DAVID BOWIE, L’ALIENO DEGLI ANNI SESSANTA

DAVID BOWIE, L’ALIENO DEGLI ANNI SESSANTA

David Bowie è morto a New York nel gennaio del 2016. Faceva parte di quegli artisti che erano cresciuti e maturati durante la swinging sixties London, un periodo di edonismo e ottimismo dopo le restrizioni della Seconda guerra mondiale. Gli artisti britannici esercitarono una supremazia culturale su tutto il mondo occidentale, Londra attraeva artisti soprattutto dai paesi di lingua inglese come gli Stati Uniti. David Bowie ha assorbito i fermenti di quegli anni straordinari quando tutto sembrava possibile ed è stato in grado di metabolizzarli, esprimendo il proprio tempo e anticipando il futuro.

La fama di David Bowie è ancora viva: le manifestazioni, le mostre, le performance a lui dedicate si susseguono in tutto il mondo. Dopo la scomparsa di Bowie, in Inghilterra i suoi album hanno venduto più di 2 milioni di unità (tra fisico, digitale e streaming). I singoli oltre 3 milioni.

David Bowie, Black star

Il suo album più popolare, soprattutto nel Regno Unito, è “Blackstar”. La raccolta è arrivata prima in 35 nazioni nel mondo. Pubblicato appena due giorni prima della morte, rappresenta il suo testamento spirituale. “Blackstar”, in questi due anni, ha venduto circa 450.000 copie.

I critici riconoscono che le opere degli ultimi vent’anni non sono state così geniali come quelle della prima parte della sua vita, tuttavia Bowie è accreditato da sette-otto raccolte che hanno cambiato la storia della musica. Ha contribuito con altri artisti a modificare la forma della canzone, non è stato solamente un cantante, ma un artista a tutto tondo.

L’infanzia

David Bowie bambino

David Bowie nacque poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale in una casetta a schiera di Brixton, un quartiere di Londra che ha portato a lungo i segni dei bombardamenti tedeschi. Il suo vero nome era David Robert Jones. Il padre era un impiegato e la madre cassiera di un cinema. Della famiglia, Bowie disse che apparteneva alla classe operaia, anche se lui aveva frequentato scuole del ceto medio. Sostenne di aver preso il meglio da entrambe le classi sociali dopo averle osservate con attenzione. Si era fatto un’idea piuttosto chiara su come la gente vivesse e sul perché agisse in un certo modo.

Terry Burns, il fratellastro di David Bowie, morto suicida nel 1985 in un ospedale psichiatrico

La signora Jones era già stata sposata e aveva un altro figlio di nome Terry, di dieci anni più vecchio di David. I fratelli erano molto legati, Terry gli trasmise la passione per la musica e per tutto ciò che era nuovo e attuale. Quando David aveva dodici anni, Terry gli fece leggere “Sulla strada” dell’americano Jack Kerouac, un libro che racconta un viaggio in autostop e in autobus sulle strade degli Stati Uniti. Lo scopo del viaggio era quello di fare esperienza, incontrare gente e crescere. Il libro diventò il manifesto della generazione di Kerouac. Terry era curioso, entusiasta, desideroso di sperimentare, mentre il padre di David era severo: il rapporto tra i due fu molto difficile.

«Quando ero molto piccolo vidi mia cugina ballare Hound Dog di Elvis», raccontò Bowie in seguito, «non l’avevo mai vista alzarsi e dimenarsi a quel modo per nessun’altra canzone. Il potere di quella musica mi colpì moltissimo».

Ma non erano solo il piccolo David e il fratellastro Terry a essersi innamorati della musica che giungeva dagli Stati Uniti. C’erano altri che subivano il fascino non solo della musica, ma anche di tutto ciò che era americano, moderno, consumistico, colorato, selvaggio.

