GIUSEPPE RAELI DETTO “PIPPO IL LUPO”

GIUSEPPE RAELI

La notte del 15 marzo 2009 l’agricoltore Giuseppe Leone guida la sua auto in un piccolo sentiero di campagna, quando vede che la strada è bloccata da una sbarra. Lasciando accesi i fari, Leone scende per rimuovere l’inatteso ostacolo. All’improvviso, sente un fruscio e subito dopo uno sparo. Come una potente unghiata, la scarica di pallettoni lo sfiora ferendolo leggermente.

L’agricoltore ha la presenza di spirito di togliersi subito dal fascio di luce dei fari della propria auto, così non può più essere visto dallo sconosciuto attentatore. Poi, con uno scatto, scappa tra gli alberi. La ferita gli brucia, ma non si ferma fino a quando arriva alla caserma dei carabinieri di Cassibile. Qui, sentendosi finalmente al sicuro, sviene. 

Pur essendo ufficialmente solo una frazione distante una decina di chilometri da Siracusa, Cassibile è un vero e proprio paese di quasi 6000 abitanti. Gli abitanti stanno pensando di formare un comune indipendente. Cassibile, peraltro, è entrata nella storia quando, durante la Seconda guerra mondiale, vi si decise la cessazione dei combattimenti tra gli americani, sbarcati in Sicilia, e gli italiani.

Dagli anni Novanta c’è stata una scia di morti violente che non si registrava, appunto, dal tempo della guerra. I numerosi attentati sono stati compiuti con la stessa dinamica e con lo stesso tipo di arma, un fucile calibro 12 caricato a pallettoni.

Prima di sparare, il killer tendeva delle trappole alle sue vittime: tronchi o massi lungo la strada per fermare le loro auto, cancelli automatici sigillati con fili di nylon per costringerle a scendere dai veicoli, incendi alle case per obbligarle a uscire.

Una volta che la vittima era allo scoperto il killer sparava per ferirla o ucciderla, stando ben nascosto dietro un riparo, come un muretto o un cespuglio. Alle spalle, si lasciava sempre una comoda via di fuga nelle campagne.

Da cinque anni il misterioso assassino non aveva più colpito, per questo motivo era stata sciolta la “squadra investigativa antimostro” che aveva fin lì operato senza risultati. Dato che il tentato omicidio del 2009 rientrava nello stile dei precedenti, il maresciallo dei carabinieri Augusto Zaccariello viene incaricato di rimetterla in funzione. Del resto non ci sono dubbi, l’esame dei pallettoni usati contro Leone dimostra che sono stati sparati dalla stessa arma usata in precedenza.

Fortuna vuole che, per la prima volta, una vittima fornisca il nome del suo presunto attentatore: si tratterebbe di Giuseppe Raeli, un uomo con il quale Leone aveva avuto un violento diverbio per questioni di denaro.

«Pagavo l’affitto al suocero di questo signore», spiega il sopravvissuto, «però bisogna tenere presente che ero stato io a rendere abitabile la casa: ho fatto l’impianto della luce e dell’acqua. Abbiamo litigato perché Raeli voleva che lasciassi l’appartamento l’indomani, dopo aver pagato la bolletta della luce».

Giuseppe Raeli è un uomo di 69 anni che per tanti anni aveva lavorato come manovratore di pale meccaniche. Anche adesso, che è in pensione, continua a usare la pala meccanica per ripulire i terreni, e poi rivende il legname sradicato. Sposato e padre di due figli, l’uomo ha sempre avuto l’ossessione dei soldi.

Per saperne di più, il maresciallo Zaccariello, d’accordo con il magistrato, dispone intercettazioni telefoniche e ambientali. Le intercettazioni si rivelano deludenti, dato che l’indiziato trascorre le giornate insieme alla moglie Maria, di 63 anni, a una figlia, al genero e ai nipoti senza quasi spiccicare parola. Di notte, però, esce solo.

I carabinieri scoprono che l’indiziato ha l’abitudine di appiccare fuochi senza motivo, dando alle fiamme cataste di legna. Intanto, interrogando le altre vittime superstiti, i magistrati arrivano alla certezza che Raeli non ammetteva deroghe ai pagamenti: i lavori di giardinaggio o per la fornitura di legna dovevano essere saldati al prezzo deciso da lui. Chi sgarrava, sempre secondo l’accusa, veniva ferito o eliminato. Per il capo della procura, Raeli era pronto a uccidere anche per un piccolo debito di duecento euro.   

Il 29 novembre 2010, una trentina di carabinieri coordinati da un elicottero, puntano alla casa del presunto mostro di Cassibile. Dopo avergli mostrato l’ordinanza di custodia cautelare, caricano Giuseppe Raeli su un blindato e lo portano via. Sul posto rimangono gli esperti del Ris, la “scientifica” dei carabinieri, per effettuare una scrupolosa perquisizione.

Si trovano subito ventimila euro in contanti, all’interno di una cassaforte costruita artigianalmente. Una cifra non eccessiva tenuto conto che, pur facendo una vita estremamente modesta, l’uomo risulta proprietario di ben ventuno appartamenti.

Le vere sorprese li aspettano nel garage, dove, pur non avendo il porto d’armi, l’indiziato conserva un fucile (ma non è quello usato per i delitti) e due pistole. Ci sono anche molte cartucce confezionate a mano, il che è piuttosto strano, tenuto conto che non è un cacciatore.

