COSMINE, EROINA DI UN FUTURO GIÀ FINITO

COSMINE, EROINA DI UN FUTURO GIÀ FINITO

In questi tempi postmoderni, e probabilmente anche in un futuro prossimo con i dovuti aggiornamenti, i giovani e i bambini frequentano un’idea di fantascienza ultrameccanizzata, strafinanziata, industrialmente mirata ed elaborata, che riempie tutti i tipi di divertimento elettronico su schermi di varia grandezza e mobilità. Una fantascienza che non concede tregua, dal ritmo sempre più iperbolico. Ritmo frenetico a cui il fumetto, e qualche sempre più raro fenomeno di narrativa, riescono ancora a sfuggire perché in essi la parola e il segno, il senso di un’idea, conservano un relativo spazio.

C’è chi, con tutto questo, ci si diverte. E c’è chi, come chi scrive, se ne sente estraneo seppure abbia frequentato il genere fin da quando, bambino, i romanzi di Urania e le antologie portavano, nel divertimento e nell’avventura spaziale, una nuova frontiera, un nuovo spazio di conquista per la fantasia e la speranza in un’epoca migliore e di pace. Una visione che la tv ha sviluppato nella serie di Star Trek, fino a The Next Generation, nel contesto di una vocazione intellettuale oggi completamente cambiata.

Non so, a distanza di più di quarant’anni dal primo episodio di Guerre Stellari, quanto un adolescente possa comprendere positivamente una storia come quella dei dieci albi di Cosmine usciti dal 1973 al 1974, che pure, ai suoi tempi, costituirono una piccola novità.
Una novità sfortunata, vedremo perché, ma che ha lasciato il suo debole eppur dignitoso segno di valore nella storia del fumetto italiano.

Per capire Cosmine bisogna intanto rifarsi al suo creatore Silverio Pisu (1937-2004), il quale, all’epoca in cui tentò quest’impresa fumettistica, aveva poco di più di trent’anni, ma alle spalle una carriera ben diversa dal fumettista sempre in cerca di nuove avventure da proporre al foltissimo pubblico dei lettori di allora.

Era il figlio di Mario Pisu, grande (anche nel fisico alto e possente) interprete del teatro italiano, voce inconfondibile da cui derivò anche una notevole attività di doppiatore, ben conosciuto agli amanti della prosa televisiva nel primo ventennio d’oro della Rai. E nipote di Raffale Pisu, un comico molto presente nella tv degli anni sessanta e settanta.

Inizialmente avviato a proseguire la carriera paterna, Silverio Pisu se ne staccò quasi subito fuggendo nella fervida atmosfera della Milano degli anni sessanta quando, appena ventenne e con già alle spalle un notevole repertorio sul palcoscenico e in alcuni film, arrivò al mitico Derby per iniziare la carriera di cantautore vicino ai protagonisti più moderni del tempo: Giorgio Gaber e Enzo Jannacci, Bruno Lauzi e Umberto Bindi, Gino Paoli e Luigi Tenco, fino a un giovanissimo Fabrizio De André; e poi Mina, Ornella Vanoni, Caterina Valente.

Nel 1964, Silverio Pisu incise un album di sua ideazione con cui intendeva iniziare anche la carriera di discografico, curando i successi dei suoi colleghi conosciuti e ancora sconosciuti (iniziativa che non ebbe grande successo): Ballate di ieri e Ballate di Oggi, edito dalla Columbia discografica.

In questo stesso anno compare nella trasmissione condotta da Gaber che è poi divenuta un cult del web e la dimostrazione di quanto la tv di allora fosse assai più avanzata di quanto si diceva al tempo.
Nello studio si ritrovano Giorgio Gaber, Enzo Jannacci, un Lino Toffolo ancora in cerca di se stesso, il cantautore folk Otello Profazio, e lui, Silverio Pisu, che cantano, alternandosi, l’inno anarchico Addio Lugano bella.

 

Sempre nel 1964, Silverio si esibisce protagonista di uno spettacolo di testi e musica, Canti per Noi, rappresentato allo stabile di Bologna dal 1963 (il long play esce l’anno dopo), componendo le musiche con Boris Vian e Sergio Liberovici su testi di Vian stesso, Raffaele Carrieri, Gigi Fossati e persino alcuni versi estorti ad Aldo Palazzeschi.
Il suo prestigio nel campo sembra segnato.