Nel video l’intervista che Bowie concesse il 5 dicembre 1999 a “Quelli che il calcio”. Fabio Fazio gli chiede quali artisti abbiano influito sulla sua formazione e Bowie ne nomina tre: il primo è lo scultore inglese Eduardo Paolozzi, il secondo è il musicista-cantante Little Richard e il terzo è lo scrittore William Borroughs.

Eduardo Paolozzi e la nascita della Pop Art

“I was a Rich Man’s Plaything” (Ero un giocattolo di un ricco), 1947, collage di  Sir Eduardo Paolozzi (1924-2005)

David Bowie considerava un grande privilegio aver conosciuto personalmente Eduardo Paolozzi, uno scultore figlio di italiani emigrati in Inghilterra. Aveva studiato arte e durante la Seconda guerra mondiale era entrato in possesso di alcune riviste che gli erano state regalate dai militari americani di stanza in Inghilterra. Erano coloratissime e piene di pubblicità, mentre in Inghilterra si pubblicavano quasi solo quotidiani. Con quelle riviste Paolozzi fece una serie di collage che espose a Londra nel 1947. Questo sopra è intitolato “Ero un giocattolo di un ricco”. Nel collage ci sono tutti simboli del modello di vita americano. Paolozzi non respinge la pubblicità e il consumismo, ma ne resta affascinato. Mescola la sua cultura artistica classica con la nuova moda. In questa opera per la prima volta compare la parola Pop. È scritta dentro la nuvoletta sparata dalla pistola.

Richard Hamilton, Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? (Che cosa rende le case di oggi così diverse, così attraenti?)

Paolozzi fondò con altri artisti, fra cui Richard Hamilton (di cui sopra potete vedere un’opera), l‘Indipendent Group, precursore della Pop Art britannica degli anni sessanta.

Andy Warhol, autoritratto del 1986

Quando David Bowie andò negli Stati Uniti riuscì a incontrare Il massimo esponente della Pop Art americana, Andy Warhol. L’artista che aveva dissacrato l’opera d’arte producendo opere multiple che rappresentavano oggetti di uso comune. Warhol colpì profondamente Bowie, che lo impersonerà nel film “Basquiat”.

Little Richard

Little Richard è il nome d’arte dell’americano Richard Wayne Penniman. Nato nel 1932, aveva iniziato a cantare da bambino in un coro religioso con la sua famiglia.
Il suo stile è caratterizzato dalla mescolanza di elementi del blues e del rhythm and blues con forti influenze gospel. Aveva un sound ritmato e veloce, una interpretazione vocale innovativa. Fu uno dei musicisti che aiutò il rock and roll a nascere e a diffondersi. Little Richard si presentava sul palco truccato esibendo uno stile trasgressivo e decadente. Influenzò il soul e il funk ed ebbe una grande presa su cantanti e musicisti dall’epoca del rock al rap. Ebbe diverse crisi religiose durante le quali si ritirava dalle scene. La segregazione, cioè la divisione fra bianchi e neri negli Stati Uniti del Sud, era ancora legge, ma Little Richard desiderava che la sua musica fosse ascoltata e suonata anche dai bianchi. Nel 1956 la sua canzone “Tutti frutti” fu cantata da Elvis Presley e divenne un successo mondiale. Varcò l’oceano e arrivò in Europa.

