DÜRRENMATT, IL POTERE DE LA CADUTA

DÜRRENMATT, IL GIOCO DE LA CADUTA

Dürrenmatt non è uno scrittore di letteratura fantastica, ma nel breve romanzo La caduta utilizza una metafora in modo così magistrale che i lettori di Immaginario non potranno non apprezzarla.

DÜRRENMATT, IL GIOCO DE LA CADUTA

Friedrich Dürrenmatt: La caduta. Einaudi, 1973. In copertina: La morfologia dell’uomo, di Victor Brauner (Morphologie de l’Homme, 1934). Parziale

 

Secondo Jorge Luis Borges, “¿En qué reside el encanto de los cuentos fantásticos ? Reside, creo, en el hecho de que no son invenciones arbitrarias, porque si fueran invenciones arbitrarias su número sería infinito ; reside en el hecho de que, siendo fantásticos, son símbolos de nosotros, de nuestra vida, del universo, de lo inestable y misterioso de nuestra vida y todo esto nos lleva de la literatura a la filosofía” (“In cosa risiede il fascino dei racconti fantastici? Risiede, io credo, nel fatto che non sono invenzioni arbitrarie, perché se fossero invenzioni arbitrarie il loro numero sarebbe infinito; risiede nel fatto che, essendo fantastici, sono simboli di noi, della nostra vita, dell’universo, dell’instabile e del misterioso della nostra vita e tutto questo ci porta dalla letteratura alla filosofia”).

Simboli. Il simbolo del breve romanzo La caduta riguarda il potere. Lo descrive con minuzia chirurgica, non dal punto di vista di chi lo sperimenta sulla pelle, ma da quello di chi lo detiene.

Friedrich Dürrenmatt: Il mondo degli Atlanti, 1975-78

Lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921 – 1990) è stato anche drammaturgo e pittore. È conosciuto dal grande pubblico per le sue storie poliziesche, un genere dove ha dato un contributo fondamentale, sovvertendone e superandone i canoni. Ne parlo in un articolo scritto parecchio tempo fa, a proposito di un altro suo romanzo, La promessa, che ha avuto diverse interpretazioni cinematografiche.
È un articolo valido anche per capire parte delle tematiche che ricorrono nella sua produzione.

Insieme a Max Frisch, scrittore e architetto svizzero-tedesco, è l’interprete del rinnovamento della letteratura e del teatro svizzeri di lingua tedesca nel secondo Novecento.

Il suo esordio è stato teatrale, e fu subito scandalo: Es steht geschrieben (Sta scritto), 1947.
Scrive drammi, radiodrammi e romanzi.
Negli anni Ottanta pubblica saggi e fa conferenze sulla società contemporanea.
Per le sue simpatie progressiste è sotto il mirino della polizia federale elvetica.
Nel corso del tempo le sue opere sono state tradotte in più di quaranta lingue. Gli hanno valso sette dottorati honoris causa, oltre a numerosi premi, tra cui il Gran Premio della Fondazione Schiller svizzera nel 1960, il Premio di Stato austriaco per la letteratura europea nel 1983 e il Premio Georg Büchner, tedesco, nel 1986.

Max Frisch (a sx) e Friedrich Dürrenmatt (a dx) a Rüschlikon, 1968. Fotografia: Pia Zanetti

I suoi temi sono la società svizzera (e, per traslazione, umana) e le difficoltà in cui incorre. Il lato oscuro nascosto dietro la facciata equanime.

Il destino umano è governato dal caso. Un motivo reso evidente anche attraverso le sue costruzioni narrative poliziesche, dove la trama investigativa non rappresenta lo specchio del reale ma, piuttosto, un sillogismo mentale.

L’insensatezza e le assurdità della giustizia umana: l’indagine poliziesca e il giudizio del tribunale non sono in grado di cogliere il senso profondo della verità. Etica e giudizio entrano in contrasto e condannano e assolvono, dove invece si renderebbe necessario ribaltare l’esito della condanna o dell’assoluzione.

Questi alcuni degli argomenti portanti della sua opera.
Ma torniamo a La caduta.

F. Dürrenmatt: Météore néfaste, 1980; gouache su carta, 71.5 x 102 cm

La caduta (Der Sturz, 1971) è un romanzo breve, molto breve. O un racconto lungo.
Nell’edizione Einaudi del 1973, in 16°, cioè in formato piccolo, conta una sessantina di pagine. Sessanta pagine dense in cui si svolge un dramma che coinvolgerà milioni di persone.

