LE LACRIME DI DEVILMAN CRYBABY

LE LACRIME DI DEVILMAN CRYBABY

Diamo un’occhiata all’anime Devilman Crybaby realizzato dalla Science Saru di Maasaki Yuasa e Eunyoung Choi, e distribuito da Netflix.

Il manga originale di Devilman, scritto e disegnato da Go Nagai, è stato pubblicato a partire dal giugno del 1972 dal settimanale Shounen Magazine della casa editrice Kodansha, conclusosi in un annetto e poi ristampato in cinque volumi.
La nuova versione animata di Maasaki Yuasa è molto ben fatta, pur non essendo priva di difetti. Gran parte dei concetti originali sono rivisti in una chiave moderna, con l’aggiunta di nuovi elementi e tematiche adattati ai nuovi ritmi della società e alle produzioni moderne.

L’aspetto di Akira nell primo episodio dell’Anime ha fatto storcere il naso a molti spettatori…

… ma la trasformazione, a partire dal secondo episodio, è radicale

Ho preferito attendere prima parlare di questa serie, in modo da riordinare le idee e poter dire tutto (o quasi) senza dover lesinare sugli spoiler. Ho preferito anche tralasciare il confronto con i precedenti adattamenti, pur dovendo riferirmi al manga originale.

 

Quando iniziarono a girare i primi trailer su Devilman Crybaby ero in hype anche perché l’anime è diretto da Maasaki Yuasa, colui che era riuscito a farmi piangere con Kaiba, a stupirmi con Kemonozume, a emozionarmi con Ping Pong the Animation e Tatami Galaxy. Era quindi lecito aspettarsi qualcosa di altissimo livello, se non fosse che alla sceneggiatura c’è quell’Ichiro Okuchi, spesso bistrattato per Code Geass, ma che con notevoli intuizioni ha fatto un ottimo lavoro su Planetes.

Con Devilman Crybaby, Okuchi è riuscito a scrivere un buon adattamento del lavoro di Go Nagai, fedele nello spirito ma differente nelle dinamiche che portano agli eventi principali. Insomma, i punti cardine del fumetto e le scene più importanti ci sono tutti, ma il percorso per arrivarci è differente. L’atmosfera generale abbandona buona parte degli stilemi orrifici originali, per concentrarsi su tematiche più vicine al fumetto di formazione, dando ampio spazio ai personaggi principali e secondari. Tutti sono rivisti in un’ottica moderna, fino a renderli completamente nuovi. C’è sempre spazio per l’horror (che esplode soprattutto nella prima, quarta, terzultima e penultima delle dieci puntate), ma a risaltare sono maggiormente i personaggi che crescono e si trasformano. Perfino Miki e Miko trovano una nuova raison d’etre in Devilman Crybaby, passando da macchiette a individui partecipi e attivi, sfaccettati e carichi di dubbi e incertezze.

Akira continua a mantenere il proprio cuore umano, anche dopo la trasformazione, al contrario di molti uomini che scivolano nelle proprie pulsioni egoistiche

Nel manga originale di Go Nagai si avvertiva un forte pessimismo, legato alla situazione del Giappone nel secondo dopoguerra. Go Nagai fa parte di quella generazione che ha visto i propri valori crollare come un castello di carta. La sfiducia per le precedenti generazioni si evidenzia in tutte le sue opere, nelle quali gli uomini sono presentati sempre in maniera negativa. L’uomo comune è un essere crudele, meschino e spietato, pronto a tradire, uccidere e violentare il prossimo in certe condizioni. Se Go Nagai mostra ben poca fiducia nei confronti degli adulti, è interessante notare come in Devilman i personaggi siano quasi tutti ragazzi, capaci di dominare il proprio demone interiore. L’autore, infatti, ha sempre mostrato fiducia nelle nuove generazioni e nel progresso. Tutti elementi che in questo Devilman Crybaby tornano più forti che mai. I personaggi in Devilman Crybaby, come detto, appaiono rinnovati e su tutti emergono i tre protagonisti: Akira Fudo, Ryo Asuka e Miki Makimura.

