DARIO ARGENTO E IL REMAKE DI SUSPIRIA IN 12 SEQUENZE

Dario Argento

È nelle sale cinematografiche da qualche giorno, riscuotendo un discreto successo (soprattutto di critica), l’atteso remake del Suspiria di Dario Argento diretto da Luca Guadagnino e interpretato da Tilda Swinton, Dakota Johnson e la bellissima Mia Goth (già vista in un ottimo horror come La cura dal benessere, di Gore Verbinski).

Mia Goth nel remake di “Suspiria” diretto da Luca Guadagnino

Suspiria senza Dario Argento

Un film sorprendente, che si affranca dall’originale di Dario Argento con una forza espressiva e un coraggio realizzativo indubbiamente rimarchevoli. Basta vedere come Guadagnino rinuncia agli omicidi creativi e alle eccessive tentazioni citazionistiche (anche se ha un ruolo Jessica Harper) per capire che siamo di fronte a un’operazione ragionata, consapevole di muoversi su un terreno minato (girare un film del terrore in Italia non è certo facile), ma capace di trovare efficaci soluzioni narrative (il primo definiamolo omicidio è geniale) e di amalgamarle con un impasto visivo che, seppure dia l’impressione in certi momenti d’essere stato fin troppo studiato a tavolino, valorizza atmosfera e ambientazioni.

Cogliamo l’occasione del’uscita del remake di Luca Guadagnino per fare un breve ripasso attraverso 12 sequenze di alcuni tra i film più riusciti di Dario Argento.

 

L’uccello dalle piume di cristallo

Film che in un primo momento avrebbe dovuto essere diretto da Aldo Lado o, secondo altre fonti, dal regista inglese Terence Young, L’uccello dalle piume di cristallo segnò l’esordio nel 1970 di Dario Argento e rappresentò indubbiamente una svolta nella storia del cinema giallo, che il regista contribuirà a rivoluzionare in maniera ancora più radicale con le opere successive. In un’intervista, Argento affermò che il soggetto gli venne in mente mentre si trovava su una spiaggia della Tunisia a prendere il sole e ammise d’essersi ispirato al romanzo di Fredric Brown “La statua che urla”.
Sam Dalmas, il protagonista, è uno scrittore americano di passaggio in Italia. Con la fidanzata Movita progetta di tornare negli Stati Uniti. Roma è sconvolta dagli omicidi di alcune ragazze. Una sera Sam assiste all’aggressione d’una giovane donna, Monica Ranieri, in una galleria d’arte. L’intervento di Sam salva la vita alla donna, ma l’aggressore riesce a fuggire. La polizia collega l’aggressione agli omicidi. L’ispettore Morosini sospetta proprio di Sam, e gli ritira il passaporto. Lo scrittore è convinto d’aver visto qualcosa che potrebbe condurre alla scoperta dell’identità del maniaco omicida. Comincia così a indagare, e per due volte sfugge al tentativo di eliminarlo da parte del fantomatico assassino, che intanto continua a uccidere. Il colpevole si rivelerà proprio Monica Ranieri e la soluzione del mistero avverrà grazie a uno strano suono registrato su una delle telefonate del maniaco, emesso da una rarissima specie d’uccello, l’Hornitus Novalis (animale peraltro inesistente). Sam capirà d’essersi ingannato: la vittima dell’aggressione era in realtà il vero aggressore.
La struttura del giallo classico, con conseguente indagine, sta sicuramente stretto a Dario Argento. Il regista dimostra subito d’interessarsi maggiormente all’aspetto visivo (e sonoro), alla frammentazione dello spazio e della materia, a un meccanismo narrativo costruito sui dettagli, sul quotidiano, su investigazione fatta di sensazioni e di rimandi, e d’essere un onnivoro consumatore di cinema. La sua militanza nella critica, il suo essere un critico non elitario, lo porta a fare il regista in maniera spiazzante. Così il suo stile si forma su modelli eterogenei: Godard e Bertolucci, Leone e Mario Bava, l’espressionismo di Fritz Lang e le pratiche basse, l’avanguardia americana, Antonioni e i film di consumo. L’uccello delle piume di cristallo non mette ancora in scena, e in evidenza, la macelleria e i litri di sangue che diventeranno, da Profondo rosso in poi, un marchio di fabbrica argentiano. Ma ciò che colpisce maggiormente del film è il sottile equilibrio/contrasto tra il sadismo e il desiderio di purificazione. Monica Ranieri che impazzisce dopo aver visto un terribile quadro naif dipinto da un ex-pugile, ma la cui causa primaria è la violenza subita quand’era ragazzina. L’ex-pugile, non a caso, ha smesso di creare opere violente e attraversa un periodo mistico. E sempre non a caso, il maniaco viene cercato tra i pervertiti classici. Mentre l’ispettore Morosini sostiene che forse l’assassino è una persona normalissima, che non sembra affatto un assassino. La normalità “perversa” sarà uno dei temi centrali del cinema di Dario Argento. Indimenticabile il pre-finale, quando la vera colpevole viene arrestata, con Sam immobilizzato, schiacciato sotto un’enorme opera d’arte e la m.d.p. che inquadra l’assassina da ogni punto di vista e poi alle spalle, quando giungono i poliziotti. Vere scene madri ne L’uccello dalle piume di cristallo non ve ne sono, se non il lungo inseguimento centrale e quella splendida in cui Sam cerca la propria fidanzata e giunge nell’appartamento di Monica Ranieri. Ma la struttura del film, pur nel suo essere un oggetto cinematografico per nulla levigato e coerente, mette subito in risalto il talento del giovane regista. Non bisogna dimenticare naturalmente l’apporto dato dai prestigiosi collaboratori, tra cui Vittorio Storaro (direttore della fotografia), Ennio Morricone (autore delle musiche) e Franco Fraticelli (montaggio).

