GLI STEREOTIPI CHE NON VORREMMO PIÙ VEDERE NEI FILM

stereotipi

Se fossi un regista farei un elenco degli stereotipi da non inserire mai nei miei film. Forse non vincerei l’Oscar ugualmente, ma avrei di sicuro più stima di me stesso di quanta possano averne certi arruffatrame, anche di gran nome, che ci servono da sempre tonnellate di luoghi comuni atti a rendere i loro film più rassicuranti favorendone la prevedibilità, ben consapevoli di prendere gli spettatori per dei poveri sprovveduti. Chissà se gli spettatori se ne rendono conto. Io sì.

E allora, fermo restando che non sono un regista, mi autoconferisco il ruolo di rappresentante sindacale degli spettatori paganti raggirati, stilando la lista delle scene viste e riviste che non vorrei vedere più. Quelle almeno che mi vengono in mente. Le altre fatevele venire in mente voi.

TUTTO BENE?

Una scena che mi fa particolarmente senso è più o meno questa: c’è un tale che dopo un incidente d’auto o una scazzottata è ridotto a una massa sanguinolenta. Gli si avvicina un altro e gli fa: “Tutto bene?”. Ma cazzo dici? Non lo vedi com’è ridotto? Tutto bene un tubo! Non si può trovare un’altra frase, tipo, che so: “Fa male, vero?”. Forse sarebbe più sadica e altrettanto inutile, ma meno cretina.

GRAZIE

Oh, quante volte abbiamo dovuto assistere a questa scena: dopo una vicenda in cui una persona ha fatto qualcosa per un’altra, c’è un colloquio tra di loro, e mentre il personaggio benefattore sta andandosene, il beneficiato lo chiama per nome. Quello, che è già alla porta, si volta, e l’altro, facendo gli occhi languidi, con tono sentito e profondo gli dice ciò che tutti già sappiamo: “Grazie”. Ma non potevi ringraziarlo prima? Se uno fa qualcosa di buono per me non aspetto che se ne vada per esprimergli la mia gratitudine. E che fa il ringraziato? Sorride appena un po’, poi volta il culo, prende la porta e se ne va. Quante volte ancora ce lo rivogheranno ‘sto fottuto grazie?

MAI E POI MAI!

Arriva prima o poi, specie nei filmetti cinepanettoneschi, ma anche in produzioni più serie, il momento in cui un personaggio si rifiuta categoricamente di fare una certa cosa. Ed è proprio quando si impunta in un deciso “Mai e poi mai!” che noi conosciamo già la scena successiva: eccolo lì che sta facendo proprio quello che si rifiutava tassativamente di fare un attimo prima. Davvero sconsolante.

COME SI CHIAMA?

Ci sono situazioni in cui un personaggio non vuole rivelare il proprio nome, o quello di qualcun altro, che però gli viene richiesto in modo incalzante, e deve inventarsi qualcosa in un attimo. Allora che fa? Invece di far lavorare un minimo la fantasia si guarda intorno e vede un’insegna, o un barattolo di biscotti, o un manifesto, che viene debitamente inquadrato a beneficio dello spettatore, e legge quello che c’è scritto sopra spacciandolo per il nome richiesto. Il richiedente, anche se gli rispondi Saiwa, ci casca sempre, e prende per buono quel nome da barattolo magari pescandoci dentro un biscotto. Lo mette in bocca e storce un po’ il naso perché è stantio. Lo spettatore lo storce ancora di più.

LA TOSSE

Non ci si può sbagliare: quando il personaggio di un film ha la tosse, poi muore. Non molto consolante per chi guarda, che al cinema si trattiene dal tossire, perché, certo, quello è un film, ma non si sa mai.

GLI SPIGOLI ASSASSINI

Vediamo nei film d’azione gente che sbatte di qua e di là, cade da altezze di vari metri, rotola per dirupi sassosi, viene urtata da veicoli in marcia… ma poi si rialza con tre graffi. Però, quando serve alla trama del film, una spinta in casa basta e avanza: chi di dovere sbatte la testa sullo spigolo di un mobile e muore. Ma proprio sul colpo. Anche le cadute per le scale sono tra le più letali. Insomma, fa più danni una spintina casalinga che un carosello di fratture multiple. Prendete nota, signori assassini: spigoli. Il massimo risultato con il minimo sforzo.

I MORTI VIVENTI

Caratteristica dei “morti viventi” è la lentezza. Camminano a scatti, con le gambe rigide, a volte cadono e a fatica si rialzano. E allora perché i nostri eroi, che corrono come frecce, vengono sempre raggiunti da quei mostri sanguino-lenti?