Akira Fudo

Akira Fudo è il protagonista assoluto dell’opera, nonché il personaggio più simile a quello cartaceo pur presentando delle differenze. Inizialmente presentato come uno studente piagnone e timoroso, Akira è un ragazzo dal cuore puro. Alloggia presso amici di famiglia, i Makimura, perché i genitori sono in Europa per lavoro. Nel manga originale il personaggio era preso di mira da un gruppo di bulletti e spronato dall’amica Miki a mostrare un temperamento forte, rischiando più volte di prenderle. Nel nuovo adattamento è un appassionato di atletica, mostrando una ingenua fede nel prossimo. L’aspetto fisico del giovane, diverso da quello del manga, ha fatto storcere il naso a molti e tuttavia a seguito del sabba e della fusione con Amon muta radicalmente, pur mantenendo un tratto comune con il vecchio se stesso: le lacrime. L’Akira di questo adattamento piange tantissimo, molto più del personaggio del manga che, pur lasciandosi andare al pianto, non raggiunge i livelli qui mostrati. Lacrime che hanno grande importanza simbolica, poiché Akira rappresenta la purezza originaria dell’animo umano.

Ryo Asuka

Ryo Asuka è l’antagonista dell’opera e allo stesso tempo uno dei personaggi più puri dell’intero pantheon Nagaiano. È il trickster che muove i fili dell’intero dramma, il seminatore d’odio, l’astuto e solitario docente universitario che ben prima dell’inizio della storia aveva già pianificato la propria vendetta contro gli uomini; questi ultimi, appropriatisi della Terra l’avevano devastata, ed egli aveva organizzato con i demoni di sterminare gli uomini, seminando inganno e dissenso, sfruttando la paura del diverso come mezzo per convincere le masse che ogni singola persona potesse essere un demone. Come nel manga egli si fa ipnotizzare dalla demone Psychogenie e inconsciamente porta avanti il proprio piano di distruzione. Mentre nel manga si fa passare per il figlio di un professore chiamato Asuka, inscenandone il suicidio, nel nuovo adattamento è l’amico e aiutante di un ricercatore. Proprio come nel manga l’entrata in scena di Akira stravolge i suoi piani, spingendolo a far fondere il ragazzo con Amon per mantenerlo in vita, essendone innamorato. Così nel finale i sentimenti e le lacrime di Akira raggiungono il ragazzo, spingendolo a un profondo pianto e pentimento, rendendolo così conscio di essere divenuto simile a quel Dio che ben prima dell’inizio della storia aveva tentato di sterminare i demoni.

Miki Makimura

Miki Makimura è l’amica di Akira Fudo. Nel manga è una ragazzina sfacciata e irascibile che prova vergogna nel mostrarsi a questo modo ad Akira, ed è giapponese da parte di entrambi i genitori, mentre nell’adattamento animato ha il padre americano. Miki in questo adattamento è un personaggio tutt’altro che passivo, mostrandosi appieno l’eroina della serie. Si trasforma da semplice studentessa di Nagai a un idol dell’atletica vera e propria, con connotazioni maggiormente vicine ai moderni tomboy che tanto piacciono ai giapponesi. Il suo ruolo è più importante, poiché si mette in moto per aiutare Akira Fudo nonostante sia perfettamente cosciente delle conseguenze che queste sue azioni comportino, portandola a un’orrenda morte. Le sue azioni consentono di mettere in contatto i tanti Devilman del mondo, che proprio attraverso i messaggi lanciati da Miki sul blog comprenderanno di non essere soli. Ciò che caratterizza i Devilman è l’avere sopraffatto la parte demoniaca dopo essere stati posseduti, ottenendo poteri e capacità mostruose, ma mantenendo intatta la propria parte umana.

Un paio di parole andrebbero infine spese su Miko, la migliore amica di Miki da cui si è sempre sentita oscurata e che una volta divenuta un Devilman si mette in diretta competizione con lei.

Durante le ultime puntate l’umanità si lascia divorare dalla follia, iniziando a cacciare indistintamente demoni e Devilman. Così Miki, conscia della natura demoniaca di Akira, sceglierà di sostenere il suo ragazzo sfruttando la posizione di influencer per mostrare alle persone che non esistono solo demoni ma anche dei Devilman. Per impedirne il linciaggio, Miki lancia il proprio messaggio di speranza e fiducia, scrivendo sul suo blog senza il timore di esporsi.

Così come fanno anche i bambini che per primi accettano l’idea che un Devilman come Akira Fudo possa essere buono, unendosi a lui in un abbraccio senza pregiudizi. Del resto, c’è una reale differenza tra demoni e uomini? Anche i primi possono amare in maniera intensa fino a immolarsi, proprio come Kaim fa nei confronti di Sirene, coppia di demoni il cui rapporto è tra i più intensi dell’opera: Sirene è stata in passato l’amante di Amon, cercando di riprenderselo a costo di uccidere Akira, mentre Kaim ne è tanto innamorato da stare al suo fianco, pur essendo conscio che la bella succube continuerà ad avere occhi solo ed unicamente per l’ex campione dei demoni, arrivando a sfidarlo in combattimento.