Intorno al tavolo della sala di riunione, in tempi d’ingresso diversi, siedono quattordici uomini e una donna. Sono i capi di uno stato immaginario che decidono le sorti del paese.
Decidono (seguo la sinossi posta in sovraccoperta) l’esilio e il carcere, l’industria, la deportazione di famiglie e popoli, la fondazione di città, il reclutamento di eserciti, la guerra o la pace.

Chi sono questi illuminati, le cui cariche e il prestigio danno loro la possibilità di sconvolgere, ordinare, distruggere e riordinare il mondo?
Come utilizzano il potere di cui sono in possesso?
Quali sono i meccanismi di cui si servono per ottenere un quadro dei fatti e di ciò che occorre per decidere?
Per restare nei confini nazionali, un noto politico italiano una volta disse: Il potere logora chi non ce l’ha. Chi logora: il passante davanti al panificio dell’angolo o qualcun altro?

A tutte queste domande rispondono i protagonisti de La caduta.

Quella che segue, è l’immagine dello schema posto all’inizio del romanzo, dove vengono identificate le posizioni degli illustri protagonisti.
A è il capo del partito. Gli altri sono i ministri, i tecnici e i burocrati; per dirla con un francesismo, l’entourage del Capo. Di qualsiasi capo.

Tutti i personaggi sono chiamati con la lettera iniziale, in una sorta di adombramento kafkiano che ne mette in risalto le qualità simboliche, identificate innanzitutto dal ruolo rivestito intorno al tavolo e, durante il processo narrativo, da quello che comporta ogni minima presa di posizione in relazione agli altri.

Il taglio originale della narrazione scandaglia spietato l’interdipendenza comunicativa dei presenti intorno al tavolo. Ne mette in luce le motivazioni, le condizioni, i lenti processi che si sono maturati nel tempo. Lo fa con un linguaggio conciso e razionale, per descrivere quello che conciso e razionale non è. Per mettere a nudo la realtà della realtà.
Fino allo splendido e sorprendente finale, quando il quadro è completo.

Gli illuminati hanno deciso. Tra poco se ne accorgerà anche il passante, quell’uomo che transita davanti al panificio dell’angolo.

F. Dürrenmatt con Kurt Horwitz e Therese Giehse allo Schauspielhaus di Zurigo durante le prove di “I fisici”, 1962

La maggior difficoltà nel leggere La caduta, che in realtà vive di un linguaggio semplicissimo, sta nella geniale denominazione dei personaggi, fatta di lettere.
Ho una proposta di lettura “giocosa” e semplificativa, di proprietà quasi terapeutiche, per i lettori curiosi di sapere come si svolgono le cose intorno al Tavolo.

Per chi è padre e madre, l’idea sarebbe di fare una sortita nei territori dei figli e prendere in prestito quindici pupazzi.
Per chi non lo è, basterebbe munirsi di una rivista, magari una di quelle che si definiscono settimanale di politica, cultura ed economia. Magari per segmenti alti.
L’idea è di dare un volto ai personaggi che Dürrenmatt man mano descrive con una semplice lettera, eliminando il processo mnemonico che, ogni volta, chi legge deve fare per ricordare.

Chi ha i pupazzi è a posto, può cominciare a leggere.

Chi invece ha la rivista dovrà prima prendersi la briga di munirsi di una forbice e ritagliare la foto dei propri beniamini politici, o i premier internazionali che dominano le scene dell’informazione, oppure estrapolare le immagini di capi, ministri, oppure figure che fungono in posizione chiave. Quindici foto.
A quel punto, anche il lettore munito di rivista potrà cominciare a leggere.

Una sorpresa assicurata, una comprensione illuminata.

F. Dürrenmatt: L’Ultime assemblée générale de l’établissement bancaire fédéral, 1966; olio su tela, 72 x 60 cm

 

Poco prima di iniziare gli studi, Dürrenmatt scrive a suo padre: «Non si tratta di decidere se diventerò un artista o no, perché non è una cosa che si può decidere: artista si diviene per necessità. […] Per me il problema è un altro. Devo dedicarmi alla pittura o alla scrittura? Ho una vocazione per entrambe».
Dürrenmatt deciderà poi di diventare scrittore, ma continuerà a disegnare e dipingere per tutta la vita.

(Centro Dürrenmatt Neuchâtel)

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