano decidendo le canzoni da utilizzare come tracklist dell’album. Oltre ad alcuni brani dello stesso Cash e ad altri di autori “classici”, Rubin propose al cantautore una serie di titoli di artisti contemporanei, tra cui i Beatles (In My Life), Paul Simon (Bridge Over Trouble Water), gli Eagles (Desperado), i Depeche Mode (Personal Jesus), Sting (I Hung My Head) oltre ai Nine Inch Nailse con la loro Hurt, brano che Rubin riteneva perfetto per Cashe nella cui potenzialità credeva particolarmente.

Per Man in Black fu praticamente un “amore” immediato, tanto che qualche tempo dopo l’uscita dell’album, Cash ebbe a dire: «Quando ho sentito quella canzone, ho pensato: suona come qualcosa che avrei potuto scrivere io negli anni Sessanta. Ci sono più cuore, anima e dolore in quella canzone che in tante venute dopo». Non è poco, considerando chi lo stava affermando. A quel punto, Rubin ne parla direttamente con Reznor per avere il suo benestare e Trent, sia per la stima nei confronti del produttore che per il rispetto verso un personaggio monumentale come Johnny Cash, dà il consenso pur con qualche “timore” dovuto all’idea di far cantare a un altro una sua canzone così intima e personale.

Entrambe le versioni sono minimali nell’esecuzione, tuttavia l’approccio dei due artisti è decisamente diverso.

Trent Reznor

Nella versione dei NIN abbiamo suoni sporchi e distorti di sottofondo. La chitarra, che ha il compito di fare da unica base, a cui si aggiungono le percussioni a sottolineare l’inciso, è quasi “incerta” e “stentante” fino al crescendo dove, distorta e a volume più alto, ci accompagna in un “tunnel” di rumore bianco fino alla conclusione del brano (e del disco).

Su tutto c’è la voce di Reznor, tagliente come la lama di un rasoio ma allo stesso tempo stanca. È la voce di un uomo sofferente, intrappolato nel nichilismo più assoluto, che non ha altre visioni che quelle del dolore e della sofferenza, in cui si è ormai abituato a vivere e che riconosce come unica esistenza. L’assuefazione al dolore, come all’eroina, che distrugge l’essere.

Johnny Cash

È una chitarra pulita, dal suono limpido e dolce, ad aprire la versione interpretata da Johnny Cash. Non ci sono indecisioni nell’esecuzione, nessuna sbavatura e un piano che, ossessivo, ripete una singola nota durante il ritornello.

Cash è un uomo di settant’anni, un uomo “vissuto” e cambiato rispetto al passato. La vita lo ha segnato seguendo un suo corso “naturale”. Gli amici se ne sono “andati”, il fisico è inevitabilmente decaduto e porta il peso del tempo trascorso ineluttabile e inarrestabile. Ora il man in black è una persona diversa. Non migliore. Non peggiore. È mutato, nell’animo come nel fisico. La voce tradisce i segni del tempo, logorata dagli anni trascorsi senza risparmiarsi nulla. Nella sua interpretazione non c’è spazio per il livore e il risentimento nei confronti della vita che prova Trent Reznor, ma la grande malinconia di un uomo che ricorda e rivive i propri trascorsi, quelli buoni e quelli cattivi. Un uomo che “dall’alto” della propria esperienza ormai conosce molto bene se stesso e sa come è arrivato a essere la persona che è.

Johnny Cash

Le due versioni hanno lo stesso testo, con la sola eccezione di una parola all’interno di una frase: la “crown of shit” di Trent Reznor, nella versione di Johnny Cash diventa una “crown of thorns”.
Una differenza che può sembrare minima ma che, in realtà, distingue l’ateo nichilismo autodistruttivo del primo dalla visione cristiana del secondo (Cash nel 1977 si laureò in teologia e fu consacrato ministro di culto). Negli ultimi dischi il cantautore inserisce più di un riferimento alla Bibbia. Riferimenti che troveranno posto anche nel bellissimo e malinconicamente ipnotizzante video che accompagna la canzone, uscito qualche tempo dopo la pubblicazione del disco.

Ciò nonostante, la domanda per entrambi resta sempre la stessa:

What have I become?
(Cosa sono diventato?)
My sweetest friend?
(Mio dolcissimo amico?)

 

Trent Reznor

Per Rick Rubin la versione di Cash «È veramente grandiosa. Hurt cantata da Cash è una canzone completamente diversa. C’è molta meno speranza. Di solito a quell’età, hai trovato una soluzione per la tua rabbia. Ma avere la furia dei vent’anni a sessanta o settanta anni, è brutale».
Quando gli fu domandato se si fosse sentito emotivamente coinvolto dopo averci lavorato come produttore, rispose di essere «Eccitato, perché quando ascolti una versione veramente buona di una canzone non è tanto l’emozione quanto piuttosto l’eccitazione di avere creato qualcosa di veramente potente».
Il produttore ricorda di avere inviato una copia del disco a Reznor una volta terminato e che non fosse sicuro che la cover della sua canzone gli fosse piaciuta poi molto. Rubin è convinto che il problema fosse stato nel fatto che quella particolare canzone era legata da un filo molto stretto al suo autore e che, sentirla eseguita da un altro, gli facesse uno strano effetto.
Almeno fino a quando non vide il video. A quel punto le cose cambiarono completamente.

Quando American IV: The Man Comes Aroun uscì nel novembre del 2002 il consenso fu unanime per quello che è sicuramente uno dei dischi più significativi di Johnny Cash e del panorama musicale in genere. Hurt divenne subito una delle canzoni più amate, il simbolo dell’album con cui si identifica il cantante stesso.
Hurt sarebbe uscito come singolo estratto dall’album American IV: The Man Comes Around (singolo contenente anche il video, Personal Jesus e Wichita Lineman) e per la realizzazione del video venne interpellato Mark Romanek, veterano del settore, che tra l’altro aveva già collaborato anche con Reznor per la realizzazione di due video dei NIN: Closer (1994) e The Perfect Drug (1997).