TOC TOC

Succede, nei film americani, che quando uno si presenta davanti a una porta, sapete, di quelle dai numeri civici stratosferici, bussi. Bussano sempre. E viene da chiedersi: ma nella civile, avanzata America, non ce li hanno i campanelli? Sì che ce li hanno, ma loro vanno giù di nocche. So’ americani! Knok knok… Apri, ché magari hai una sorpresa.

LA BARBA

Ovviamente quando gli attori sullo schermo si fanno la barba con schiuma, rasoio o lametta sono già perfettamente sbarbati, e questo glielo concediamo. Con la lama finta cominciano a togliere via la schiuma, ma succede sempre qualcosa che non consente loro di terminare l’operazione: una telefonata, qualcuno che bussa alla porta, una donna discinta… Restano quindi parti del viso non rasate, che si riconoscono dalle zone ancora ricoperte di schiuma. Ma i nostri eroi cosa fanno? Con l’asciugamano ripuliscono la volitiva mandibola di tutte le candide escrescenze rimaste ed escono dal bagno… completamente sbarbati, mentre la logica vorrebbe che qua e là spuntassero a macchia di leopardo ciuffetti di corto pelo scuro, laddove il rasoio non è passato. Ma non spunta nulla, tranne la rassegnazione degli spettatori, che questa scena se la sono sorbita troppe volte.

IL VOLANTE BALLERINO

Questo è un classico, e viene da molto lontano, dai vecchi film con quelle belle automobilone coi volantoni: il conducente, anche se va a dritto, muove il volante continuamente a destra e a manca. La cosa non solo è grottesca, ma scopertamente erronea: siamo tutti automobilisti, e sappiamo bene che il volante si gira solo in caso di curva o di spostamento sulla carreggiata, ma mai così nervosamente e di continuo. Solo in pochi film ne ho rilevato un giusto uso, e di solito sono quelli in cui la macchina è veramente sulla strada, e non trainata dall’apposito furgone da ripresa o ferma in studio.

VADO UN ATTIMO ALLA TOILETTE

Ma quando mai? Nel 99% dei casi quando un personaggio va in bagno non è per espletare i propri bisogni fisiologici. No, si va in bagno per scappare dalla finestrina, per prendere una pistola, o soldi, o droga, regolarmente reperibili nel vano dello sciacquone, oppure proprio non ci si va: la scusa della toilette serve per aggirarsi da tutt’altre parti a fare tutt’altre cose. Però ci sono casi in cui gli attori corrono davvero in bagno, ed è per vomitare, visto quanto bevono.