Nel 1965 esce Silverio Pisu canta i Poeti d’Oggi, con cantanti come Milva, Luigi Tenco, oltre a grandi voci come Arnoldo Foà, Vittorio Gassman, e persino un Francisco Rabal che si esibiva in italiano in chiave antifranchista. Accordatosi al gusto del tempo, si lancia nell’adattamento di poeti come Alfonso Gatto, Eugenio Montale, ancora Aldo Palazzeschi, Sandro Penna, Salvatore Quasimodo, Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti e Diego Valeri.

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Poiché il riscontro è buono, nel 1966 esce Silverio Pisu canta Poeti a Cervia, nel tentativo di sfruttare il successo del Premio Cervia per la poesia. Però i nomi non sono noti al di là del loro valore e il vinile riceve scarso richiamo.

Le sue esibizioni del periodo nascono anche dalla collaborazione con l’allora poco più che ventenne Margot che, con lui, diviene una cantante folk che poi si assocerà al gruppo delle Fantacronache (Amodei, Liberovici, Straniero) imprimendo sempre più una componente di polemica sociale ai testi e di innovazione alle note.

Margot (nome d’arte di Margherita Galante Garrone, figlia del giurista e politico Carlo) ebbe un periodo di successo esibendosi con Pisu in versioni italiane di Boris Vian, ma, dopo un’esperienza musicale in cui primeggiano i nomi di Calvino, Fortini e Zanzotto, oltre a Brassens, Brel e Aznavour, si consacrò a un’esistenza in cui la passione per la canzone si mescolò a esperienze artistiche diverse e interessanti fino alla morte, avvenuta a Genova nel 2017.

Separatosi da Margot (che continuerà con I Fantacronache), il cui influsso su di lui è evidente, Silverio Pisu diviene un’anima in pena.
Non si tratta soltanto di situazioni sentimentali e familiari, ma anche di problemi creativi.
In lui, già nel 1968, si evidenzia la constatazione che la sua partecipazione al mondo della canzone sia sfuggita al successo di tanti suoi colleghi ora sulla cresta dell’onda.

Dal 1967, Silverio Pisu collabora al periodico erotico Poker d’Assi.
Scrive i testi della collana Le Fiabe Sonore che i Fratelli Fabbri lanciano nel 1965, che hanno in lui il primo costante protagonista sebbene vi partecipino anche Ugo Bologna, Elio Pandolfi, Isa Di Marzio e Pupo De Luca; quest’ultimo noto come Fritz Brenner nelle avventure tv col Nero Wolfe di Tino Buazzelli, ma anche cantante, pianista e fine dicitore.

È comunque una sconfitta per Silverio Pisu non gestire l’aspetto musicale di questa collana che riscontrerà un enorme successo in ben 150 dischi a 45 giri, fino a essere replicata in long playing e poi in audiocassette e dvd ancora dal 2015.
Per quanto egli resti uno dei principali adattatori e raccontatori di favole note e meno note, il suo posto, nel tempo, viene occupato da attori più celebri come Paolo Poli, il quale, negli anni settanta, era un divo della Tv dei Ragazzi mentre costruiva il suo futuro successo teatrale dedicato a un altro pubblico.

Comunque, è grazie alle Fiabe Sonore che Silverio conosce gli illustratori, già o poi rinomati pittori per loro conto, autori delle copertine (alla Fabbri sapevano bene che una immagine indovinata poteva segnare il successo), tra i quali Piero Cattaneo, Ugo Fontana, Antonio Lupatelli, Libico Maraja e Romano Rizzato, nascosti dietro coloriti pseudonimi.
A questa fraternizzazione nelle trattorie dei Navigli di Milano, ancora frequentate da artisti e musicanti, dobbiamo forse la sua comprensione della forza del fumetto.

Dal 1967 inizia un’altra carriera, quella di autore di fantascienza, genere per cui rivelava uno spiccato interesse.
Ma la pubblicazione dei suoi racconti, non accolti su Urania, ma da edizioni minori se non occasionali, lo precipita di nuovo nello sconforto dell’insuccesso.
Continua a fare l’autore di testi e di musica (una sua canzoncina finisce a Lo Zecchino d’Oro del 1970), ma con l’atteggiamento di chi sente in se stesso il dramma di una vocazione umiliata più per sfortuna e mancate occasioni che per assenza di talento.