Mark Romanek

Quando Rubin gli fece ascoltare la canzone, Romanek ne fu talmente colpito da affermare che avrebbe voluto assolutamente girare lui il video e che sarebbe stato disposto a farlo anche gratuitamente.
Ricevuto l’incarico, Romanek dovette subito affrontare un problema: le condizioni di salute di Johnny Cash non erano delle migliori e quindi le riprese non potevano dilungarsi eccessivamente.
Il regista scelse come location la vecchia casa del cantautore trasformata in un museo alla sua carriera, ma che era ormai chiusa da parecchio tempo e in stato di abbandono.
La scelta si rivelò perfetta.

In un unico posto era racchiusa la vita, l’essenza, di un’icona della musica country (e non solo), che, come lo stesso Cash, aveva visto il tempo passare e nell’aspetto esteriore ne portava tutti i segni. Tuttavia, dentro c’era ancora la vita, che parlava e raccontava la storia di un uomo, dei suoi successi e degli insuccessi, le sconfitte e le vittorie. Nel video è presente (e non poteva essere diversamente) la sua amata moglie June Carter, anch’essa cantante e attrice famosa negli Stati Uniti, compagna del cantante da trentacinque anni (ma che gli era legata da ancora più tempo). Una presenza silenziosa, che lo guarda benevola mentre canta questo suo testamento e gli fornisce la forza per andare avanti, ancora una volta.
Circondato dai ricordi del passato, del lungo tempo trascorso, anche per gli oggetti impolverati che lo circondano, Cash canta ora suonando la sua chitarra, ora seduto a un tavolo, o ancora suonando il pianoforte, restituendo quell’immagine di consapevolezza mista a rassegnazione di un uomo che sa che il suo tempo ormai sta per scadere.

June Carter Cash e Johnny Cash

«Ho pianto la prima volta che l’ho visto. Se si dovesse avere quel tipo di emozione nel corso di un film di due ore, sarebbe un grande risultato. Riuscire a farlo in un video di quattro minuti è scioccante», dichiarò Rick Rubin dopo aver visto il video.

Rick Rubin

Per Reznor la cosa non fu meno “scioccante”: «Un giorno mi arriva una videocassetta con il video di Mark Romanek. È mattina, sono in studio a New Orleans a lavorare sull’album di Zack De La Rocha. Ho guardato il video con lui e sono scoppiato in un pianto incontrollabile. Le lacrime, il silenzio, la pelle d’oca. Quel video mi aveva tolto il respiro. A quel punto, aveva davvero colto nel segno. È stato straziante e davvero entusiasmante. Avevo appena perso la mia ragazza, perché quella canzone non era più mia. Poi tutto ha acquistato senso. E davvero mi ha fatto pensare a quanto sia potente la musica come mezzo e forma d’arte. Avevo scritto quelle parole e quella musica nella mia camera da letto come modo per rimanere sano di mente, in un luogo tetro e disperato in cui ero totalmente isolato e solo. Per chissà quale motivo, il brano viene interpretato da un mito della musica di un’epoca e un genere radicalmente diversi e conserva ancora la sincerità e il senso di differenza, ma è altrettanto puro. Sapevo che non era più la mia canzone, e dico questo non con gelosia, ma perché è successo in un momento della mia vita in cui stavo riscoprendo il mio apprezzamento per il potere della musica». Da quel momento Hurt identifica Johnny Cash, più che il suo autore e primo esecutore: Trent Reznor aveva “perso” la propria canzone.

Anche grazie a questo video Hurt  è considerata da molti la canzone “più triste di sempre”, dove l’aggettivo è comunque inteso in modo positivo. La cosa non è tanto improbabile.
La rivista di settore New Musical Express ha eletto il video della canzone come il miglior video di sempre e molti altri addetti al settore lo hanno posizionato tra i primissimi posti.

Il 15 maggio 2003, due mesi dopo aver girato il video, June Carter muore all’età di 73 anni. Il 12 settembre dello stesso anno, a causa di complicazioni legate al diabete, anche Johnny Cash muore a 71 anni.

Nel 2007, il 10 di aprile, un incendio distrusse e si portò via la casa museo di Johnny Cash dove fu girato il video. Era stata l’abitazione del cantante per una trentina di anni e ora non c’è più, come se avesse voluto seguire l’uomo che aveva ospitato per tutti quegli anni.

 

Nine Inch Niles
The Downward Spiral

Industrial Metal

Nothing Records
marzo 1994

produttori: Trent Reznor, Mark Ellis

Tracklist
1. Mr Self Destruct
2. Piggy
3. Heresy
4. March of the Pigs
5. Closer
6. Ruiner
7. The Becoming
8. I Do Not Want This
9. Big Man with a Gun
10. Dead Souls (cover Joy Division – Japan version bonus track)
11. A Warm Place
12. Eraser
13. Reptile
14. The Downward Spiral
15. Hurt

 

Johnny Cash
American IV: The Man Comes Around

Country, Rock

American Recordings
novembre 2002

produttore: Rick Rubin

Tracklist
1. The Man Comes Around
2. Hurt
3. Give My Love To Rose
4. Bridge Over Troubled Water
5. I Hung My Head
6. The First Time Ever I Saw Your Face
7. Personal Jesus
8. In My Life
9. Sam Hall
10. Danny Boy
11. Desperado
12. I’m So Lonesome I Could Cry
13. Tear Stained Letter
14. Streets Of Laredo
15. We’ll Meet Again

 

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