NIKOLAJ GOGOL’ DIETRO FANTOZZI E TAXI DRIVER

NIKOLAJ GOGOL' DIETRO FANTOZZI E TAXI DRIVER

Kafkiano è un aggettivo utilizzato spesso, e in alcuni casi in maniera piuttosto superficiale. Sta a indicare un film, o un’opera letteraria, che si ispiri in modo più o meno evidente alle atmosfere e alle situazioni create dal grande romanziere Franz Kafka (1883-1924).

 

Aldo, Giovanni e Giacomo hanno persino ironizzato sull’uso del termine kafkiano in una scena del loro film Chiedimi se sono felice (diretto nel 2000 insieme a Massimo Venier).

 

Se molti scrittori e registi devono qualcosa a Kafka, è altrettanto vero che la narrativa e il cinema hanno attinto in varie occasioni al genio letterario di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (1809-1852). Con le cui opere, come scrisse Giacomo Prampolini, “inizia la lunga serie degli umiliati e offesi che costituisce una particolarità della letteratura narrativa russa”. In particolare prende spunto da esse il cinema italiano sin dall’epoca del neorealismo, che non a caso ha avuto tra i principali artefici Cesare Zavattini. Autore spesso in bilico tra dramma e umorismo, ha scritto sceneggiature e romanzi che hanno molto in comune con quelli del maestro della letteratura russa. Cosa che risulta piuttosto evidente nei film diretti da Vittorio De Sica: Ladri di biciclette (1948), Umberto D. (1952) e Il giudizio universale (1961).

 

Gogol’ viene riproposto poi in forma decisamente comica da Paolo Villaggio (da cui mutua persino l’idealizzazione della donna, un tema caro allo scrittore). Leggiamo un brano tratto dal racconto di Gogol’ “Il cappotto”: “Inoltre egli aveva la speciale arte, camminando per la strada, di passare sotto le finestre nel preciso momento che ne buttavano ogni sorta di porcherie”. D’altronde il poeta russo Evgenij Aleksandrovič Evtušenko affermò che le pagine del libro di Villaggio gli ricordavano quelle di Gogol’. Libro che diventò poi il popolare film Fantozzi, diretto da Luciano Salce nel 1975.

 

Paolo Villaggio in seguito rielabora, fatte le debite proporzioni, certe situazioni che potremmo definire “alla Gogol’” in altre pellicole, per esempio Bonnie e Clyde all’italiana (1984), regia di Steno.

 

Va detto che Villaggio aveva incontrato l’opera di Gogol’ ben prima del successo di Fantozzi. Il film di Mario Amendola Il terribile ispettore (1969), che lo vedeva protagonista, s’ispirava infatti molto liberamente alla pièce “L’ispettore generale”.

 

Ci sono poi i film espressamente tratti dagli scritti di Gogol’. Ne sono stati realizzati numerosi, per il cinema e per la televisione. Uno dei migliori l’ha firmato nel 1952 Alberto Lattuada con Il cappotto, alla cui sceneggiatura non a caso ha dato un contributo proprio Zavattini. Versione cinematografica trasferita ai giorni nostri, nel quale lo scrivano Akakij Akakievič diventa Carmine De Carmine, impiegato comunale nella Pavia degli anni trenta. Il film di Lattuada può essere considerato uno dei primi esempi di passaggio dal neorealismo a un realismo umoristico, che sfocerà poi di lì a poco nella commedia italiana. Tra gli sceneggiatori figura anche Luigi Malerba, su cui Calisto Cosulich scrisse: “Nell’attuale narrativa italiana è difficile trovare un autore più gogoliano di lui”.

 

Nel ruolo di Carmine De Carmine, Renato Rascel ottenne un notevole riconoscimento personale, che lo portò a sfiorare il premio come miglior attore al Festival di Cannes del 1952 (vinto da Marlon Brando). L’anno successivo l’attore tentò di bissare il successo traendo ancora ispirazione da Gogol’ con La passeggiata (1953), molto liberamente tratto da una delle due vicende che costituiscono il racconto “La prospettiva Nevskij”.

 

Quello che può essere considerato il primo vero grande film italiano del terrore, La maschera del demonio, girato da Mario Bava nel 1960 in un magnifico bianco e nero (la fotografia è dello stesso regista), è liberamente ispirato al racconto di Gogol’ “Il Vij”. Un horror che si discosta dai prodotti d’oltreoceano per l’estrema crudeltà e per l’atmosfera morbosa e macabra dell’intera vicenda. Il dottor Chomas e il suo assistente Goberec, in viaggio verso Mosca, a causa di un incidente giungono in una cappella fatiscente. Qui, dentro un sarcofago, trovano il cadavere di una strega giustiziata un secolo prima.

