GIOVANNI FENAROLI CERCA UN KILLER PER LA MOGLIE

GIOVANNI FENAROLI CERCA UN KILLER PER LA MOGLIE

La mattina dell’11 settembre 1958 una donna attraversa via Monaci, nel quartiere Tiburtino di Roma, per andare nella casa dove lavora come domestica. Suona e risuona il campanello, ma Maria Martirano, la padrona di casa, proprio non le vuole aprire. La domestica si preoccupa, sente che qualcosa non va. In cerca di aiuto si rivolge al portiere, ma neppure lui sa cosa fare. Finalmente incontra la persona giusta: uno speleologo, uno di quelli che, per lavoro o passione, si infilano nelle ripide profondità delle caverne. Più modestamente, in questo caso, gli viene chiesto di calarsi con una corda per penetrare dall’alto nello stretto finestrino della cucina. Lo speleologo riesce a entrare nell’appartamento e trova subito la Martirano. Morta.

Le indagini della Squadra mobile della polizia vengono condotte in prima persona dal suo capo, Ugo Macera, un poliziotto dall’aspetto possente che fa sorridere per la sua voce in falsetto. Il capo della mobile riscontra sul cadavere i segni evidenti dello strangolamento. L’ipotesi di un omicidio preterintenzionale avvenuto durante un furto viene scartata, perché se è vero che mancano 400mila lire tra contanti e gioielli, l’assassino non ha toccato gli altri soldi nell’armadio del marito. L’unico reperto di una certa rilevanza è una sigaretta fumata dall’assassino.

I sospetti si dirigono sul marito, il geometra brianzolo Giovanni Fenaroli, proprietario di una impresa che opera nel campo dell’edilizia a Milano. Il movente? Una polizza sulla vita della moglie di 150 milioni di lire (considerata l’inflazione, un milione e mezzo di euro). Non giova all’uomo il fatto che la firma di Maria nel documento della polizza sia falsa: senza scomporsi, Fenaroli spiega che firmava spesso per conto della moglie.

GIOVANNI FENAROLI CERCA UN KILLER PER SUA MOGLIE

Maria Martirano e Giovanni Fenaroli

 

Le indagini mettono in luce alcuni particolari scabrosi, a partire dal fatto che Maria Martirano, 47 anni al momento della morte, tra il 1930 e il 1932 aveva fatto la prostituta, come risulta dagli schedari della polizia. Di lei si sa che aveva un caratteraccio, si arrabbiava in continuazione per cose prive di importanza e non c’era mai niente che le andasse bene. D’altra parte, ad alcuni uomini piacciono le donne infantili e capricciose.
Era sempre terrorizzata, tanto che, nella Roma assolutamente tranquilla dell’epoca (a parte forse via Veneto, il convulso centro della “dolce vita” raccontata da Fellini) si rifiutava di uscire senza un accompagnatore che la proteggesse da nemici immaginari. Non troppo immaginari, verrebbe da dire, visto com’è finita. D’altra parte la donna non aveva smesso di “trasgredire” perché, secondo la domestica, aveva un amante che veniva a trovarla spesso. La cameriera non è mai riuscita a vederlo, perché veniva sempre cacciata prima che lui arrivasse.

In quella casa, quando la Martirano era sola, c’era un viavai di uomini. La polizia, interrogando i vicini, scopre che ne arrivavano anche due per volta. Da parte sua, Fenaroli cercava di prendere la sua assillante moglie in piccole dosi, cioè stava con lei solo nei fine settimana, perché per il resto lavorava a Milano. Lavorare forse è una parola grossa, dato che la sua ditta tirava avanti in mezzo alle cambiali. Ma i soldi per divertirsi con le ballerine a Fenaroli non mancavano mai. Il fatto che lui fosse realmente al verde non è così sicuro, visto che ai collaboratori elargiva stipendi generosi. Probabilmente guadagnava soprattutto nelle mille piccole truffe che lui, come diceva spesso, considerava attività imprenditoriali collaterali.

GIOVANNI FENAROLI CERCA UN KILLER PER SUA MOGLIE

I coniugi Fenaroli

 

Alla polizia, Giovanni Fenaroli afferma con sicurezza che quando la moglie moriva, la sera del 10 settembre (come hanno stabilito le indagini), si trovava a Milano assieme al ragioniere Egidio Sacchi. Gli inquirenti approfittano di qualche piccola contraddizione di Sacchi per arrestarlo e metterlo sotto torchio. Il fedelissimo braccio destro del costruttore edile all’inizio conferma la versione del suo datore di lavoro, ma dopo decine di ore di duro interrogatorio comincia a fare le prime ammissioni.
La sera del delitto, dice, ha sentito il principale telefonare alla moglie per dirle di aprire la porta a un suo conoscente, che doveva portare dei documenti importanti. Quindi, se la polizia sembra così sicura che l’assassino sia il marito, fa capire Sacchi, si potrebbe pensare che abbia mandato proprio quell’uomo a uccidere Maria. Sacchi ha sentito anche il nome, si tratta dell’operaio elettrotecnico Raoul Ghiani, un bel tipo che fa girare la testa alle ragazze. Aveva una sorella altrettanto bella, morta di recente, che era stata amante di Fenaroli: i due uomini si erano conosciuti attraverso di lei.