Il rapporto tra Kaim e Sirene è la perfetta dimostrazione che tra demoni e uomini ci sono molteplici similitudini

Kaim rinuncia alla propria vita per permettere all’amata di sopravvivere e avere la meglio su Akira Fudo che l’ha umiliata in combattimento, sfigurandola e privandola di Amon attraverso la sopraffazione della volontà del demone stesso. Uno dei momenti più belli dell’intero manga, riproposto nella quinta puntata di Devilman Crybaby, in cui Akira inizia a porsi seri dubbi sulla natura dei demoni e sui loro sentimenti.

Sirene si staglia fiera alle prime luci dell’alba, bellissima e orgogliosa anche da morta

Akira comprende che anche i demoni sanno amare. Allo stesso modo l’uomo può mostrarsi peggiore dei demoni, arrivando a cacciare i propri simili e a distruggere chiunque possa intaccare la sua tranquillità. Qual è la differenza tra noi e i demoni, se pur di seguire il branco per sentirci protetti perdiamo la nostra stessa umanità?

Miko è probabilmente tra i personaggi più intensi e riusciti della serie. Il sacrificio della ragazza è qualcosa di sconvolgente

Sono domande poste dalla stessa Miko alla folla impazzita di fronte al timore che chiunque possa rivelarsi un demone, pronta a sacrificarsi, piuttosto che vedere Miki venire massacrata.

La morte di Miki è sempre un pugno allo stomaco. La resa in Devilman Crybaby è perfino più drammatica e sofferta che nel manga

Un sacrificio tuttavia vano poiché Miki morirà comunque, diventando uno dei tanti trofei della folla febbricitante dopo avere ucciso il “demone bianco”. Una folla che ride, danza ed esulta per avere massacrato degli innocenti, e che non ha più nulla di umano, se non i corpi.

In Devilman Crybaby sono proproste tutte le tematiche espresse da Go Nagai, portate fino all’eccesso. Del resto è lo stesso regista Maasaki Yuasa, attraverso una intervista pubblicata da Buzzfeed Japan, ad ammettere di avere provato a realizzare qualcosa che andasse oltre i limiti di quel periodo, pensando a come Nagai avrebbe potuto spingere ulteriormente Devilman. Yuasa, che ha diretto personalmente la prima e l’ultima puntata, esplora questa idea di eccesso, soprattutto attraverso la bellissima sequenza del sabba.

Una sequenza forse perfino più psichedelica e violenta che nel manga originale, dove lo spettatore viene trascinato e ingabbiato, senza alcuna possibilità di fuga. Trascinato in un vortice di sesso, droga e colori, dove giovani praticano gli eccessi come via di fuga dalla società, mostrando il proprio lato più irrazionale e incontrollato.

Così i caldi colori del tramonto lasciano spazio a tinte fredde e acide, che cambiano nuovamente nel momento in cui Akira si trasforma, virando verso rossi e neri intensi, in uno scenario dantesco. Così la telecamera compie un moto rotatorio che inquadra il crybaby Akira, trasformato in una sorridente figura demoniaca, riproponendo la storica splash page del primo volume di Go Nagai.

Devilman Crybaby ha generato molti scontenti in Italia, soprattutto da parte di quelli che lo ricordano per il cartone degli anni settanta. Tuttavia è interessante notare che è stato apprezzate dalle nuove generazioni, più propense ad accettare il cambiamento. L’opera è pregna di riferimenti a tutte quelle persone cresciute negli anni settanta e ottanta con il Devilman in tutina. Assurdo che quel tipo di pubblico non abbia apprezzato l’opera, pur essendo cresciuta con la vecchia serie di cartoni scadente sotto ogni punto di vista e lontana negli intenti di Nagai.

Probabilmente si tratta dell’anime più importante di Netflix, nel quale Maasaki Yuasa ripropone tutta l’autodistruttività dei corpi plastici delle tavole di Nagai. Corpi pronti a trasformarsi in schegge impazzite, che abbiamo visto in opere come Mind Game o Ping Pong the Animation. Mi piace ricordare soprattutto la nona puntata, realizzata da Takashi Kojima che aveva già lavorato al folle Flip Flappers, e a cui aveva preso parte anche Kiyotaka Oshiyama. Quest’ultimo si è occupato della quinta puntata, oltre ad avere dato nuova identità ai demoni rendendoli tanto inquietanti, quanto morbidi nelle forme, creando un interessante equilibrio. Perfino Ayumi Kurashima è riuscita a rendere giustizia ai personaggi rendendoli molto attraenti, soprattutto per quanto riguarda Miki, Akira, Miko e Ryo. Questo nonostante la semplicità delle forme, le quali tuttavia appaiono di un dinamismo costante ed esasperato che dà ancora più velocità e azione alle sequenze di timing, rendendole fluide come mai.