Il gatto a nove code

Dario Argento nel 1971 realizza Il gatto a nove code, che ha come soggettista uno degli sceneggiatori chiave del nostro cinema di genere, Dardano Sacchetti. Più vicino al poliziesco che al thriller è tra i meno amati dallo stesso Argento. Tuttavia non è affatto un titolo minore nella filmografia del regista e, anzi, certe soluzioni narrative (l’omicida che uccide per eliminare le prove dei suoi delitti) e l’uso di certi dettagli atroci (l’uomo gettato sotto il treno) gettano le basi di quello che d’ora in avanti sarà il marchio di fabbrica argentiano e più in generale del cinema italiano del terrore. Anche la spiegazione dei delitti, di cui è responsabile un giovane medico con un’alterazione dei cromosomi capace di rivelare la tendenza omicida di un individuo, e la figura dell’enigmista cieco dalle particolari capacità deduttive, rendono Il gatto a nove code un film notevole e uno dei migliori thriller del periodo. Tra gli interpreti, ricordiamo l’ottimo Karl Malden, James Franciscus e Catherine Spaak.

Quattro mosche di velluto grigio

L’altro film del 1971 è Quattro mosche di velluto grigio, che può essere considerato in assoluto uno dei migliori film di Dario Argento. Come e più che nei precedenti film il regista si disinteressa quasi completamente dell’aspetto investigativo (spariscono le figure dei poliziotti, per esempio, sostituiti da un detective privato che muore quasi subito) per concentrarsi sulla suspense, sull’attesa e sulla creazione di un’atmosfera cupa, angosciante, oppressiva. Anche nella scelta di spezzare la tensione con intermezzi quasi comici (il postino aggredito dal protagonista) e di dilatare i tempi di preparazione degli omicidi, Quattro mosche di velluto grigio anticipa la sinfonia di puro terrore che sarà Profondo rosso.

Il tram

Nel 1973 Dario Argento è l’ideatore e il supervisore di una serie televisiva per la Rai prodotta dalla Seda Spettacoli (casa di produzione di Salvatore Argento, padre di Dario), intitolata La porta sul buio. Si tratta di quattro mediometraggi (di un’ora l’uno) tra il giallo e il terrore. Il migliore è senza dubbio quello diretto dallo stesso Argento (con lo pseudonimo Sirio Bernadotte), Il tram, un piccolo gioiello di suspense. Gli altri, anch’essi comunque di buona fattura, sono Il vicino di casa, scritto e diretto da Luigi Cozzi, Testimone oculare, scritto da Argento e Cozzi e diretto da Roberto Pariante (aiuto regista di tutti i primi film di Argento) e La bambola, diretto da Mario Foglietti.