Nel 1971 bussa al celebre studio romano di Alberto Giolitti, da cui escono fumetti per gli editori di tutto il mondo, dove incontra Milo Manara.
Prima di queste esperienze ne fa altre, meno note, tra cui spicca la proposta di Cosmine inizialmente destinata a Linus, ma che, dopo lunghe peregrinazioni, giunge all’Ediperiodici di Giorgio Cavedon.

Attraverso lo studio Giolitti, Cosmine viene accolta con un certo interesso dall’editore che conta tra i suoi successi solo tascabili di fumetti erotici o, se vogliamo, pornografici, per quanto ravvivati a volte da autori e disegnatori di vaglia: da Isabella a Messalina, da Bonnie a Walalla, da Jacula a Lucrezia, editi dagli anni sessanta; e da Jolanda a Lucifera, da Hessa a Maghella, nei settanta.

COSMINE, EROINA DI UN FUTURO GIÀ FINITO
Per una produzione fumettistica destinata primariamente a un lettore di basso livello interessato solo alle parti erotiche, pur con copertine spesso affidate a veri e propri artisti dell’illustrazione, quale poteva essere la collocazione di una vicenda in cui la preponderante componente sessuale è data soprattutto dall’appartenenza a una casa editrice specializzata nel settore?

Naturalmente, se le vendite di Cosmine saranno basse, la chiusura sarà inevitabile.
Pisu spera nel meglio, ovviamente, ma ha abbastanza esperienza per capire che non necessariamente i lettori di Oltretomba e Lucifera abboccheranno all’amo.
Ma è pur vero che l’editore, fiutando l’originalità del fumetto proposto, si impegna per la sua prima (e tra le poche) esperienze non in bianco e nero.

Cosmine diventa così una delle poche serie erotiche tascabili a colori (la prima fu pure la fantascientifica Gesebel di Max Bunker e Magnus).
I disegnatori impegnati dallo studio Giolitti sono Annibale Casabianca e Giorgio Cambiotti.
Casabianca, che veniva da innumerevoli esperienze e aveva collaborato all’edizione nostrana di Mandrake e L’Uomo Mascherato nei primi anni settanta, percepisce la novità di Cosmine, tanto che si può considerare il padre grafico dell’eroina di Silverio Pisu e, pur delegando alcuni aspetti a Cambiotti, ne mantiene il controllo, vedremo come.

Solo l’ultimo albo, quando ormai il destino di Cosmine è segnato, è affidato completamente a Milo Manara, un disegnatore il cui talento è già apprezzato nel settore dei tascabili per Genius e Jolanda.

COSMINE, EROINA DI UN FUTURO GIÀ FINITO

Copertina di Giuseppe Dangelico

COSMINE, EROINA DI UN FUTURO GIÀ FINITO

Cosmine è un robot dalle forme femminili tanto sinuose quanto appetitose, che, costruita dallo scienziato Jesus, è, con lui, in viaggio di ritorno dal pianeta Venere.

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I due ignorano che la Terra ha subito una devastante guerra atomica, che ha trascinato la popolazione residua alla barbarie.

Cosmine e Jesus approdano quindi su una Terra da “dopobomba”, in cui prevalgono incontri con entità oscure. Tra le quali, di puntata in puntata, prevale l’elemento sessuale vissuto spesso come forma inconscia di delirio e punizione, in cui la protagonista si spoglia abbondantemente ed è sottoposta alle situazioni erotiche più variabili.

Un po’ d’ironia non guasterebbe, ma è difficile leggerla tra le righe.
Solo alla fine i due viaggiatori troveranno un angolo di terra da dove ricominciare l’età degli esseri umani.

L’unica nota tecnica che si può fare al canovaccio episodico degli albi è come Cosmine perda la sua natura robotica per acquistarne una da tipica “cittadina dello spazio”, più da eroina della fantascienza, per quanto nostrana, che da essere umano dichiaratamente femmineo.

Forse le intenzioni di Silverio Pisu erano diverse all’inizio, ma sta di fatto che, rileggendo i volumetti, non si può non osservare quanto segue.
Cosmine assume quasi subito le dimensioni erotiche di un’epigona di Barbarella, il fumetto francese di Jean-Claude Forest che dal 1962 godeva di successo internazionale. Nel 1968, con un’inedita (allora) Jane Fonda, Barbarella era stato trasformato in un film di richiamo planetario prodotto da Dino De Laurentiis e diretto da Roger Vadim.
Molti riferimenti a giochi e “punizioni” sessuali sembrano ispirati all’eroina del sesso astrale.

