DANIELA STUTO NON HA AVVELENATO L’AMICA

DANIELA STUTO

Francesca Moretti è una pesarese di 29 anni, vive a Roma dopo essersi laureata in Sociologia a Urbino. Abita in un appartamento nel quartiere San Lorenzo insieme a Daniela Stuto, una 26enne siciliana che studia Psicologia, e Mirela Nistor, cameriera romena.

Da due anni Francesca lavora nel campo nomadi del Casilino, accompagnando i bambini a scuola e cercando di seguirli nei limiti del possibile. In quel campo ha conosciuto il carismatico Graziano Halilovic. L’uomo è sposato con Fatima e ha cinque figli, ma tra lui e la giovane sociologa si accende una passione travolgente.

Quando scopre la tresca, Fatima affronta più volte Francesca. La minaccia apertamente e la prende a schiaffi, senza però riuscire ad allontanarla dal marito. Più delle botte della moglie tradita, Francesca teme di rimanere vittima del suo malocchio e per questo, ogni tanto, fa un particolare “rituale magico” per liberarsene. E litiga con Graziano, perché l’uomo continua a rimandare la fuga d’amore che le ha promesso. Lui cerca di spiegarle che non è semplice lasciare di punto in bianco una donna e cinque bambini.

Il 29 febbraio 2000, Francesca non si sente per niente bene. Sono quattro giorni che soffre di una forte lombosciatalgia, per la quale continua prendere diversi farmaci che non migliorano la situazione. Alle 15, la compagna di stanza Daniela Stuto le prepara una minestra di pastina e formaggio, poi esce a fare la spesa. Due ore dopo, Francesca comincia a stare molto male, e stavolta non è per la sciatalgia.
Non sente più le gambe, che si sono gonfiate insieme all’addome. Le braccia si riempiono di macchie, le mani e i piedi diventano viola e gelano.

Mirela, la ragazza romena, dopo aver chiesto consiglio telefonico al proprio fidanzato, un ispettore di polizia, chiama l’ambulanza. Francesca, ormai parlando a fatica, scongiura l’amica Daniela, appena tornata dalla spesa, di accompagnarla nell’ambulanza che sta per portarla all’ospedale San Giovanni. Dove la giovane morirà poco dopo, alle 19.35.

All’inizio si pensa a uno shock anafilattico, dovuto all’abuso degli antinfiammatori e degli antidolorifici presi dalla ragazza per curare la lombosciatalgia. Secondo Daniela, invece, l’amica si sarebbe suicidata. Lo dice già lì, dove è stata ricoverata. Un’affermazione che lascia perplessi, perché nessun altro conoscente aveva mai notato propositi suicidi nella ragazza. Anzi, si presentava come una giovane molto dinamica e vitale.

Alla fine, l’autopsia stabilisce che Francesca Moretti è morta per avvelenamento, causato da una dose massiccia di cianuro, per la precisione 300 milligrammi. All’ospedale non l’avevano capito subito perché mancava l’attrezzatura per individuare i veleni. Gli investigatori scoprono con sconcerto che il diario della vittima è stato fatto sparire dalla madre, Maria Assunta. La quale dice di averlo distrutto (o nascosto) per tutelare la privacy della figlia.

Il diario doveva contenere qualche segreto veramente scabroso, o ritenuto tale, se lei e il marito Rinaldo hanno deciso di eliminare un elemento di fondamentale importanza per le indagini. Se lo avesse fatto qualcuno estraneo alla famiglia sarebbe stato denunciato per distruzione di prove.

Una delle prime piste che vengono battute è quella dei rom. Gli zingari del Casilino sono noti come artigiani del rame e per lucidare questo metallo è necessario il cianuro. Alcuni giorni prima di morire, Francesca aveva detto alle amiche di avere intravisto un’ombra furtiva attraversare il corridoio che porta in cucina.

Ancora prima, ignoti avevano rubato la borsa di Mirela: qualcuno, quindi, avrebbe potuto disporre delle chiavi dell’appartamento, dato che la serratura non era stata cambiata. Un qualcuno che sarebbe potuto entrare per piazzare il veleno. Per la polizia è un’ipotesi romanzesca, e comunque viene escluso che la gelosa Fatima, perché naturalmente è lei la zingara sospettata, abbia mai messo piede nell’appartamento

Le attenzioni degli investigatori, in realtà, sono puntate su Daniela Stuto. Quest’ultima, durante gli interrogatori, era caduta in contraddizione e all’inizio aveva sostenuto che l’amica si era suicidata. Chi non dice la verità e depista le indagini, in genere, è il colpevole.

Dal suo telefono, messo sotto controllo, non emergono grandi rivelazioni. Ma in una conversazione del 14 luglio, Daniela chiede alla cugina Giusi di non dire niente alla zia dell’avvelenamento della sua compagna di appartamento, perché altrimenti «chidda me fa arrestari» (quella lì mi fa arrestare).

A quasi un anno dalla morte di Francesca, l’8 gennaio 2001 Daniela Stuto viene arrestata con l’accusa di aver messo una dose di cianuro nella minestra cucinata per lei. Minestra che Daniela aveva detto agli inquirenti di aver preparato prima di quando era avvenuto veramente, forse per confondere le acque.

L’omicidio sarebbe dovuto alla “particolare e fragile condizione psicologica” di Daniela Stuto. Infatti, l’8 febbraio 2000, due settimane prima della morte dell’amica, Daniela si era presentata in un centro comunale di igiene mentale. Allo psicologo aveva spiegato i suoi problemi senza riuscire a smettere di piangere. Per il medico, la giovane era in uno stato “depressivo nevrotico” e aveva bisogno di cure.

