FERDINANDO CARRETTA, UCCIDE I GENITORI E ORA VIVE CON LA LORO EREDITÀ

FERDINANDO CARRETTA, UCCIDE I GENITORI E ORA VIVE CON LA LORO EREDITÀ

Ferdinando Carretta nasce a Parma nel 1962, da Marta e Giuseppe Carretta. A 27 anni vive in una bella casa in via Rimini, con il padre, capocontabile in una fabbrica di vetri, la mamma casalinga e il fratello più giovane di quattro anni, Nicola, un ragazzo sieropositivo che sta cercando di superare i suoi problemi con la droga.

Ferdinando è un tipo schivo e ipersensibile, lo infastidiscono gli operai che lavorano in un edificio vicino come pure i genitori che continuano a sgridarlo. Anche se non lo dà a vedere, dentro di sé ha un grande disagio e, dopo aver riflettuto a lungo sulla propria situazione, decide che è ora di fare qualcosa di radicale.

FERDINANDO CARRETTA, UCCIDE I GENITORI E ORA VIVE CON LA LORO EREDITÀ

Ferdinando Carretta

 

Per quello che ha in mente ha bisogno di una pistola, così si procura una Walther calibro 6.35. Poi aspetta fino al 4 agosto 1989, il giorno che precede la partenza per le vacanze dei genitori e del fratello. Hanno organizzato un viaggio di tre settimane in camper fino in Marocco, attraversando la Francia e la Spagna.

Ecco come, anni dopo, Ferdinando rievocherà i momenti successivi: «Mi guardo allo specchio e mi dico che il momento è arrivato. La pistola è già carica, ripeto tra me che se non lo faccio ora non lo farò mai più. È stata la decisione più difficile della mia vita, immaginate voi cosa si possa provare in quei momenti. Sento mio padre entrare nel ripostiglio di casa, lo seguo e gli sparo un colpo. Quando cade lentamente a terra gli sparo ancora, per essere sicuro che sia morto. Ricarico, mentre mia madre, uscendo dalla cucina, grida spaventata: “Cosa succede? Cosa stai facendo?”. Allora sparo su di lei, che essendo debole cade come un sasso. Poveretta. Poco dopo mio fratello Nicola torna dal lavoro, guarda i due corpi e mi urla: “Cosa hai fatto? Cosa hai fatto?”. Uccido anche lui ed è finita».

FERDINANDO CARRETTA, UCCIDE I GENITORI E ORA VIVE CON LA LORO EREDITÀ

Marta e Giuseppe, i genitori di Ferdinando

 

A questo punto, Ferdinando ammucchia i tre corpi nella vasca da bagno per non sporcare troppo in giro. Poi ritorna nelle stanze dove ha sparato e pulisce gli schizzi di sangue. Quando tutto è in ordine, va a dormire.
È stata una giornata pesante, del resto se ne occuperà domani.

Di primo mattino, il giovane avvolge i cadaveri con alcune coperte, li mette sulla Croma del padre e li porta nella vicina discarica di Viarolo. Tra i molti mestieri che ha fatto Ferdinando dopo aver abbandonato gli studi, c’è quello dell’autotrasportatore della nettezza urbana: conosce bene il luogo in cui nasconde i corpi.

Poi, falsificando le firme del padre e del fratello, va in banca per ritirare sei milioni di lire dai loro conti. Oltre ai soldi, si mette in tasca i preziosi gioielli che la madre teneva in camera da letto. Infine compra un biglietto per Londra, ma prima di andarsene fa sparire il camper dei genitori, in modo che i vicini pensino che siano partiti davvero. Lo porta a Milano e lo parcheggia in viale Aretusa, nei pressi dello stadio Meazza.

Un mese dopo, le sorelle dei coniugi Carretta, allarmate per l’assenza prolungata e la mancanza di notizie, vanno a denunciarne la scomparsa. Quando, dopo altri tre mesi, viene ritrovato il camper, è ormai evidente che c’è sotto qualcosa di strano. Siccome si suppone che il fattaccio sia avvenuto a Milano, dove è stato trovato il veicolo, il caso viene affidato a un pubblico ministero ancora sconosciuto del capoluogo lombardo, Antonio Di Pietro.

Antonio Di Pietro davanti al camper dei Carretta

 

Il brillante magistrato intuisce subito la verità: «Non c’è alcun mistero, c’è solo un figlio che ha massacrato i genitori ed è scappato». L’ipotesi di Di Pietro viene però respinta dai colleghi, che battono altre piste e poi chiudono il caso con un nulla di fatto.

La polizia invia i dati della famiglia Carretta all’Interpol, nella speranza che qualcuno la segnali da qualche parte. Nei bar di Parma si dice che i Carretta si siano trasferiti ai Caraibi per fare la bella vita. Sarebbero scappati con i miliardi di lire che il ragioniere Giuseppe avrebbe sottratto dai presunti fondi neri della ditta per la quale lavorava.

Nel 1992, l’inviato di uno dei più diffusi quotidiani italiani arriva fino all’isola di Margarita, al largo del Venezuela, dove, secondo lui, i Carretta se la “spassano”. Il figlio Nicola, scrive il giornalista, trascorre le giornate sui jet sky, mentre i genitori vivono in una villetta nel prestigioso quartiere di Jorge Koll. Con loro ci sarebbe anche Ferdinando, diventato allevatore di cavalli da corsa.

