GLI INSEGNANTI VISTI DA MARCEL PAGNOL

GLI INSEGNANTI VISTI DA MARCEL PAGNOL

Marcel Pagnol è nato a Aubagne, a pochi chilometri da Marsiglia, nel 1895, insieme al cinema si potrebbe dire. La sua opera, vasta e varia, profuma di Provenza. Va dalla commedia teatrale al film, passando per il romanzo, il saggio e le memorie dell’uomo attempato che si decide di consegnare alla posterità, insieme a qualche briciola di saggezza, la sua particolare voglia di vivere.

Marcel Pagnol


Non la tratterò tutta. L’attraverserò appena, e non come si visita un museo di cose noiose e ammuffite, ma come si attraversa in avanscoperta un luminoso e allegro Luna Park, gettando lo sguardo su quel che più mi piace e rassomiglia.
Essendo un insegnante, ed essendo a fine anno scolastico, parlerò dei suoi insegnanti.

Jazz è una pièce teatrale scritta nel 1926, quando ancora al cinema non era stata proiettata la prima dell’Angelo Azzurro. Blaise, 56 anni, celibe, insegna greco all’università di Aix-en-Provence e ha dedicato trent’anni della sua vita allo studio di un testo (Phaeton) che attribuisce a Platone. Uno specialista inglese dimostra l’inesattezza della sua teoria e manda in frantumi i sogni di un’intera vita. Blaise si accorge allora di non avere mai vissuto davvero e di avere inseguito delle chimere. Scopre l’inutilità dello studio e l’importanza dell’amore. Una presa di coscienza che lo porterà a insegnare ai suoi allievi a godere di ogni momento della vita e a dichiararsi a una delle sue alunne. Ovviamente, l’amore per la ragazza non sarà pienamente corrisposto…

L’opera s’iscrive nel dibattito sulla figura dell’intellettuale asservito alle cose terrene di cui si farà voce Julien Benda in Il Tradimento dei Chierici. Esilarante a questo proposito la replica di Blaise all’amico Barricant, commerciante di ferramenta: “Allora, tu, tutto blindato di ferramenta, pensi che il mio Phaeton non abbia importanza? È vero che il tuo è un punto di vista speciale. Venticinque anni fa siamo andati insieme al museo. Ti sei fermato davanti al Cristo di Rubens. Ho creduto per un attimo che avessi capito qualcosa, perché lo guardavi con molto interesse. Sai che cosa ti aveva colpito? La forma dei chiodi! E pensavi che non ce ne fossero abbastanza!… Ecco a che cosa serve, la gente come te! Fabbricano dei piccoli Barricant, e forniscono i chiodi per crocifiggere i profeti”.

Jazz


Topaze
ci presenta l’insegnante alle prese con la classe, perché anche allora gli alunni erano piuttosto chiassosi e scorretti. Parla spesso dei suoi problemi con i colleghi e, nei corridoi, si assiste allo scambio di inutili ricette per mantenere la disciplina. Topaze è il classico insegnante dal salario modesto e con un alto senso civico. Sarà appunto quest’ultima caratteristica, il suo eccesso di onestà, il suo rifiuto ai compromessi, a provocare il suo licenziamento. Di se stesso dirà: “Sono un professore. Questo significa che, fuori dalla classe, sono buono a nulla”. Ma il suo destino gli darà una secca smentita, perché sarà proprio fuori dall’aula che comincerà la sua trasformazione. Nel mondo reale il pesce grande mangia il pesce piccolo. È l’unica regola, e per non essere mangiato Topaze farà il salto di qualità. Stessa morale che in Jazz, ma con un pizzico di amarezza in più. “A dispetto dei sognatori, dei poeti e forse del mio cuore, ho appreso la grande lezione: Tamise, gli uomini non sono buoni. È la forza che governa il mondo, e questi piccoli rettangoli di carta fruscianti, ecco la forma moderna della forza”.