La rabbia di Akira riesce a raggiungere ogni singolo spettatore

L’idea di movimento e di superamento dei limiti viene fuori anche attraverso tutta la sottotrama sportiva, che diventa uno degli aspetti emotivi più forti della storia. Un elemento che unisce i personaggi di Akira, Miki e Miko, andando oltre il semplice aspetto pedagogico e trasformandosi in un modo per superarsi e confrontarsi con gli altri sullo stesso piano. Spesso cadendo, ferendosi, rialzandosi e soffrendo fino a comprendere a pieno se stessi e i propri obbiettivi. Anche in Ping Pong the animation lo sport era usato come mezzo per far crescere i personaggi. In Crybaby si avverte chiaramente la stessa cosa, seppure non in modo altrettanto spietato e sofferente.

Un elemento ancora più evidenziato dall’ultima corsa di Miki nel disperato tentativo di rivedere Akira e passargli il testimone. Così come Miko, che accetta finalmente se stessa, pur avendo inseguito per tutta la vita il sogno di superare la sua migliore amica, di cui si sentiva un’ombra. Sta proprio in questo l’ammodernamento più riuscito dei personaggi. Akira e Ryo appaiono sostanzialmente simili alle controparti cartacee, mentre i restanti subiscono un approfondimento tale da renderli diversi. Miki esula dalla ragazzina ingenua e passiva, diventando un idol dell’atletica, tanto decisa quanto coraggiosa e gentile, incapace di provare realmente sentimenti negativi. Una figura forte ma al contempo fragile, che incarna quasi l’idea di una santa, proprio come dimostra il già citato intervento in rete visto nella nona puntata, in cui si mostra come una salvatrice pronta a far conoscere al mondo il vero Akira.

L’ultimo abbraccio prima del massacro…

Forse è il personaggio che meglio di tutti lo comprende, essendo una mezzosangue vittima di razzismo e conoscendo la grande forza che muove il ragazzo, dietro l’apparenza di un fragile crybaby. Lei per prima aveva subito atti di violenza e razzismo che hanno reso il suo vissuto perfino più drammatico e la sua sorte maggiormente dolorosa, arrivando a rappresentare un faro di luce tra le tenebre per Akira. Una luce brutalmente spenta dai tanti uomini incapaci di comprendere quanta bellezza e purezza ci fossero in lei. Anche Miko (personaggio ispirato all’omonima Devilman-polpo del manga) è un personaggio attivo, che qui insegue le stesse tappe di Miki senza mai riuscire a eguagliarle, generando un profondo conflitto con se stessa. Arriva perfino a reprimersi e a non ottenere realmente ciò che vuole. Tra l’altro il personaggio originale fa un piccolo cameo nell’ultima puntata. Così come l’incarnazione di questo anime riprende i tratti caratteriali e sessuali di Aoi Kurosaki di Devilman Lady, e l’aspetto da Devilman del demone ragno visto nel manga originale. In ogni caso, sono molti i personaggi a piangere in Devilman Crybaby, Akira per primo, che continua a versare lacrime per i tanti caduti, vittime di um’umanità cinica, spietata e egoista, pronta a fare terra bruciata pur di tenersi al sicuro.

Forse l’unico personaggio che ha perso un po’ di fascino in questo adattamento è Jinmen, il demone tartaruga che divorando le persone ne crea copie facciali e coscienti sul proprio carpace, il quale diversamente dal manga prende possesso del padre dello stesso Akira. L’aspetto interessante in questo caso è il conflitto che si genera nel Devilman, turbato all’idea di dovere uccidere suo padre e le persone assorbite dallo stesso, tra cui la madre. Uno scontro che mette Akira di fronte alle prime vere debolezze, costringendolo a fare i conti con la propria umanità, rendendolo conscio di non essere così invincibile come credeva. Tra l’altro le figure dei genitori di Akira erano del tutto assenti nel manga, introdotte solo successivamente nella versione perfect rivista dallo stesso Go Nagai. Una parentesi interessante, che tuttavia ha mancato di un certo approfondimento, venendo liquidata nel giro di una sola puntata. Per quanto riguarda i rapper che prendono il posto dei bulli, ho apprezzato la scelta.