William S. Burroughs

David Bowie e William Burroughs fotografati da Terry O’Neill

William Burroughs era uno scrittore americano, nato nel 1914, in una famiglia di ricchi industriali che produceva calcolatrici meccaniche. Fece una brillante carriera accademica alla Harvard University studiando letteratura inglese e specializzandosi in antropologia. Frequentò poi una scuola di medicina a Vienna. In questo sito potete leggere la trascrizione del colloquio fra Bowie e Burroughs avvenuto a Londra a casa del cantante nel 1974. Lo scrittore era considerato il padrino della generazione beat (la parola ha due significati opposti: stanco e abbattuto o ottimista e beato). I beat erano i giovani cresciuti dopo la seconda guerra mondiale che volevano esprimersi liberamente. Sia Bowie sia Borroughs annotavano i propri sogni. Entrambi si servivano di quel materiale per creare. Burroughs scrive un flusso di parole ininterrotto e Bowie storie, personaggi, performance, musica e canzoni. Entrambi usano come metodo il cut-up, cioè la combinazione a caso di frasi, versi, brani, testi. Il cut up era stato usato da Tristan Tzara del movimento dadaista negli anni della Prima guerra mondiale e seguenti. I temi sono l’omosessualità, l’uso delle droghe, gli stati alterati della mente, le filosofie orientali, l’esplorazione dello spazio e l’arrivo degli alieni. Bowie ostenta un certo disprezzo per la cultura accademica ed è affascinato da Burroughs. L’americano non occupava una cattedra all’università, era il rappresentante di una cultura nuova, alternativa.

David Bowie suona il sassofono nel gruppo “Konrads”

I giovani cantanti inglesi andavano negli Usa a fare i loro tour influenzando a loro volta i colleghi americani. La maggior parte proveniva dalle scuole d’arte londinesi, per cui non erano solo cantanti o musicisti, ma artisti a tutto tondo. David Bowie aveva manifestato fin dalla più tenera infanzia un grande interesse per la musica, per il canto e per la danza. A 11 anni cominciò a cantare come corista nel coro della chiesa. L’anno dopo ricevette in dono dai genitori il suo primo sassofono. Prese lezioni dal sassofonista jazz Ronnie Ross. Il sassofono rappresentava per lui la Beat Generation, San Francisco, la libertà. Nel corso della sua carriera imparò a suonare molti strumenti. Quando aveva tredici anni entrò in un gruppo di studenti della Bromley Technical High School interessati all’arte. A metà del 1962 David si unì ad alcuni studenti che avevano formato un gruppo chiamato The Kon-rads. Nella band suonava il sassofono. Nell’ambiente era considerato non particolarmente colto e preparato perché non aveva una formazione classica. Il disprezzo della cultura accademica è un atteggiamento che attraversa tutto il novecento. Iniziato con i futuristi, ricompare con la Beat Generation e la Pop Art.

John Lennon e Paul McCartney

Sergeant Pepper

Anche i Beatles non avevano una grande considerazione per la cultura accademica. A metà degli anni sessanta John Lennon e Paul McCartney sapevano quello che volevano dal punto di vista musicale, ma non erano in grado materialmente di produrlo e si dovevano servire di tecnici qualificati. Questi professionisti erano sicuramente più preparati di quanto fossero loro e forse erano anche infastiditi dalle richieste pressanti cui erano sottoposti. Ma la capacità dell’artista di fare arte era considerata una dote importante quanto e forse più del sapere accademico. I suoni che i Beatles riuscirono a produrre con Revolver e i dischi seguenti erano prodotti in studio di registrazione dai collaboratori sotto la loro guida.

Anthony Newley

Negli anni sessanta in Inghilterra era celebre il cantante e performer Anthony Newley. Si esibiva in televisione in un programma intitolato The Strange World of Gurney Slade (Lo strano mondo di Gurney Slade). In Inghilterra c’era all’epoca un solo canale televisivo e tutti lo guardavano. Secondo gli amici, Bowie ha preso molto da Newley.

Lindsay Kemp

Lindsay Kemp e David Bowie

A metà luglio del 1967 David Bowie andò ad assistere a uno spettacolo del mimo ballerino Lindsay Kemp. Il cantante scoprì che l’attore aveva usato uno dei suoi pezzi per lo spettacolo. Imparare a recitare era sempre stato il suo sogno perché si proponeva di produrre spettacoli completi. Nei localini underground londinesi venivano già prodotti. Propose a Kemp di scrivere dei pezzi musicali per lui se lo avesse accettato come allievo. Voleva che Kemp gli insegnasse l’arte del balletto e del mimo. Kemp ne fu felice. Bowie parteciperà in qualità di mimo e di autore delle musiche a “Pierrot in turquoise”. Bowie considerava il suo apprendistato da Lindsay Kemp fondamentale. “Da lui ho imparato il linguaggio del corpo; ho imparato a controllare ogni gesto, a caricare di intensità drammatica ogni movimento; ho imparato insomma a stare su un palco”.