Suspiria

I film di Dario Argento più amato all’estero è senza dubbio Suspiria, del 1977. Basti pensare che Paul Schrader ne rimase tanto colpito da cercare di ricreare luci e colori nel suo Il bacio della pantera, Richard Stanley rifece una scena in Hardware e Stephen King lo citò in modo lusinghiero nel saggio “Danse Macabre”.
Il film comincia con una ragazza, Susy, che giunge a Friburgo per andare in una prestigiosa scuola di danza classica. Arrivata quando è ormai notte, non viene lasciata entrare. Fa però in tempo a vedere un’allieva uscire dall’edificio con aria sconvolta e mormorando frasi appena percettibili, il cui senso comprenderà soltanto più avanti, dopo una lunga serie di omicidi cruenti e spettacolari. Susy scoprirà che l’accademia è stata fondata dalle streghe: alla fine di una notte da incubo riuscirà a uccidere la Regina Nera e a fuggire dall’edificio in fiamme.
Si è spesso affermato che nei film di Dario Argento, proprio a partire da Suspiria, la storia conta meno della complicata e visionaria costruzione registica. In realtà è casomai vero che lo stile argentiano è tanto elaborato e conturbante (non estetizzante, come sostiene qualcuno) da relegare in secondo piano la storia. È comunque evidente che qui, come nel successivo Inferno, il regista esplora nuovi territori, quelli dell’horror puro, del fantastico e addirittura del fiabesco (“Biancaneve”, “Il mago di Oz” ma anche “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll sono riferimenti inevitabili), disinteressandosi al meccanismo giallo che aveva caratterizzato i suoi precedenti film. Non si tratta, dunque, di scoprire l’assassino, perché l’elemento sovrannaturale della storia è chiaro fin dall’inizio. È indubbio che il pregio maggiore del film risieda nella sua parte visiva (splendida la fotografia di Luciano Tovoli, che ha ottenuto grandi risultati utilizzando una pellicola Kodak particolarmente duttile) e nella parte sonora, con la musica dei Goblin infarcita di rumori inquietanti, sussurri, grida e rantoli.
Tutto il film emana una crudeltà, una malvagità algida che contrapposta all’innocenza quasi infantile della giovane Susy connota in maniera decisamente simbolica la vicenda. Una volta rimasta sola, e dopo un dialogo esterno (l’unico vero esterno dell’intero film, tra l’altro) forse troppo lungo con uno psicanalista prima e poi con un esperto di stregoneria, Susy decide di scoprire il mistero dell’accademia. Ricordando le parole della ragazza incrociata al suo arrivo, ruota una maniglia a forma d’iris viola e passa attraverso una porticina proprio come una novella Alice. Peccato che al di là ci sia tutto meno che un paese delle meraviglie. L’intera sequenza ricorda quella nella villa di Profondo rosso, ma qui le scenografie sono simili a un quadro surrealista riletto da Hollywood: ricordano quelle dei musical degli anni cinquanta e di alcuni film di Alfred Hitchcock. Davvero terrorizzanti la maschera della non-morta Stefania Casini e la voce della Regina Nera nascosta dietro la tenda. Unico difetto del film: il finale affrettato.
Certi dialoghi portano senza dubbio il marchio nevrotico di Daria Nicolodi, e alcune coreografie di morte restano insuperabili (in particolare la scena del cieco sbranato dal suo cane). Ma lasciandosi andare al fluire delle immagini si ha la netta sensazione di assistere a un’esperienza cinematografica davvero irripetibile; a qualcosa di più di un film da storia del cinema “de paura” o al capolavoro di un maestro del terrore. Si ha l’impressione d’entrare nella mente d’un uomo che cerca d’esorcizzare le proprie inquietudini mettendo in scena un balletto macabro in un teatrino rosso sangue che brucia e si consuma, ma soltanto fino al prossimo incubo.

Tenebre

Nel 1983 Dario Argento scrive il suo thriller forse più geometrico, virtuosistico e provocatorio. Di sicuro quello con il più alto numero di morti ammazzati. Tenebre è ambientato di nuovo in una città italiana, Roma, resa asettica come il décor di un film di fantascienza dell’epoca d’oro. Cervellotico nella trama quanto nella struttura, pieno di flash-back e false piste, perverso e beffardamente psicanalitico. È o non è il regista il vero assassino? Argento non dimentica dunque il passato, e resta legato al cordone ombelicale dei suoi primi capolavori, portandoli al limite di un’espressività paranoica e sadica. Tenebre registra anche la presenza misteriosa di Veronica Lario, futura signora Berlusconi, a cui viene amputato un braccio nel finale iper-sanguinoso. D’altro canto nei film argentiani dei primi anni ottanta si può cogliere, anche in maniera abbastanza ambigua, il clima politico di quei tempi.