I rapper che vanno a sostituire i bulli, sono una scelta riuscita

Maasaki Yuasa trova che questi ultimi esprimano meglio le proprie idee e pensieri. Sicuramente è una scelta che funziona meglio, rispetto a dei bulletti che si redimono come accadeva nel manga e i loro pezzi sono davvero belli da ascoltare. Tra l’altro vi hanno preso parte artisti veri e propri come Ken the 390.

Ottima l’idea che Zenon avesse un’impostazione più politica, rendendo i rapporti tra gli stessi demoni ambigui e conflittuali. Soprattutto nel momento in cui i demoni di Zenon attaccano il palazzo di Satana/Ryo, credendo fosse lì.

La fine dei genitori di Miki è stata forse più drammatica qui che nel fumetto. L’idea della madre divorata dallo stesso figlio divenuto Devilman, e dilaniato dalla fame, è stata tragica, soprattutto nel momento in cui la ingoiava viva. Così come i militari che li crivellano di colpi, compreso il padre diviso tra turbamento, amore e sofferenza. In effetti il simbolismo legato al quadro dell’Ultima cena di Cristo presente nella casa degli stessi, ben si adattava ad anticipare la tragica sorte dei tanti personaggi della famiglia Makimura. Nel manga originale i demoni prendevano possesso del corpo degli esseri umani per spargere il dubbio e spingerli a massacrarsi a vicenda. Qui, pur essendoci una dinamica simile, il movente è legato soprattutto alla perdita del corpo originale dei demoni, a causa di Dio e il conseguente bisogno di un individuo umano per manifestarsi.

Le ultime scene dell’anime riprendono alla perfezione il manga. Così il cinico Ryo scopre la propria umanità, rendendosi conto che il suo tentativo di sterminare gli uomini non lo rendeva diverso da quel Dio che ha tentato di eliminare ogni demone agli albori della Terra

Un altro aspetto molto curato in Devilman Crybaby è il rapporto tra Akira e Ryo, perché per quanto il primo sia il protagonista, è innegabile che il percorso di crescita maggiore lo abbia proprio il secondo. Prima angelo caduto, poi nichilista e infine individuo fragile e smarrito, Ryo è incapace di comprendere a pieno le ragioni degli uomini e demoni, ma è al contempo ossessionato dal compito di proteggere a ogni costo Akira e tenerlo per sé. Tutto questo a costo di averlo contro e di far sparire il mondo circostante, apparendo non così distante dal ragazzo e forse perfino più fragile. In un certo senso il vero crybaby dell’opera è lui, che pur con una visione cinica e crudele, arriva a piangere avendo perduto per sempre l’unica persona che contava qualcosa per lui. Proprio come fanno Akira, Miki, Miko, Kukun, Kaim, Siren e tanti altri. Perché tutti amiamo incondizionatamente qualcuno, augurandoci che abbia sempre il meglio e immolandoci se necessario per garantirgli la felicità. Ed è qui che i personaggi trovano un punto d’incontro e annullano ogni differenza, perché l’amore ci rende uguali.

In 10 puntate c’è tutto il Devilman originale. Ci sono il sesso portato agli estremi, la violenza, la fiducia nelle nuove generazioni, le autocitazioni, accompagnate da una regia eccellente e animazioni sperimentali, con una storia raccontata in maniera sublime. C’è perfino il finale originale, riproposto in maniera magistrale e con colori che riportano alla mente il bellissimo Evangelion di Hideaki Anno. Un prodotto capace di stupire ogni persona che ami davvero l’animazione giapponese. Non importa se si conosce il manga originale di Go Nagai o le altre opere di Masaaki Yuasa, questa è l’opera perfetta per avvicinarsi a entrambe le cose.

Concludendo, questa serie è un pugno dritto allo stomaco. Il Devilman che ho sempre desiderato di vedere su schermo, adattato dal manga nella maniera migliore possibile.

1 commento

  1. Un totale fallimento questo anime.
    Il manga originale del 1972 si rigira nella sua tomba di carta in preda a spasmi violenti e dolorosi.
    L’anime Netflix sbaglia tutto, dai toni ai personaggi, dagli eventi dove ha deciso di focalizzarsi a quelli che ha deciso di rendere superficiali, niente richiama il manga, le musiche scelte con un gusto orribile e tutto dell’anima originale è andato perso.
    Difficile fare di peggio.

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