Sempre nel garage è approntato un vero e proprio tiro a segno dove evidentemente l’uomo si allenava. Infine vengono trovati un paio di guanti di lattice e un passamontagna, che potrebbero aver fatto parte del suo travestimento.
Interrogata dai carabinieri, la moglie Maria cade dalla nuvole: lui non le aveva mai permesso di entrare nel garage.

Nella caserma dei carabinieri, Raeli apprende che è accusato di avere commesso otto omicidi, sette tentati omicidi, vari danneggiamenti, incendi e di porto abusivo di armi. Viene condotto nel carcere siracusano di Cavadonna e rinchiuso in isolamento.

Gli abitanti di Cassibile si dividono a metà: una parte di loro rifiuta di credere alla colpevolezza di Raeli, che giudicano un tipo tranquillo, mentre gli altri concittadini non sono troppo meravigliati, dato che per la sua introversione e l’abitudine di girare di notte, era stato soprannominato “Pippo ‘u lupu” (PIppo il lupo).

«Mio marito lupo non è», afferma invece con decisione la moglie Maria, «piuttosto è un uomo onesto con solidi principi. Sono davvero indignata dell’immagine che viene data di lui, non credo affatto che a Cassibile ci sia una sola persona che possa averlo chiamato così. Anzi, a lui piace stare con la famiglia e gli amici».

Il maresciallo Zaccariello la pensa diversamente, a giudicare dalla ricostruzione dei fatti che ha depositato al processo contro Giuseppe Reali.
Ecco l’elenco dei delitti di cui, secondo la linea fatta propria dalla procura, si è macchiato l’imputato. Il primo attentato, a Orazio Cirasa, risale al 2 ottobre 1991.
18 giorni dopo tocca a Giuseppe Moneglia.
L’11 novembre 1996 è la volta dei coniugi Giovanni e Anna Basile. Finora i pallettoni non hanno ucciso nessuno.
Per il primo omicidio bisogna aspettare il 1997, quando viene preso di mira il commercialista Rosario Basile, 42 anni. Il commercialista ha molti debito in giro, si è appena fatto prestare 50 milioni di lire da una conoscente. Il 13 agosto, insieme alla fidanzata Katia, Rosario va a trovare i propri genitori nella loro casa di campagna. Mentre stanno cenando sulla veranda, una scarica di pallettoni colpisce Rosario, uccidendolo sul colpo.
Il 21 novembre 1998 viene ferito Antonio Bruno.
Il secondo a lasciarci la pelle è Rosario Rizza Timponello, il 28 gennaio 1999.
Nel 2000, il commerciante Giovanni Ficara, 68 anni, e la moglie Silvana sono ospiti nella villa di un amico per festeggiare il 25 aprile, il giorno della Liberazione. Mentre i convenuti cenano allegramente intorno a un tavolo all’aperto, un colpo di fucile fulmina Ficara prendendolo alla schiena. La moglie pensa, e lo ribadirà anche in seguito, che in realtà l’assassino avrebbe voluto uccidere il padrone di casa, ma secondo i carabinieri dalla distanza da dove era stato sparato il colpo non ci si poteva sbagliare.
La sera del 13 dicembre dello stesso anno, Maria Callari, contadina di 29 anni, vede da una finestra la sua Renault prendere fuoco. Mentre esce di casa con i parenti per spegnere le fiamme, sente due colpi di fucile, entrambi andati a vuoto. La donna va dai carabinieri, ai quali dice di non sapere chi abbia sparato. «So chi è stato», confida invece agli amici, «ma le mie cose sono in grado di gestirle da sola». Otto giorni dopo, il 21 dicembre, viene uccisa all’uscita di casa.
Giuseppe Calvo è ammazzato il 9 ottobre 2002.
Il 31 luglio 2003, mentre prendono il fresco nella loro villa a Fontane Bianche, sul litorale siracusano, sono uccisi i coniugi Sebastiano (65 anni) e Giuseppa Tinè (58 anni). La coppia aveva appena denunciato Raeli, accusandolo di avergli ammazzato il cane.
Aurora Franzone è un’impiegata di 48 anni, con la quale Raeli ha un diverbio sul pagamento della legna per il suo camino. La donna non gli vuole pagare l’ultimo carico, perché ritiene di essere stata imbrogliata sul peso della legna comprata precedentemente. Non immagina i rischi che corre, con questo rifiuto. La notte del 12 febbraio 2004, qualcuno si avvicina alla sua abitazione per sparare alla sua auto e poi al condizionatore d’aria. La Franzone non esce di casa per andare a vedere cosa stia succedendo, salvandosi così la vita. Il giorno dopo, la donna, per scoprire chi sia il responsabile, si rivolge a un amico con precedenti penali, il venditore ambulante di frutta Giuseppe Spada, 47 anni. Dopo aver fatto una piccola indagine tra i suoi conoscenti, Spada rassicura la Franzone dicendole che la criminalità organizzata non c’entra con questa faccenda.
Le voci sull’interessamento di Spada giungono alle orecchie di Raeli che, forse temendo di venire scoperto, il 18 agosto 2004 lo uccide (sempre secondo gli inquirenti) davanti al suo furgoncino.
Infine, cinque anni dopo, avviene l’attentato a Giuseppe Leone, che permette di arrivare al presunto colpevole.

Il processo a Giuseppe Raeli si svolge nel tribunale di Siracusa. Il caso è complesso per il numero delle vittime e per il mancato ritrovamento dell’arma usata.
Nel 2014 il tribunale condanna all’ergastolo Giuseppe Raeli riconoscendolo colpevole di sei omicidi e due tentati omicidi. Condanna confermata nei successivi gradi di giudizio.
In carcere, Giuseppe Raeli continua a dichiararsi innocente.


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