Phenomena

Una nuova svolta fiabesca avviene nel 1984 con Phenomena. Si tratta però sempre di scoprire chi è l’assassino, anche se lo dobbiamo fare tra le montagne svizzere e seguendo il volo di una mosca. Di mezzo c’è anche un nano mostruoso truccato da Sergio Stivaletti. Forse Phenomena è il vero terzo atto della trilogia infernale cominciata con Suspiria: anche qui c’è un collegio e protagonista è una bellissima fanciulla interpretata da Jennifer Connelly, lanciata dal maestro Sergio Leone. Il cinema di Dario Argento è un concatenarsi continuo.
Il delirio montanaro, affascinante, macabro, mortuario come certi film di Fulci, inizia con una ragazza (interpretata da Fiore, figlia del regista) che perde l’autobus e comincia a vagare per le montagne svizzere. Giunge in una casa abbandonata, vede qualcosa di orribile, comincia a fuggire. Ma viene raggiunta e aggredita, prima con un paio di forbici, poi ghigliottinata con il vetro di una finestra. La sua testa cade in una cascata e viene trasportata via dal fiume. Non è la prima ragazza ad essere uccisa. La polizia e un entomologo paralitico indagano. Studiando le mosche che depositano le uova nei cadaveri, il professore può risalire al giorno dell’omicidio. Egli è convinto che un feroce assassino s’aggiri per quelle montagne e che, se non verrà fermato, ucciderà ancora. Intanto giunge in un severo collegio Jennifer, che ha una strano rapporto con gli insetti. È anche sonnambula e una notte, dopo una serie di circostanze, giunge a casa dell’entomologo. Sapendo dell’esistenza di un assassino, Jennifer è terrorizzata dall’idea di incontrarlo mentre vaga di notte intorno al collegio. Chiede alla sua compagna di stanza di aiutarla ma sarà proprio costei a essere uccisa dopo un fugace incontro con il suo ragazzo. Jennifer trova un guanto dell’assassino, pieno di larve di una mosca, la grande sarcofaga, che si nutre di cadaveri. L’entomologo le chiede di investigare per scoprirne l’identità, aiutata proprio da un’esemplare della mosca, e la ragazza scoprirà che la responsabile degli omicidi è la segretaria del collegio, madre di un bambino-mostro frutto di una violenza sessuale subita in gioventù.
Phenomena dimostra ancora una volta quanto sia forte la componente erotica nei film di Argento, soprattutto in quelli degli anni ottanta. I riferimenti sessuali sono continui e la scena dell’insetto che si eccita al contatto con Jennifer è piuttosto esplicativa. In effetti il film potrebbe essere letto come il delirio di un’adolescente turbata dal richiamo della natura. Ma si sa, i film più riusciti di Dario Argento sfuggono a ogni tentativo d’interpretazione, che finisce per essere sempre limitativa e schematica. Un po’ come quello che accade per Federico Fellini: inutile cadere nella trappola semantica dei registi, scervellarsi sui simboli, meglio lasciarsi andare al fluire delle immagini ed entrare senza forzature mentali nel mondo cinematografico che con tanta forza immaginativa riescono a creare.
Jennifer Connelly, che interpreta la protagonista è, tra l’altro, una delle attrici più carine e sottilmente sexy tra quelle scelte dal regista, insieme alla Mimsy Farmer di Quattro mosche di velluto grigio. Il lungo finale di Phenomena è un’interminabile, splendida galleria degli orrori con momenti-shock indimenticabili e pause silenziose che fanno trattenere il fiato. Sferzante attacco alla famiglia (uno dei temi preferiti dal regista), Phenomena è un thriller che vira decisamente verso il fantastico e la fiaba crudele, memore delle precedenti, riuscite esperienze horror di Suspiria e Inferno. Ma rispetto al passato, qui Argento sperimenta anche la musica heavy metal, e il connubio stridente con la sua costruzione visiva sinuosa e la fragile innocenza della protagonista è affascinante.