 

Un’altra versione gogoliana aggiornata e trasferita in territorio italiano è la commedia di Luigi Zampa Gli anni ruggenti, del 1962. Anche in questo caso l’ispirazione viene da “L’ispettore generale”. Durante il regime fascista, l’assicuratore Omero Battifiori va per lavoro in un paesino della provincia dove viene scambiato per un importante gerarca.

 

Il meccanismo narrativo della commedia “L’ispettore generale” viene in parte ripreso nel film Chi si ferma è perduto (1960), diretto da Sergio Corbucci. Totò interpreta Antonio Guardalavecchia, ragioniere presso una ditta di trasporti in perenne competizione con il collega Giuseppe Colabona (Peppino De Filippo). Entrambi ambiscono al posto di capo ufficio. Traditi dall’omonimia, scambiano un semplice ispettore scolastico per il temuto ispettore che deciderà a chi assegnare la mansione.

 

All’inizio del racconto “Il naso”, il barbiere Ivan Jakovlevic trova un naso nel pane appena sfornato. Volendosene liberare, lo avvolge in uno straccio e per strada cerca di buttarlo da qualche parte, senza riuscire a trovare il momento favorevole perché incontra sempre qualcuno che conosce. Quando riesce a far cadere l’involto, un vigile glielo fa raccogliere. Poi lo getta in un fiume, convinto d’essere riuscito finalmente a disfarsi del naso. Poco dopo però una guardia lo raggiunge e gli chiede cosa stesse facendo sul ponte. È abbastanza evidente che una sequenza del film di Neri Parenti Pappa e ciccia (1983) riprenda il brano di Gogol’, in maniera più insistita e accentuando il lato farsesco.

 

Qualche spunto desunto dal mondo letterario di Gogol’ lo si trova anche nel capolavoro di Jacques Tati Playtime, del 1967. Mancano la cupezza e la disperazione sottesa alle vicende narrate dallo scrittore russo, tuttavia certe situazioni e figure, nonché il rapporto tra il protagonista e l’ambiente, ricordano senza dubbio le creazioni gogoliane.

 

Alcuni scrittori hanno in parte raccolto l’eredità di Gogol’. Uno è Roland Topor, che nel romanzo “Le locataire chimérique”, del 1964, ha creato una straordinaria miscela di humour nero, solipsismo e crudeltà. La storia del timido impiegato Trelkovski che prende in affitto un appartamento “stregato” a Parigi è poi diventata lo splendido film L’inquilino del terzo piano, diretto e interpretato da Roman Polanski nel 1976.

 

Di derivazione gogoliana appaiono alcuni titoli di Martin Scorsese. Solipsismo, solitudine, follia, lavoro impiegatizio, deambulazioni notturne, paranoia sono elementi presenti sia nei racconti di Gogol’ “Diario di un pazzo” e “La prospettiva Nevski” che nei film Taxi Driver (1976), Re per una notte (1983) e Fuori orario (1985). Nel racconto “La prospettiva Nevski” il giovane pittore Piskarev idealizza una ragazza bionda incontrata sulla strada principale di Pietroburgo, che poi si rivela una prostituta. Situazione narrativa in parte adombrata dai due personaggi femminili con cui ha a che fare il taxista Travis nel primo dei titoli di Scorsese citati. Nel racconto “Il ritratto” un altro pittore giovane e squattrinato, Ciartkov, trova un mucchio d’oro all’interno della cornice di un quadro appena acquistato, nel quale è dipinto un inquietante personaggio che di notte sembra prendere vita. Un passaggio del racconto, quello in cui Ciartkov già si vede artista celebre e acclamato, è senz’altro servito da modello a Scorsese quando ha scritto la sceneggiatura del bellissimo Re per una notte.

 

Dietro il fantascientifico Brazil (1984, Terry Gilliam), di gogoliano c’è soprattutto l’idea letteraria del drammaturgo Tom Stoppard, qui in veste di sceneggiatore. La storia del dipendente statale Sam Lowry, che finisce sulla lista dei ricercati di un regime totalitario di cui costituisce un ingranaggio, oltre alle caratteristiche del personaggio principale, ha vari momenti che sembrano usciti da un racconto di Gogol’.

 

 

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