E ORA PARLIAMO DI SESSO

Sul sesso c’è molto da dire. Qui i luoghi comuni si sprecano. Per cominciare prendiamo atto che un invito a cena equivale alla proposta di una scopata. Se lei accetta l’invito è praticamente fatta: vuol dire che ci sta. Ipocrisia sessuale di stampo oltreoceanico. Dopo la cena lui l’accompagna alla porta di casa, dove deve scattare il bacio, e quasi sempre scatta, oppure è lei che “innocentemente” invita lui a entrare a bere qualcosa, chiaro sinonimo di: “E ora si tromba!”. Ma ci sono casi in cui la signorina si stacca dall’abbraccio ed entra in casa, e lui deluso si avvia verso la macchina, ma poi ci ripensa, torna indietro e bussa (il campanello come sappiamo è un optional). Lei, che era rimasta dietro la porta, apre e lo risucchia voracemente dentro. Una pantomima del tutto incoerente. Una volta in casa, s’infiamma la passione. Cominciano a spogliarsi reciprocamente con una furia inutile, lui la inchioda al muro dell’ingresso e lì si consuma un rapporto sessuale alquanto improbabile. Ma avete mai provato a farlo in quel modo? Oltre che scomodo è di difficile esecuzione, coscia di lei sotto il braccio di lui che la solleva mentre senza togliersi nemmeno i pantaloni e fornito di un’erezione praticamente automatica malgrado la regolare sbronza, provvede a impalarla centrando alla prima il bersaglio in una posizione del tutto inadeguata. E non è neppure certo che lei si sia tolta le mutandine. Noi almeno non ce ne siamo accorti. Il rapporto continua con cinque o sei furiosi colpi di bacino dell’uomo, che dopo pochi secondi giunge grugnendo all’orgasmo. Alla faccia dell’eiaculatio praecox! Lei urla non si sa se per il piacere o per la delusione. Può andare così, oppure i due possono resistere fino ad arrivare al letto, dove le cose vanno senz’altro meglio, ma con il luogo comune, davvero comune in ogni film, della donna che sta sopra e cavalca il maschio. Sembra che sia la posizione più naturale, la regola, mentre a me risulterebbe un’assai gustosa variante. No, tutte le donne sopra, tutti gli uomini sotto. Sempre. Forse per affermare il predominio femminile catturando quella fetta di pubblico che decide quale film andare a vedere (e decide anche quasi tutto il resto). L’altra fetta, quella maschile, è contemporaneamente accalappiata dalle forme sinuose della femmina in azione, meno evidenti in altre posizioni, quindi tutto ok: donna sopra ad libitum. La posizione “normale”, detta “del missionario”, beh, quella ormai è diventata una stanca opzione, tuttavia resiste in qualche scena. La “pecorina” è più rara, ma quando si verifica è segno pressoché sicuro di penetrazione anale. Partite dal cinema americano, queste convenzioni si sono spalmate in tutte le cinematografie, compresa quella scimmiottante italiana. Un’altra cosa da notare è che l’eiaculazione avviene sempre all’interno della vagina, niente precauzioni, si è portati a pensare che tutte le donne prendano la pillola, perché di preservativi nemmeno l’ombra. Poi, lo credereste? Nessuna ha mai le mestruazioni. Sono sempre disponibili, le aperte signorine. Tutto a dritto, e rimangono incinte solo se lo stabilisce lo sceneggiatore. Altra scena, la mattina dopo. Lei si sveglia, sembra sola, tutto normale, ma no, a un certo punto si allarga l’inquadratura, e si accorge che accanto a lei c’è un uomo che dorme. Nudo! Fa una faccia stupita, poi improvvisamente ricorda, e a volte appare persino contrita, la verginella. Insomma, queste signore fanno robe di ogni genere, anche con il primo… venuto, conosciuto la sera avanti al bar, e basta un po’ di sonno per scordarsene. Lo stesso vale per i maschi. Sarà perché, luogo comune nei luoghi comuni, in questi film sono sempre tutti quanti ubriachi fradici.

UN DRINK?

Io credo che le case produttrici dei superalcolici siano potenti sponsor occulti dei film americani. Non si vede altro che gente che beve, e mica fragolino, eh, roba forte. Qualunque cosa succeda ci si fa un drink, doppio magari, e poi un altro, e un altro, e un altro ancora. C’è da festeggiare qualcosa? Si beve. C’è da consolarsi di qualcosa? Si beve. Non c’è né da festeggiare né da consolarsi? Si beve lo stesso. Il whisky sembra il refugium peccatorum di tutti questi fegati spappolati, che poi, veniamo a sapere, fanno lo stesso nella vita reale. Bei bischeri, sì! Non è molto educativo tutto questo, ma forse anche meno ipocrita di altri comportamenti: non siamo noi quelli che vietano di fumare in TV e vendono le sigarette a chiunque voglia comprarle? Si reprime l’esempio e si favorisce l’uso. Nel caso del cinema non si reprime nemmeno l’esempio. E in fondo andrebbe bene così, se non fosse tremendamente noioso vedere tutti quegli imbecilli fissi con il bicchiere in mano.

UN PO’ DI COCA?

La droga è entrata nel cinema dalla porta principale, e in particolare la cocaina. Ormai sembra quasi obbligatorio. Uno specchio della realtà, parrebbe. Non la mia né di tanta gente che conosco, ma a quanto pare fa fico mostrare nasi che tirano su, e sta diventando un altro luogo comune cinematografico. Però io mi chiedo alcune cose: gli attori cosa tirano su? E tirano su davvero? Si vede polvere bianca messa ben in riga e questi che con una cannuccia nel naso l’aspirano fino a farla scomparire: qualunque cosa sia, la fanno entrare davvero nelle narici? Perché fosse anche bicarbonato o borotalco non credo sia troppo salutare. O forse le cannucce del cinema sono truccate e hanno un filtro che blocca la polvere prima che entri nel naso? O esiste un preservativo nasale che le impedisce di salire al cervello? Insomma, mi rifiuto di pensare che questi poveri attori siano costretti ad assumere per via nasale una sia pur innocua polverina in scene ripetute chissà quante volte. A meno che… No, sul set, mi dicono, è tassativamente vietato assumere droghe. Lo fanno dopo, o l’hanno già fatto prima, per dare il massimo. Ma cercando risposte alle mie angosciose domande apprendo che esistono polveri bianche apposite e innocue a base di estratti vegetali da usare in scena, le quali però possono provocare ugualmente dei non piacevoli fastidi alle vie respiratorie. E quanto alle cannucce pare che in alcuni casi ci mettano dentro della gelatina che assorbirebbe gran parte della polvere. E allora buona spolverata. Magari dopo date anche una lucidatina, grazie.