Opera

Dario Argento torna al thriller puro nel 1987 con Opera. L’idea gli viene quando deve mettere in scena Macbeth per lo Sferisterio di Macerata, spettacolo che poi non realizzerà. Parte dell’idea teatrale viene riversata nello spettacolo del film, con i corvi liberi sul palcoscenico. Una famosa soprano finisce sotto una macchina e a sostituirla viene chiamata una debuttante, che ben presto comincerà a essere minacciata da un fantomatico assassino. La catena degli omicidi si dipana in un crescendo che attenta alle coronarie degli spettatori più sensibili. La fantasia sadica di Argento non ha limiti. Vedere per credere la scena in cui la protagonista è costretta ad assistere all’omicidio di un giovane appena conosciuto. Spilli gli vengono applicati alle palpebre con lo scotch. L’occhio di Daria Nicolodi fa una brutta fine e quello dell’assassino viene strappato da un corvo. Certo lo sguardo è uno dei temi sempre al centro dei film argentiani.

Due occhi diabolici

Da Opera in poi Dario Argento si dedicherà per lungo tempo quasi esclusivamente alla produzione (La chiesa e La setta del giovane talento Michele Soavi), realizzando come regista soltanto un episodio del film Due occhi diabolici. Tratto dal racconto di Poe “Il gatto nero”, narra la progressiva follia di un fotografo di cronaca nera ossessionato dalla morte e dalle immagini macabre, che lo porterà a uccidere la giovane moglie.

Trauma

Due occhi diabolici è la prima esperienza americana di Argento, e crea le basi per il lungometraggio successivo, Trauma, del 1993. Uno psicothriller riuscito solo in parte, con protagonista la figlia Asia, che diverrà figura sin troppo ingombrante per la creatività del regista. Disse Argento: «Un giorno, mentre stavo nel New England, a Salem, ho avuto la visione di una sedicenne anoressica conosciuta qualche anno prima (…) Ho collegato quel flash a una mia sensazione d’estraneità esasperata dall’eco di certi fatti americani, gli assassini in serie, trasmessi in tivù». A parte che per raccontare storie di omicidi Argento non ha mai avuto bisogno di farsi ispirare dai serial killer, per fortuna, ed è famosa la sua dichiarazione di totale disinteresse per la figura del mostro di Firenze. Resta il problema che in Trauma manca proprio l’ispirazione, e il tentativo di raccontare una storia d’amore persino struggente si rivela un fallimento. Non aiuta nemmeno lo sfondo di Minneapolis, estraneo ai meandri mentali oscuri e rabbiosi di Argento.

Il cartaio

La prima parte de Il cartaio, del 2006, non decolla quasi mai e sembra confermare la sensazione che il film rappresentasse un ripiego di Dario Argento, un’opera su commissione accettata tanto per restare nel giro in attesa di tempi migliori. Basta però attendere il secondo tempo e l’enigmatico (ma memorabile) finale, per cambiare completamente opinione. Argento finge di filmare un giallo con serial killer annesso, una versione italiana dei tanti (troppi) thriller, ma in realtà firma un’opera nichilista nel vero senso della parola. Con scene comunque straordinarie come quella in cui la poliziotta protagonista (Stefania Rocca) viene aggredita dal maniaco in casa sua. E da questo momento in poi Argento comincia, con il suo modus inconfondibile, a eliminare personaggi e a distruggere ogni certezza nello spettatore, facendo tabula rasa degli appigli forniti nel primo tempo. L’adolescente esperto di video poker (Silvio Muccino) e il poliziotto inglese (Liam Cunnigham) vengono brutalmente uccisi. Gli altri agenti di polizia, commissario (Adalberto Maria Merli) compreso, finiscono fuori campo. Con loro vengono eliminati tutto un mondo cinematografico (e televisivo e di appiattimento della fruizione contemporanea e di sadismo della visione) e una logica dell’indagine da sempre poco amati da Argento. Restano la poliziotta e il serial killer che è, tra l’altro, un agente egli stesso. Ripensando al film dopo il finale apparentemente inutile, si ha la netta impressione che molte scelte di regia siano state lungamente ponderate: l’uso di uno stile meno virtuosistico che in passato, luci e colori del tutto privi di toni forti, la mancanza assoluta di sangue, una direzione degli attori da fiction. Come se Argento avesse accettato di calarsi in un mondo del tutto nuovo per poi disfarlo dall’interno.

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