A un certo punto, scrive il giornalista, qualcuno mette sottosopra la sua camera d’albergo e alcune misteriose figure lo reimbarcano a forza per l’Europa. In conclusione, secondo il giornalista, la faccenda dei Carretta sarebbe collegata con il traffico di droga dei narcos colombiani.

Tre anni dopo, il giornalista di un altro importante quotidiano parte in missione per i Paesi del mar dei Caraibi, dove riesce a procurarsi la “prova inoppugnabile” della presenza di Ferdinando Carretta in Venezuela. Si tratta di una foto scattata da molto lontano nell’ippodromo di Caracas, nella quale, in realtà, si distingue poco o nulla.

Allo stesso giornalista, diversi imprenditori del luogo raccontano di feste e cene frequentate da Giuseppe e Marta. Anche a lui, come al giornalista precedente, capitano cose strane, come il misterioso licenziamento della sua guida. Qualcuno non vuole che indaghi troppo sui Carretta…

È il 22 novembre del 1998, quando il caso arriva a una (vera) svolta.
A Londra un poliziotto ferma casualmente Ferdinando Carretta per multarlo a causa di un divieto di sosta. C’è qualcosa di strano in quel tipo, pensa l’agente, che una volta rientrato in centrale decide di fare uno scrupoloso controllo nell’archivio della polizia. Scopre così che la famiglia Carretta è scomparsa misteriosamente e avverte subito le autorità italiane.

Adesso a occuparsi del caso è il procuratore di Parma, Francesco Saverio Brancaccio, che vola a Londra.
Il magistrato trova Ferdinando in un modesto appartamento di periferia: a quanto sembra non naviga nell’oro. L’uomo dice di vivere in Inghilterra dal 1989, tira avanti con i sussidi di disoccupazione e lavorando saltuariamente come pony express. Quanto alla sua famiglia, non ne sa più nulla.

Solo pochi giorni dopo, quando il procuratore è già tornato a Parma, Ferdinando rilascia una confessione esplosiva alle telecamere della trasmissione Chi l’ha visto?: «Ho preso la pistola e ho sparato ai miei genitori e a mio fratello», dice, «è stato un atto di follia. Un atto di follia completa».

 

Forse per la prima volta un delitto viene risolto dalla televisione prima che dagli inquirenti, ed è la stessa troupe del programma a convincere Carretta a tornare in Italia per costituirsi. Ferdinando spiega alla polizia che deve cercare i tre cadaveri nella discarica di Viarolo. Le ricerche, però, non hanno successo.

Il Ris (Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri), che ha la sede nazionale proprio a Parma, smonta il bagno di casa Carretta alla ricerca di tracce ematiche. Le nuove tecnologie a loro disposizione, molto più sofisticate di quelle di nove anni prima, possono trovare prove che dimostrino la tesi di Ferdinando.
Infatti il Ris guidato da Luciano Garofano scopre in un interstizio delle tubature della vasca da bagno tracce di sangue misto appartenente ai coniugi Carretta.

Esaminato dagli psichiatri del tribunale, Ferdinando racconta la sua storia. Dall’età di 11 anni, quando con la famiglia si era trasferito in via Rimini, ha avuto disturbi di tipo psicosomatico acutizzati dai rumori provenienti dal vicino capannone, verso il quale si affacciava il bagno di casa. Un disagio che, secondo lui, gli aveva procurato anche problemi a livello sessuale: «Non ho mai voluto avere rapporti con le donne perché temevo di non essere più normale da questo punto vista».

In più, i genitori, sempre a suo parere, lo trascuravano per rivolgere le loro attenzioni al figlio minore Nicola, perché aveva problemi di droga. Quando poi i suoi genitori avevano comprato il camper, dentro di sé Ferdinando era diventato una furia. Il veicolo aveva solo tre posti: era evidente che lì dentro volevano portarci solo il secondogenito.

Uccidere chi continuava a umiliarlo, a questo punto, gli pareva l’unico modo per guadagnarsi la libertà e potersi rifare una vita. Ferdinando Carretta viene processato a Parma nel 1999.
Prosciolto dall’accusa di triplice omicidio perché ritenuto incapace di intendere e di volere nel momento dei fatti, viene rinchiuso nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova.

Nel 2004 ottiene la semilibertà, che gli consente di uscire dalla struttura ospedaliera durante il giorno, e due anni dopo entra in una comunità di recupero di Forlì.
Nel frattempo si è diplomato in ragioneria ed è entrato in possesso dell’eredità dei genitori e del fratello, valutata 700mila euro, dopo una dura battaglia legale con le zie paterne e materne (commenta lui: «Del resto l’unico superstite sono io»). Il delitto era avvenuto prima che una nuova legge vietasse la possibilità di ereditare da parte di un assassino dei propri genitori.

Nel 2009 lascia la comunità, pur rimanendo in libertà vigilata (può andare dove vuole, ma solo dopo averlo comunicato). L’anno dopo vende la casa di famiglia per 200mila euro. Ha ereditato anche quella, ma dice: «A Parma per ora non torno, non me la sento». La sua vita vuole ricostruirla a Forlì. «Ho fatto il mio percorso di riabilitazione», ha dichiarato Ferdinando Carretta, «nel mio futuro vedo un lavoro stabile e una famiglia».

 

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