LA SPALLA

No, non l’attore che fa da spalla a un comico: proprio la spalla anatomica, quella che viene ripetutamente colpita nei film. È un vecchissimo stratagemma per fare in modo che i nostri eroi vengano feriti, ma mai a morte. Il Gary Cooper della situazione spara, e a ogni sparo fa fuori un indiano, ma tra la pioggia di frecce che gli arriva addosso solo una lo colpisce. Indovinate dove? Alla spalla. Farà un po’ male estrarla, ma poi basta una benda e via, si ricomincia a sparare. Può prendersi frecce o pallottole, ma se muore il protagonista finisce il film, quindi tutto sarà magicamente depistato al bersaglio laterale. I nemici non hanno spalle, solo organi vitali, teste, cuori, stomaci, fegati, polmoni… L’impavido eroe ha solo la spalla. Variante: colpo di striscio alla tempia. Non è niente, figuriamoci, quel rivolo di sangue fa tanto maschio intrepido… Bang! Bang! Ops… ho sbagliato, l’ho centrato in fronte!

IL CAZZOTTO

In America un cazzotto non si nega a nessuno. Il cazzotto è frequente e vincente. Uno ha detto qualcosa che non ti piace? Giù un cazzotto. Un altro ha mancato di rispetto a una ragazza? Giù un cazzotto. Uno ti ha fatto una stronzata? Giù un cazzotto. Insomma, il cazzotto nei film americani è un fatto normale. Il cazzottato cade sempre come una pera cotta, e il cazzottatore è ammirato e a volte applaudito. Parte una querela? La vittima chiede i danni? Macché! Chi l’ha preso se lo tiene. Prova a farlo nella vita reale e poi vedi… A volte però è anche il protagonista che se lo prende, ma di solito si rialza, si massaggia il mento e tutto passa. Tanto si sa che prima o poi lo renderà, spesso anche subito. I cazzotti isolati e ben dati sono la regola nei film americani, che ancora risentono dell’epopea del vecchio West. L’importante è stare dalla parte giusta del pugno.

QUANDO È LA DONNA CHE PICCHIA

A volte vediamo donne vivaci che si ribellano a certi atteggiamenti maschili e cominciano a martellare con i loro pugnetti il petto e il volto del mascalzoncello. Lui di solito prende per le braccia l’assalitrice e la immobilizza facilmente, e anche se ne ha buscate un po’ sorride. Perché lui è quello forte, superiore, e la donna è quella debole, inferiore. Il risolino beffardo dell’uomo è un chiaro segno di umiliazione nei confronti della femmina, ma allo spettatore appare simpatico. Questo succede anche nel caso di uno schiaffo. Lui se lo piglia, si appoggia la mano alla guancia e… sorride. Proprio da prenderlo a schiaffi!

NON HO POTUTO FARE A MENO DI ASCOLTARE

Frequentissime sono le scene in cui qualcuno ascolta non visto quello che altri personaggi si dicono in una stanza dove credono di essere al sicuro da orecchie indiscrete. Ovviamente sono sempre rivelazioni che turbano l’ascoltone (che già che c’è è anche un po’ guardone): il poveretto in questo modo viene a sapere persino che non è figlio di chi crede di essere. Ma mai, dico mai, i chiacchieroni si accorgono che a due metri da loro, attaccate a una faccia che spunta dalla porta, ci sono due orecchie da Dumbo che sentono tutto. In queste scene viene abolita la coda dell’occhio. Però a volte il personaggio nascosto decide di rendersi visibile, viene avanti e dice sempre la stessa frase: “Non ho potuto fare a meno di ascoltare”. E ti credo, ti eri messo lì apposta!

IL TRAVESTITO

In vari film, anche molto famosi, ci sono uomini che per ragioni diverse hanno l’occorrenza di vestirsi da donna, e di solito sono brutti, anzi, brutte come la fame, gambacce, faccia orrenda truccatissima, braccia pelose… E sto parlando di eterosessuali non avvezzi al travestitismo, quindi anche parecchio sgraziati nelle movenze, incapaci di camminare sui tacchi, imbarazzati dalle protesi mammarie, e via con tutta la pantomima relativa. E questo è già un frusto stereotipo. Ma non basta, perché inevitabilmente questi mostri trovano estimatori maschili che s’invaghiscono di loro. Ometti che sbavando si appiccicano addosso a quegli orrori come se fossero Miss Mondo. È automatico, e lo spettatore lo sa già, lo sa benissimo, e dovrebbe pure ridere. Perché rivogarglielo ogni volta? Mistero dei cinematogra-fari… spenti.