Ziggy Stardust

In una intervista, Lindsay Kemp ricorda il momento in cui David Bowie gli portò da ascoltare le canzoni di  “Ziggy Stardust”. Il mimo interpretò per l’amico tutte le parti per fargli vedere come avrebbe fatto lui.

Bowie ne fu entusiasta. The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars (L’ascesa e la caduta di Ziggy polvere di stelle e i ragni venuti da Marte) diede una svolta alla sua carriera. Ora Bowie era in grado di creare uno spettacolo completo, di interpretare una storia rendendola credibile. Il costo da pagare è stato però alto in termini psicologici, tanto che dopo poco tempo fa morire Ziggy. Ora anche gli altri cantanti capiscono che è necessario cambiare. D’ora in poi si devono interpretare le canzoni e creare delle storie sempre più affascinanti.

Il buddismo

David Bowie e Hermione Farthingale

Alla fine del 1967, David Bowie, insieme alla sua ragazza del momento, Hermione Farthingale, trascorse alcune settimane in un monastero buddista in Scozia. Il monastero era retto da Chime Tulku Rinpoche, un monaco tibetano fuggito dal Tibet in seguito all’occupazione cinese.

La copertina dell’album Earthling (L’essere umano), in cui compare “Sette anni in Tibet” del 1997

Bowie continuò a essere attratto dal pensiero orientale anche in seguito ed è sempre stato molto attivo nella raccolta di fondi per i profughi tibetani. Inizialmente, soprattutto nel periodo in cui si drogava pesantemente, aveva una vera ossessione per la parte esoterica e magica del buddismo. Nel 1996 dichiarò: «Molto di quello che all’inizio mi aveva attratto del buddhismo è rimasto con me, l’idea della transitorietà e che non c’è niente cui aggrapparsi. A un certo punto dobbiamo lasciare andare ciò che consideriamo a noi più caro perché la vita è troppo breve. La lezione che ho probabilmente ho imparato più di qualsiasi altra cosa è che la mia soddisfazione viene da quel tipo di investigazione spirituale. E questo non significa che voglio trovare una religione a cui aggrapparmi, significa cercare di trovare la vita interiore delle cose che mi interessano».

Performance Art

La Performance Art è un tipo di rappresentazione molto antica che mette al centro dell’opera la vita dell’artista e il suo corpo stesso. Negli anni sessanta a Londra esistevano locali, gallerie, teatri dove gli artisti potevano esibirsi senza alcuna problema. I poeti americani della beat generation come Ginsberg leggevano e declamavano le proprie poesie esibendo il proprio corpo di artista al pubblico.

David Bowie ha pubblicato il suo ultimo album con il nome di “Blackstar” due giorni prima di morire, l’8 gennaio 2016, data di nascita sua e di Elvis Presley. Elvis aveva pubblicato una canzone dal titolo Black star che parlava della morte: combatteva da tempo contro un cancro e sapeva di dover presto morire. Nel toccante videoclip qui sopra Bowie appare stanco, scavato e provato dalla malattia, nessun trucco lo ingentilisce. Anzi, ha due bottoni sugli occhi e il viso fasciato. È un morto che parla. Una donna gratta da sotto il letto come fosse la morte che lo prenderà tra poco. Bowie dice all’inizio di essere in paradiso, ma forse è solo ironico. Tutti noi saremo risucchiati da quell’armadio che sembra una cassa da morto. Potrebbe anche essere l’armadio di Narnia che permette l’accesso a un’altra dimensione. Il vecchio artista degli anni sessanta è ancora lì.

(Lorraine Lorena ha raccolto il materiale e ha collaborato alla redazione dell’articolo)

 

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