L’UMORISMO NERO IN UN MONDO ASSURDO

L’UMORISMO NERO IN UN MONDO ASSURDO

Accedi a un social network e molto probabilmente compare una immagine di forte impatto, significativa o apparentemente insensata. Magari un meme, con una scritta ben evidenziata. Una battuta sferzante e un po’ macabra, forse grottesca, certo politicamente scorretta. Ieri è capitato con la vignetta di Charlie Hebdo, il settimanale satirico parigino tristemente noto per la  strage del gennaio dell’anno scorso.

Lo scandalo questa volta ha preso forma dalla matita di Felix. Un uomo e una donna in piedi, tumefatti e coperti di sangue. I cadaveri sotto le macerie e la scritta: “Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne”.

Le reazioni sono quelle che tutti hanno potuto osservare: orrore, disgusto e sdegno. Nessuno ha riso.

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Niente sopravvive a questo fenomeno che potremmo chiamare umorismo nero. Neanche i Cavalieri dell’Apocalisse. Malattie, carestie, guerra e morte sono presenti al pari di assassini seriali, cronaca nera, sesso, terrorismo, autorità politiche o religiose, star del cinema, dello sport e mille altri. Tutti vengono risucchiati nel calderone del web.

Internet sembra una fonte inesauribile di umorismo nero, grottesco, violento e a volte visceralmente cattivo. Gli adepti del web, ovvero noi, sono artefici e fruitori di questa forma, postmoderna e a tratti estrema, di satira.

Nel gruppo ci sono grandi classici, come le gif animate o i meme su Hitler. Il sanguinario dittatore è ridicolizzato nei modi più surreali: mentre mangia una anguria o mentre, sorridente, pronuncia battute sulle camere a gas.

Poi lo sberleffo fa il “salto di qualità”, ecco comparire il volto della vittima: Anna Frank, un bambino denutrito o un disabile. La conseguenza, quasi ovvia, è la reazione. Chi si disgusta e chi apprezza. Seguono discussioni infinite e abbastanza inutili.

esempi di meme basati sul dark humor
Si fa ironia anche sulle tragedie più attuali, dalla strage di Nizza ai migranti che muoiono in mare. Più il fenomeno preso in questione è vicino a noi, più le reazioni si fanno forti e le discussioni accese. Una quantità enorme di parole riversate che sembrano ridursi a ben poco.

La vignetta di Felix per Charlie Hebdo ha appunto generato una serie reazioni emotive e istintive. La prima e più forte di queste reazioni è la rabbia. Quando si va a violare qualcosa che riteniamo di dover proteggere è sempre la rabbia a prendere il sopravvento. Ed è giusta, tragicamente umana e comprensibile.

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Forse queste immagini e queste battute, più o meno ragionate o brillanti, sono un modo, per quanto goffo, con cui elaborariamo il “male”. Esprimendo nella sua forma più bieca e cinica, con una buona quota di assurdità, un bisogno collettivo di sconfiggere e esorcizzare il dolore senza nasconderlo. Pensare il male e il dolore, elaborarlo e renderlo accettabile, addirittura risibile è un processo complesso.

Sarebbe certo più facile nascondere le sofferenze, rimuoverle dai nostri pensieri, ma continuerebbero, in ogni caso, a tornare in quanto elementi centrali della nostra esistenza. Ridere alla sciocca battuta di umorismo nero non implica necessariamente mancanza di sensibilità o empatia. A volte dietro lo scherzo si cela la necessità di pensare a quanto assurdo possa essere il nostro mondo.

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3 commenti

  1. Nel caso di Charlie Hebdo non è la rete, il privato, a parlare, ma una testata giornalistica. Quindi una redazione e un editore hanno vagliato e autorizzato la vignetta, direi che è un po’ più grave. Mi viene in mente Il Male, giornale satirico nostrano attivo negli anni ’70 e ’80 che ironizzava anche sulle disgrazie, ricordo una vignetta in cui veniva rappresentato il bambino di Vermicino con un casco in testa dotato di maniglia e la scritta: casco antivermicino. O anche su Dio e il Papa. Tutte cose di casa nostra. Quindi satira autocritica per certi versi. Quando si vuole ridere delle disgrazie altrui, si fa solo la figura dei cretini. Probabilmente le recenti debacle della sicurezza in Francia, hanno reso i francesi rabbiosi e impauriti. C’è qualcuno tra gli esimi vignettisti di giornale pop che ha voglia di ridere o far ridere dei morti a Parigi? Non credo.

  2. Quello che sconcerta è la mancanza di fantasia di Felix, che utilizza uno stereotipo italiano, come quello della pasta, che non utilizzano più neanche les amèricains.

  3. La faccenda “Vignetta” m’ha interessato poco al suo apparire (ieri) e decisamente saturato nel giro di un giorno d’indignazioni, polemiche, sparate in difesa della libertà ecc. Spendo un commento solo sul tuo articolo, che mi sembra bello e buca la coltre di banalità emotive lette finora con acume analitico che da te, plausibilmente, m’aspettavo. Bravo.

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