IL TELEFONO

Sempre protagonista, dai tempi della cornetta a quelli dello smartphone, il telefono nel cinema serve soprattutto a interrompere due che stanno per baciarsi. Lo si avverte chiaramente anche se non siamo indovini. Le labbra si avvicinano, sempre di più, e noi siamo perfettamente in grado di individuare l’attimo in cui lo squillo romperà l’incanto. Drinnn… Eccolo. Uno dei due dice: “Lascialo suonare”, e l’altro, più realista, dopo un ulteriore paio di squilli: “Ma può essere importante”. Infatti, la telefonata lo è abbastanza da far uscire di casa il destinatario e rimandare le effusioni ad altro momento. Che arriverà, di sicuro, ma stavolta magari suoneranno alla porta. Sì, questo è uno dei pochi casi in cui invece di bussare suonano. Quel bacio è proprio sfigato. Tutto però si aggiusterà, lo sappiamo, il bacio ci sarà, e anche molto altro. Il telefono inoltre è di solito usato in modo poco gentile nei film. Ci avrete fatto caso, al termine di ogni telefonata non ci sono i saluti che i normali mortali fanno congedandosi. No, riattaccano di brutto durante la conversazione e non ci fanno mai vedere la faccia di chi, dall’altra parte, sarà rimasto sicuramente di merda. Ah, già, è un film: dall’altra parte non c’è nessuno. Quando non c’erano ancora i telefonini, l’ispettore che stava facendo un’indagine nella casa del delitto si vedeva sempre porgere la cornetta con la frase: “È per lei”. Come facessero sempre a rintracciarlo dovunque è rimasto un mistero ormai non più svelabile, simile a quello dei telefoni pubblici che squillano per l’attore che si aggira negli immediati paraggi della cabina. Con l’avvento della telefonia mobile tutto questo è sparito, ma tra le tante ecco un’altra bella trovata, che una volta trovata è stata più e più volte replicata: quella di buttare via il telefonino. A volte nel fiume o nel mare da un parapetto, altre volte scaraventandolo dal finestrino dell’auto, o schiacciandolo sotto le suole fino a farlo a pezzi. Ma come? Teniamo tanto a questo irrinunciabile accessorio che contiene tutta la nostra vita e loro lo sbattono via così? Sì, nei film. Nella vita reale quando mai? Con quello che costa.

LA MACCHINA

La ragazza corre, inseguita da zombie o dal cattivone che la vuole uccidere, riesce a raggiungere la propria auto, entra, gira la chiave di accensione e… lo sapevate già che non si sarebbe messa in moto, vero? Una macchina che fino a quel momento ha funzionato benissimo, improvvisamente non parte. Lei prova, riprova, no, non va. E i cattivi sono sempre più vicini, più vicini… Eccoli, stanno per raggiungere la povera terrorizzata vittima che gira e rigira inutilmente la chiave, sono già al finestrino che premono, urlano, digrignano i denti, quando, miracolosamente, il motore si accende, la macchina parte, e magari travolge pure qualcuno dei cattivacci. Via, verso la salvezza. Però che brividi! Ma quali brividi… si sapeva già tutto! La macchina è un accessorio importante nei film: non parliamo degli inseguimenti assurdi o dei portabagagli sempre pieni di persone che vi sono state rinchiuse, ma soffermiamoci un attimo sulla grande fiducia che i personaggi sullo schermo hanno nel genere umano: quasi mai, quando parcheggiano, chiudono l’auto. Lasciano persino la chiave inserita. Ma soprattutto, miracolo dei miracoli, questi qui trovano sempre parcheggio davanti a dove devono andare! E non fanno manovra come i comuni mortali, entrano di prima intenzione a marcia in avanti, anche con macchinone lunghe un tot. È proprio un altro mondo. E gli incidenti? Lo spettatore li annusa come un gatto si annusa le terga. C’è chi guida senza guardare la strada per decine di secondi e non gli accade niente, ma, attenzione, quando la scena insiste senza alcun motivo apparente su qualcuno che guida, in particolare da solo, magari di notte, preferibilmente disperato, beh, sta per succedere qualcosa. Crash! Inevitabile. E a volte come esplodono ‘ste vetture! Ma vanno a nitroglicerina? A proposito, se la scena indulge sui saluti tra qualcuno e familiari o amici prima di salire sulla propria auto, beh, nel 90% dei casi la macchina esploderà con lui al primo giro di chiave. R.I.P.