Una tesi esplosiva: che si sappia, è la prima volta in Italia che un “privato” utilizza i servizi di un killer. Roba da film americani. Vedendo la gioia scintillare negli occhi degli agenti davanti alle sue dichiarazioni, qualche giorno dopo Sacchi modifica un poco la sua versione per accontentarli completamente: lo stesso Fenaroli gli avrebbe confidato di aver organizzato l’omicidio della moglie!

Così, due mesi dopo il delitto, l’operaio Raoul Ghiani viene condotto in questura per essere interrogato. Dov’era la sera del delitto?, gli chiedono. E chi se lo ricorda?, risponde lui. A giocare a carte con gli amici del bar, oppure con una delle sue attuali tre fidanzate. Una delle tre, che ovviamente fino a quel momento non sapeva nulla delle altre due, conferma l’alibi per tutta la nottata. Non viene creduta.
Però per la mattina successiva, fatto importante perché andare a Roma da Milano e tornare indietro non è questione di un attimo, Raoul può esibire i bollettini controfirmati delle due banche dove aveva svolto lavori di riparazione. Ce l’avrebbe potuta fare con l’aereo? Difficile, ma non impossibile. Gli inquirenti si dicono certi che il signor Rossi, l’unico passeggero non identificabile del volo Alitalia che avrebbe dovuto prendere per commettere in tempo il delitto, sia in realtà Ghiani (molti anni dopo si scoprirà che Wolfango Rossi esisteva veramente, ed è morto proprio in quei giorni, il 2 ottobre, in un incidente automobilistico che gli ha impedito di farsi avanti).

Il confronto tra Raoul Ghiani e Giovanni Fenaroli davanti ai magistrati nell’illustrazione di Walter Molino per la “Domenica del Corriere”

 

Gli inquirenti sottopongono l’abitazione e la fabbrica dove lavora l’elettrotecnico a minuziose perquisizioni, senza scoprire niente. Un anno e mezzo dopo, nella stessa fabbrica, un collega di Raoul trova i gioielli rubati alla donna assassinata in una scatola posta su un bancone precedentemente perquisito in due occasioni e smontato pezzo per pezzo dalla polizia. Davvero strano, tanto più che sui gioielli non ci sono nemmeno le impronte di Ghiani.

La corte d’assise di Roma, però, non ha dubbi, e l’11 giugno 1961 condanna Fenaroli e Ghiani all’ergastolo.
Per dare un’idea dell’impatto del caso di via Monaci sull’opinione pubblica, basta dire che fuori dal tribunale ventimila persone, in febbricitante attesa della sentenza, erompono in un boato: “Ergastolo!”. Ventimila persone: quando mai si è vista tanta gente per un processo?

Giovanni Fenaroli morirà in carcere nel 1975, a 66 anni. Raoul Ghiani, da quando ha ottenuto la grazia nel 1984, vive libero a Firenze. Ha chiesto la riapertura del caso, gli è stata negata.

Ma nel 1994 si assiste a un teatrale colpo di scena. Il colonnello Enrico De Grossi, rispettato agente a riposo del Sifar (il servizio segreto italiano sciolto nel 1965), rilascia alcune clamorose dichiarazioni alla stampa. Per il dirigente pluridecorato De Grossi, che all’epoca poteva disporre di tutti gli atti, la posizione economica di Giovanni Fenaroli, malgrado qualche problema, non era affatto critica. Non aveva assolutamente bisogno della polizza della moglie.

Secondo la spia in pensione, Fenaroli si era impossessato di un documento compromettente nel quale sarebbero state annotate le cospicue tangenti che Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto in un misterioso incidente aereo nel 1962, avrebbe versato all’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi per pagare le sua campagna elettorale. Partendo da queste rivelazioni, due settimanali politici arrivarono a conclusioni clamorose.
Riportiamo una sintesi della ipotesi, come del resto hanno fatto i più autorevoli quotidiani nazionali, senza per questo (in mancanza di prove concrete) condividerla. Giovanni Fenaroli e Maria Martirano avrebbero cercato di ricattare i massimi responsabili dello Stato: per questo un killer dei servizi segreti avrebbe fatto fuori la donna e inguaiato il consorte.
D’altra parte, in Italia è abbastanza normale immaginare un complotto enorme dietro ogni fatto misterioso.

 

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