Uno dei possibili moventi dell’omicidio viene individuato nell’invidia che nutriva nei confronti di Francesca, la quale era in buoni rapporti con i genitori e si era laureata, mentre lei non aveva più una famiglia e non riusciva a dare gli esami che le mancavano. Un altro movente potrebbe essere la gelosia, essendo le due ragazze, sempre secondo le ipotesi investigative, bisessuali. Si pensa che fosse appena finita una relazione sentimentale tra loro.

Di più, Francesca aveva appena fatto le valige per andarsene a vivere con l’amante rom, che alla fine si era deciso a lasciare la moglie e aveva accettato di fondare con lei una cooperativa di servizi. Senza la lombosciatalgia a trattenerla, se ne sarebbe andata giorni prima.

Da piccola, Daniela Stuto aveva subito un trauma perché il padre aveva lasciato la madre, e ora, probabilmente, pensava di essere tradita anche dall’amica del cuore. Era pure sconvolta per la sorte dei cinque figli che Graziano stava abbandonando per mettersi con Francesca, e al rom glielo aveva detto chiaramente per telefono.

Se il diario di Francesca è stato fatto sparire dalla madre, che sostiene di averlo bruciato dopo averlo letto, rimangono diverse lettere di Daniela indirizzate a un’altra ragazza, nelle quali le scrive frasi come “fai parte di me”, “ti sento dentro” e “siamo intrecciate”. E al telefono diceva parole ancora più esplicite alle amiche: «Ti farò le coccole», «la prossima volta depilati» e «sono a letto con Angela, stiamo facendo zin zin».

Infine, in una foto, si vede Daniela vestita da sposa accanto a una ragazza che fa la parte del marito. L’imputata però risponde che le donne non le piacciono affatto, che quelli erano solo scherzi. E stava scherzando anche quando aveva detto di temere l’arresto a causa della zia: siccome l’anziana parente è una nota pettegola, non voleva che andasse in giro a raccontare la vicenda arricchendola di particolari inventati.

Malgrado gli indizi non siano poi così stringenti, il giudice decide di mettere Daniela Stuto agli arresti domiciliari. Arresti che la giovane decide di fare in casa dei nonni a Lentini, in provincia di Catania, in attesa del processo che si terrà a Roma nel 2002.

Quando inizia il dibattimento, il pubblico ministero Lina Cusano esclude subito che si sia potuto trattare di suicidio, perché se Francesca avesse ingerito il cianuro da solo, nello stomaco si sarebbero notate delle ustioni. Deve averlo preso diluito in un altro alimento, e quel pomeriggio aveva consumato solo la minestra preparatale dall’amica. Il veleno, quindi, per forza di cose doveva essere lì.

Poi viene chiamato a testimoniare Litterio D’Arrigo, 70 anni, zio di Daniela. Nella sua abitazione in mezzo agli aranceti era stato sequestrato dalla polizia un grosso fusto con la scritta cianuro, esibito al processo come un reperto importante.

Con le lacrime agli occhi, lo zio spiega che quel fusto l’aveva trovato vuoto e lo usava per metterci le confezioni di pomodoro che prepara lui, le quali sono molto buone e per niente avvelenate. Per dimostrarlo, propone al giudice di mangiarne una. Il quale rifiuta, credendogli sulla parola.
Depone poi un responsabile dell’ente per lo sviluppo di Lentini, il quale dichiara che i contadini della zona da una decina di anni non usano più il cianuro nei lavori agricoli.

Dopo aver messo il veleno nella minestra, riprende la sua ricostruzione il pubblico ministero Lina Cusano, Daniela era uscita di casa con la scusa di fare la spesa per disfarsi della confezione che lo conteneva.

Pallida come un cencio, Daniela Stuto, che nel frattempo è riuscita a laurearsi in psicologia, risponde alle accuse: «Io non ho messo il cianuro nella minestra. Non l’ho messo da nessuna parte. È terribile per me trovarmi in questa situazione, vedere che la famiglia di Francesca, dopo tante espressioni di solidarietà, si è costituita parte civile. Io ho fatto dieci mesi di arresti domiciliari, non è stata una passeggiata, i carabinieri mi svegliavano in piena notte per controllare che non fossi evasa. Non è stato facile».

L’avvocato della famiglia Moretti chiede che l’imputata venga sottoposta a una perizia psichiatrica, ma il suo difensore si oppone, e la corte si dice d’accordo con quest’ultimo. Nella sua arringa finale, il pubblico ministero chiede 25 anni di reclusione per l’imputata, anche se rinuncia a indicare un movente preciso per l’omicidio perché le azioni di alcune persone, in certi momenti, sembrano sfuggire a ogni logica.

In mancanza di prove certe e inoppugnabili, il verdetto finale della corte non può che essere di assoluzione. «Questa è la verità!», grida Daniela abbracciando il suo nuovo fidanzato Fabrizio. «Nessuno poteva condannare una persona in base a quegli elementi e tornare a casa tranquillo», si lascerà sfuggire un membro della corte.

Saranno in molti a criticare i magistrati che, pur non avendo in mano niente di concreto, hanno voluto lo stesso celebrare il processo. Ciononostante, il pubblico ministero insiste con le sue accuse e chiede il processo d’appello. Arriva fino in cassazione, senza mai riuscire a far condannare l’imputata. Per il periodo passato agli arresti domiciliari, Daniela riceverà un indennizzo di 52 mila euro dallo Stato, un decimo di quanto aveva richiesto.

Dopo i processi, Daniela Stuto inizia a lavorare come psicoterapeuta a Roma e sposa il fidanzato Fabrizio. Nel 2011 è diventata mamma per la prima volta.


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1 commento

  1. Suicidio. In alternativa, Fatima.

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