IL GARAGE SOTTERRANEO

Mai in un film andare a prendere la macchina da soli in un garage sotterraneo. Fatelo sempre con la scorta. Ma già, voi non siete in un film. Meno male. Perché sennò andrebbe così: di solito siete una donna che nel silenzio della solitudine fa rimbombare nel grande ambiente il suono dei suoi tacchi (sempre alti) camminando spedita verso la propria auto, ma a un certo punto sente un rumore. Appena il tempo di voltarsi e viene aggredita dal bruto appostato lì da chissà quanto tempo. Ci sono diverse varianti a questo cliché, ma state tranquilli: se il regista vi mostra un garage sotterraneo è perché lì sta per succedere qualcosa di molto spiacevole. E succede un po’ troppo spesso, anzi sempre.

LA BOMBA

C’è una bomba, qualcuno l’ha piazzata da qualche parte. I nostri eroi la scoprono, e qui comincia la corsa contro il tempo. Di quanto manca all’esplosione siamo avvertiti da un timer che marcia inesorabilmente all’indietro. E mentre sullo schermo ci si dà un gran da fare per riuscire a neutralizzare il pericolo, lo spettatore può farsi anche un breve sonnellino, perché tanto per cominciare il tempo viene sempre comodamente dilatato, e trenta secondi diventano almeno due minuti, poi si è matematicamente sicuri che solo all’ultimo secondo, non prima, sarà tagliato il cavo giusto. Ma è quello rosso o quello blu? Magari quello giallo… Non importa il colore, qualunque cavo si tagli è quello buono. Meno tre, due, uno… Zac! Un sospirone di sollievo: il film è salvo. Ma non la dignità di chi l’ha girato.

IL BAMBINO PISCIONE

Nei peggiori film comici, ma anche in qualcuno dei migliori, quando un uomo è costretto a prendere in braccio un bambino piccolo, di solito affibbiatogli dalla madre, quello gli fa sempre la pipì addosso. Ma proprio immediatamente. Sembra che non aspetti altro, il piscioncello. E sembra anche che nei film i pannolini non siano mai stati inventati.

 

PORTE, FINESTRE E PROVE DECISIVE

I poliziotti o gli investigatori privati, compresi quelli improvvisati, nel corso delle loro indagini arrivano a una casa, bussano più volte, ma non apre nessuno. Si guardano intorno. Provano a spingere il battente: e trovano (quasi) sempre aperto. Variante: basta un filino di ferro per aprire, non esistono serrature di sicurezza nei film. Variante 2: una bella spallata o pedatona e la porta si spalanca. Entrano e trovano immancabilmente qualcosa di interessante, tipo un cadavere, cosa che ingarbuglierà ancora di più la faccenda, oppure, in mezzo a tante cianfrusaglie, un foglietto, per esempio, che darà loro la soluzione del caso. Ma che fortuna! A volte è un piccolo oggetto: un monile, una foto, un biglietto da visita, una scatolina di fiammiferi. Beccato al primo colpo, al massimo al secondo o al terzo. Tutto il resto non serve. Il nostro eroe se lo mette in tasca ed esce, e noi sappiamo già che sarà decisivo, a un certo punto della trama, per smascherare l’assassino. Come per le porte, lo stesso dicasi delle finestre, comodamente basse quasi a livello del suolo: anche quelle si trovano sempre aperte, basta tirare su il vetro, che ci vuole? Poi si scavalca e si entra. Trallallà!

L’ESPERTO DI COMPUTER

Ormai in ogni film di minima azione il computer ha un ruolo determinante. Ma difficilmente è l’attore protagonista a esserne l’esperto utilizzatore. Lui, o lei, hanno altro da fare, ci vuole il tipetto apposito. Ed è sempre bruttoccio. Incredibilmente bravo, risolve velocemente ogni situazione, ti collega col mondo, individua password, entra nei sistemi più sofisticati, li modifica a proprio piacimento, trova l’introvabile, può cambiare anche l’alternarsi dei colori dei semafori o piratare un impenetrabile sistema di videosicurezza. Insomma, è un dio. Sì, ma sempre brutto e sfigato è, rinchiuso in qualche lurido ambiente pieno di macchinacce scure che solo lui sa utilizzare. Ve lo immaginate uno così che abbia l’aspetto di un gran ficone bello e sciupafemmine? No, mai: quelli vanno a donne. I brutti sviluppano il genio telematico perché non trombano. Così è la vita negli stereotipi cinematografici. Nella realtà ci sono invece tanti bruttini che non trombano ugualmente pur senza essere geni del computer.