L’ambientazione è, spesso, anch’essa rilevata da un altro film di richiamo: Il pianeta delle scimmie, con Charlton Heston, tratto da un romanzo di Pierre Boulle del 1963 (pubblicato in Italia nel 1965 con il titolo Viaggio a Soror, dell’editore Massimo, poi rilevato da Mondadori con il titolo del film dal 1970).
Altre caratteristiche, anche suggestive e incantanti, sono chiaramente ispirate a Casabianca da Flash Gordon di Alex Raymond.

Infine, la fisicità di Cosmine è chiaramente ispirata (fisico sempre più etereo, capelli biondi corti) al successo del teleromanzo di Fred Hoyle e John Elliott A come Andromeda, che la Rai aveva trasmesso, con sceneggiatura rivista da Inisero Cremaschi, dal 4 gennaio al 1 febbraio 1972 con un indice d’ascolto di circa 17 milioni di spettatori.
Per inciso, il ruolo dell’aliena televisiva doveva essere interpretato da Patty Pravo, ma, date le richieste della cantante considerate eccessive, il regista Vittorio Cottafavi optò su Nicoletta Rizzi, corrispondente in pieno al personaggio.

Altri riferimenti li possono scoprire gli stessi lettori che riescano ancora a trovare la collana completa di Cosmine nelle vendite dell’usato: astronavi perdute nello spazio e zeppe di cadaveri. Gruppi di terrestri discesi alla stadio selvaggio. Sette degradate a culti violenti. Uomini alati. Scimmie umane in lotta tra gruppi.

Un colpo di intelligenza narrativa esplode quando Jesus e Cosmine giungono a Detroit, dove non esiste più l’industria dell’automobile ma a questa è dedicato un vero e proprio culto, da cui deriva una specie di tenzone con relitti spericolanti che si direbbero ispirati al film Anno 2000/La Corsa della Morte di Paul Bartel. Una originale pellicola, oggi un cult, tipica della produzione a basso costo di Roger Corman, poi ispirazione a sua volta della fantascienza “distopica” odierna, comprendente oltre che blockbuster famosi, serie tv e videogiochi. Il film uscì in Italia, e in sordina, solo nel 1975, per cui c’è da pensare che Pisu si sia ispirato a una implacabile antica corsa delle bighe senza possibilità di salvezza per i perdenti.

Il decimo albo, l’unico disegnato da Milo Manara, si svolge in un luna park dove i giochi prendono vita per perseguitare i malcapitati. Probabilmente l’idea viene da Il Mondo dei Robot (1972), scritto e diretto da Michael Crichton.

Se i primi albi furono disegnati da Casabianca con Cambiotti, riservandosi il primo le matite e il ripasso a china, nonché la costruzioni degli ambienti, nei numeri 8 e 9 la mano è quasi esclusivamente del primo.
L’incentivo erotico aumenta con il progredire dell’avventura, mentre lo sceneggiatore Remo Pizzardi rimpiazza il sempre più demotivato Silverio Pisu.

Usciti in edicola nel novembre 1973, gli albi di Cosmine terminano nell’agosto 1974. Probabilmente la causa principale dell’insuccesso è proprio la presenza del colore, sia perché i lettori dei fumetti erotici non c’erano abituati sia, soprattutto, perché rendeva necessario un prezzo di copertina decisamente più alto rispetto a quello degli altri tascabili.

Dopo aver realizzato tra il 1975 e 1976 la serie di Tom Boy per il Corriere dei Ragazzi, con i disegni di Nadir Quinto, incentrata su uno schiavo africano ribelle, e, su disegni di Milo Manara, prima la versione modernizzata dell’antico romanzo cinese Lo Scimmiotto per Alterlinus e poi Alesso – Il borghese rivoluzionario, Silverio Pisu scrive un curioso volume, Dimmi Dammi Dummi con le illustrazioni di una giovane Cinzia Ghigliano. Il sito della Fondazione Franco Fossati così lo descrive: “Una raccolta di filastrocche, di girotondi, di tiritere, di scioglilingua vecchi e nuovi; un aiuto a grandi e piccoli per intrattenere, giocare, improvvisare con l’ironia, l’umorismo e la gaiezza che riempiono queste rime”.
Le ultime incursioni di Silverio Pisu nel campo del fumetto.