Topaze

In Merlusse, film del 1935 di Marcel Pagnol, ritroviamo un insegnante alquanto patetico, ma quanto umano! È la vigilia di Natale. I genitori vengono a prelevare i figli che frequentano una scuola elementare. Tutti torneranno a trascorrere le vacanze di Natale nelle loro rispettive famiglie, tranne sedici di loro, tra cui Villepontoux, orfano di padre e di madre. Come Topaze, il professore Blanchart, è un insegnante tutto di un pezzo che i ragazzi temono e non amano. Lo chiamano Merlusse, appunto perché, dicono, puzza di merluzzo. Il professore Blanchart è rimasto solo nella scuola con i sedici ragazzi. La mattina di Natale, con grande stupore, nelle loro scarpe i ragazzi troveranno dei regali…

Merlusse

Per un po’, nell’opera di Pagnol, gli insegnanti spariscono. Ne ritroviamo uno in La Femme du Boulanger, del 1938. Il panettiere di un paese provenzale è innamoratissimo della giovane e bella moglie. Dice che il pane lo fa solo per lei e che poi, trovandosi lì, fa anche per il resto del paese. Non è il solo a essere accecato dall’amore. Un giorno passa un bel cliente e la moglie sparisce… Il mesto panettiere rimane immobile davanti al forno: non essendoci più la moglie non farà più il pane, né per lei né per l’intera comunità. La prospettiva allarma la cittadinanza, che organizza le ricerche della donna nella campagna circostante. E qui entra in scena l’insegnante. Ma non rassomiglierà per niente ai precedenti. L’instituteur, così viene chiamato, non fa sfoggio della sua cultura e della sua posizione sociale, al contrario, si integra nel mondo in cui lavora ed è partecipe dei suoi problemi. Lo vediamo insieme agli abitanti mentre battono la campagna alla ricerca della sciagurata moglie. In una scena lo troviamo addirittura a cavalluccio sulle spalle di un suo compaesano.

La Femme du Boulanger

Nella trilogia dei Souvenirs d’enfance (1957) di Pagnol, riecco l’insegnante. E qui capiamo tutto, perché l’insegnante in questione è proprio il padre dell’autore. Ma non siamo a scuola, o meglio non ci siamo a tempo pieno. L’estate è finalmente scoppiata e per il piccolo Marcel sono arrivate le vacanze. Il padre ha affittato una casa in un paese non troppo lontano da Marsiglia: è lì che l’intera famiglia trascorrerà il periodo estivo. C’è un problema, però: la strada. Per raggiungere il paese la famiglia deve procedere su una interminabile strada sterrata percorribile solo dai carri trainati da asini o muli, o a piedi. La madre, essendo incinta, rimarrà seduta nel carro, gli altri cammineranno fino a destinazione. È durante questo periodo idilliaco che il piccolo Marcel Pagnol s’innamorerà dell’immensa natura della sua Provenza. Imparerà a conoscere le piante, gli alberi, gli animali, i rudimenti della caccia.
Il padre, insegnante di scuola elementare, vuole cimentarsi con questo sport. Ma lo zio sembra molto più esperto di lui. Ed ecco le riflessioni del ragazzo che teme che il padre venga umiliato dallo zio: essere insegnanti vuol dire già appartenere a una categoria di gente quotidianamente mortificata e offesa. La bartavelle è una pernice reale, forse il più raro e il più bello degli uccelli, e rari sono i cacciatori che possono vantarsi di averne uccisa una. Se il primo tomo dei ricordi d’infanzia s’intitola La Gloire de mon Père, La Gloria di mio padre, significa che non ci sarà umiliazione, ma, al contrario, il riscatto di un uomo troppo a lungo poco considerato dallo Stato e dalla gente. La bartavelle che penderà alla sua cintura sarà il riscatto di un’intera categoria.

La Gloire de mon Père

Dietro la figura dell’insegnante che attraversa tutta l’opera di Pagnol c’è un postulato che condivido. La vita va amata, vissuta attimo per attimo. Il cervello è solo uno scherzo della natura cresciuto a dismisura e senza reale utilità. Inutile quindi gonfiarlo di nozioni sterili che non portano alla felicità.

“Tale è la debolezza della nostra ragione: il più delle volte serve solo a giustificare le nostre credenze” (La Gloire de mon Père).

1 commento

  1. […] regista Marcel Pagnol, figlio di insegnante, diceva che è una professione che si “attacca alla pelle”. Si è […]

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