PASSWORD E CHIAVETTE

L’intrepida protagonista si intrufola in un ufficio o in una stanza in cui non dovrebbe, perché se ce la trovano la fanno fuori, si mette al computer e cerca di entrare nelle segrete cose del cattivaccio, che però sta per arrivare. Deve fare presto, ma non conosce la password, e le prova tutte, ogni volta però le appare la scritta “access denied”, è disperata, continua a provare varie combinazioni, poi subodora che il cretino abbia messo come password la propria data di nascita, lei ci prova e finalmente le si apre un mondo. Ma a questo punto la ragazza sente dei rumori. Il cretino è rientrato, deve fare prestissimo: infila la chiavetta nell’entrata usb e inizia a scaricare il contenuto del pc. Lei spera in una sveltina, e invece assistiamo al lento procedere del baco del caricamento, che sembra prendersela molto comoda. Ma non c’è tempo. Lei si strugge. Dai, dai… Non finisce mai, diversamente dalle scopate cinematografiche. I passi si fanno sempre più vicini, ecco, il cretino sta per aprire la porta, ed è qui, come per magia, che si completa l’operazione. Orgasmo! Inquadratura della mano della temeraria ladra di dati che estrae fulminea la chiavetta, mentre con l’altra mano richiude il computer, poi della porta che si apre. Si affaccia l’uomo cattivo e nella stanza non c’è più nessuno. Se sapesse che l’intrusa è rintanata sotto la scrivania ne farebbe polpette, ma si limita a richiudere la porta e ad andarsene. Nella scena successiva lei è già fuori con la sua chiavetta gravida. Missione compiuta. Ehi, non sarei un ottimo sceneggiatore di luoghi comuni?

LA TV

Nei vecchi film succedeva con la radio, poi si è passati alla TV. Sì, ma cosa? Vorrei saperlo anch’io, ma mi spengono sempre l’apparecchio sul più bello. Accade così: arriva una notizia di grande interesse per gli interpreti del film, tutti guardano la TV, ma a un certo punto c’è sempre quello che zac… la spegne. Ma sempre, eh, mai una volta che ci facciano vedere fino in fondo la notizia. Eppure dovrebbero essere loro i primi interessati, ma, visto che ci coinvolgono, anche noi lo siamo. No. Fanno tutto l’opposto di cosa farebbe un comune mortale. E questo è uno stereotipo di quelli che urtano. Qualche volta per favore lasciatela accesa almeno in sottofondo, così, per sembrare più umani. Grazie.

IL CANE

Vivete in un film, siete una tranquilla famigliola perseguitata da una persona cattiva? Allora non prendete un cane, perché prima o poi sareste costretti a seppellirlo prematuramente in giardino. Famiglia avvisata, cane salvato.

L’ASSEGNO

Ma è possibile che ogni qual volta uno (o una) in un film riceve un assegno debba poi strapparlo in mille pezzettini? Che rabbia! Gli spettatori soffrono, loro non lo straccerebbero mai. La gente comune non ha queste alzate d’orgoglio. E prendetelo ogni tanto l’assegnino, andiamo! Fatelo per noi.

GENITORI E FIGLI

Molti sono gli stereotipi cinematografici in famiglia. Intanto notiamo una abnorme presenza di vedovi, mentre nella realtà il mondo è pieno di vedove: e dove mai lo trovi un vedovo? Al cinema, appunto, e son tutti bellocci e ancora pronti ad amare. Spesso hanno figli, di solito una figlia. Ma la figlia non sempre adora il padre, che vede poco, e quelle poche volte non manca di rimproverarlo come fosse lei il genitore. Antipatica. Inevitabilmente una figlia, e anche bella, ce l’ha il classico professore dei film di fantascienza, lui pure vedovo e assai bonario, che la cederà volentieri all’eroe della storia. Bacio. Quando non servono, i genitori sono morti entrambi in un incidente d’auto, e così ce ne siamo liberati. Un’appendice che non ha alcunché a che fare con la trama, ma ci sta per una parentesi patetica, è quella della mamma malata di alzheimer, ricoverata in una casa di inutile cura, una povera donna smarrita che il protagonista va a trovare almeno una volta nel film e che regolarmente non lo riconosce. I divorzi sono all’ordine del giorno, frequente è la scena penosa dell’ex marito che bussa alla porta dell’ex moglie per prendere i figli trovandosi faccia a faccia col di lei attuale utilizzatore. E quante volte, guarda caso, i due ex si ritrovano a lavorare insieme, tipo in polizia. Che palle! Tutti questi casi, con varie sfumature, ricorrono regolarmente al cinema, e sono tra i peggiori esempi della mancanza di idee di chi ci vende i film ben sapendo che noi li compreremo, perché va tanto di moda l’usato.

GLI ITALIANI

Spesso nei film le protagoniste indossano sofisticati e carissimi abiti di Armani, Dolce e Gabbana, Versace, scarpe di Prada, borse di Gucci, ma quando c’è da raffigurare un italiano questo sarà sempre un ghiozzo tremendo. Gli italiani urlano, sono sbracati, grassi, brutti, volgari, pantaloni sotto la pancia, mafiosi, mangioni, tutti spaghetti e tarantella. Sinceramente ci avete rotto il cazzo.

TUTTI SCRITTORI

A dar retta al cinema ci sono più scrittori che operai. Che siano di successo o falliti, prolifici o senza ispirazione, gli scrittori popolano gli schermi da sempre, e francamente non se ne può più. Oggi poi che cani e porci scrivono sui social e la stampa di un libro non si nega a nessuno, sarebbe proprio l’ora di finirla. Lo scrittore non fa più scena, inventatevene un’altra.

ME LO DIRAI DOPO

Un personaggio sta per dire una cosa a un altro, è lì lì per dirla, ma l’altro ha sempre qualcosa da fare. La cosa da dire è importante, lo spettatore sa bene di che si tratta, è una rivelazione, può cambiare il corso della storia, e pensa: “Digliela, digliela!”, ma chi dovrebbe dirla è titubante, perché è una verità scomoda, e chi dovrebbe ascoltarla al contrario è superattivo, gli parla sopra, ha fretta, si allontana, gli dice: “Sì, sì, me lo dirai dopo”. E va a finire che l’altro non parla più. In una scena successiva: “Allora, che dovevi dirmi?”. “Oh, niente d’importante…”. Non siamo ancora al minutaggio giusto, le rivelazioni devono attendere il loro momento, che di solito arriva verso la…

FINE


Il cinema spesso è come una vecchia barzelletta che ti hanno raccontato mille volte e che non sopporti più, tanto che quando vedi un film bello e originale, che percorre strade proprie e non quelle comode già tracciate da altri, ti sembra di sentire finalmente una barzelletta nuova. Te la godi, ma con un retrogusto amaro, perché sai che ogni novità prima o poi sarà clonata, e te la ritroverai in un altro film, in un altro e in un altro ancora. Come una vecchia barzelletta. La triste storia del mondo, dai corsi e ricorsi storici fino alla più banale delle sceneggiature, è fatta di ripetizioni. Ma un conto è fare e rifare ciò che ci aggrada, un altro subire e risubire ciò che aggrada al botteghino.

Quindi a voi la scelta: andare al cinema o stare a casa a fare (di nuovo) l’amore. Magari come nei film…

Allora, che ripetizione scegliete?

 

2 commenti

  1. Vogliamo parlare poi delle porte di servizio in america???? Perchè chiudi la porta principale con 18 chiavistelli, due barre di acciaio e 7 mandate e lasci aperta la porta posteriore?? Ma sei scemo? E le scene in cui la vittima entra in casa e trova il futuro carnefice che la aspetta seduto al buio.su una poltrona???

  2. Finalmente qualcuno che lo scrive!! Molto divertente e vero questo articolo..Sono stanca in particolare delle scazzottate comtinue per ogni futilità nei film americani. Ne aggiungo un’altra:
    Lui si rende conto di voler stare con lei alla fine del film. E guarda caso quel giorno lei è all’aeroporto per partire per sempre. Lui lo scopre da qualcuno che la conosce e fa una corsa contro il tempo verso l’aeroporto. Ovviamente lei perderà il volo appena lo vedrà e vissero tutti felici e contenti

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati con *

Dichiaro di aver letto l'Informativa Privacy resa ai sensi del D.lgs 196/2003 e del GDPR 679/2016 e acconsento al trattamento dei miei dati personali per le finalità espresse nella stessa e di avere almeno 16 anni. Tutti i dati saranno trattati con riservatezza e non divulgati a terzi. Potrò revocare il mio consenso in qualsiasi momento, integralmente o parzialmente, con effetto futuro, ed esercitare i miei diritti mediante notifica a info@giornalepop.it

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*