Dal 1975, gradualmente, Silverio Pisu aveva ripreso il mestiere dell’attore, anzi del doppiatore, fondando, insieme a Dario Viganò, lo Studio PV.
Con il proliferare delle emittenti private che trasmettono cartoni animati, lo studio Pisu-Viganò, con sede a Milano, è il primo a rivaleggiare con gli stabilimenti specializzati romani e le cooperative che fino ad allora avevano detenuto il monopolio del doppiaggio.
Nel 2019 è stato venduto alla società multinazionale Lylo che lo ha rinominato Lylo Italy, sempre con sede a Milano.

Una curiosità. Silverio Pisu non s’era fatto sfuggire, oltre ai cartoni animati, anche i film e i telefilm. Sua è la voce di un protagonista del “tettologico” Supervixens di Russ Meyer e di Tom Willis, un protagonista bianco della storica serie familiare sugli afroamericani I Jefferson.
Ha fornito la voce anche a videogiochi, come quelli horror della Sierra Production.

Chi è stato, alla fin fine, l’autore di Cosmine?
Un cantautore che ha lasciato un segno nella combinazione tra il linguaggio sonoro della Milano del boom e il repertorio folk in un contesto antagonista e ribelle?
Un attore-doppiatore che ha lasciato un segno nella mutazione di un artigianato tipicamente italiano, come il doppiaggio, trasformandolo in un’azienda a livello di industrializzazione mondialista priva delle caratteristiche primarie del settore?
L’ideatore di un fumetto che, nonostante tutto, ha lasciato un qualche labile segno nella storia del fumetto italiano?
Al lettore una risposta.

La nostra è improntata a una certa simpatia per chi ha cercato di dare molto in tanti settori (e non è l’unico cantautore poi attore e poi autore di fumetti presente in Italia).
Silverio Pisu è stato l’inventore di Cosmine, un fumetto che, nonostante tutto, trasmettendo un’atmosfera malinconica e crepuscolare nelle sue storie, ha lasciato un segno di linguaggio maturo, umanista, improntato a fare della fantascienza a fumetti qualcosa che parlasse un linguaggio compiuto ed efficace. Un fumetto che, per questo, si fa perdonare le carenze, le ingenuità, la stralunata mistura di un’epoca in cui il futuro prometteva, alla fine, qualcosa di buono.

Questo futuro, se è quello che stiamo vivendo o che ci aspetta con sorprese ancora peggiori di quanto ci sta dando, è comunque già finito. Da un pezzo.
Il che ci permette un giudizio sereno e adeguato a Cosmine come alle tante altre esperienze fantascientifiche nel fumetto tra le quali merita un posto di cui tenere conto.

 

 

4 commenti

  1. Adoro “Cosmine”! Ne conservo ancora tutti i fascicoli, in ottime condizioni. Per certi versi ricorda un po’ il personaggio dei fumetti di Sf “Scarth”, ma a me rammentava anche talune attrici che andavano di moda all’epoca, con i capelli corti biondi (come la Annie Belle de “La fine dell’innocenza” e “Laure”; o anche Mimsy Farmer).

  2. ADDIO A MARGOT GALANTE GARRONE
    La cantautrice, per anni membro del collettivo Cantacronache, si è spenta ieri all’età di 76 anni. 24.08.2017
    Calvino la descrive così: “Possiamo dire che ha due anime: quella barricadera, che l’ha portata, dal suoi esordi col gruppo di “Cantacronache”, a riprendere la tradizione dei “canti di protesta” di tutti i tempi e di tutti i paesi; e quella intimista, attenta a tutte le sfaccettature e gli spigoli della quotidiana psicologia coniugale”. Dal matrimonio con Sergio Liberovici, membro del collettivo, è nato Andrea, cantautore e regista teatrale, e proprio il teatro è stato una delle passioni di Margot, che nel 1987 ha fondato il Gran Teatrino La Fede delle Femmine.
    da LA STAMPA
    Attiva fino agli ultimi giorni, generosa di idee, determinata a realizzarle: così è bello ricordare Margherita Galante Garrone – per tutti, Margot -, la cantante, musicista e regista teatrale scomparsa mercoledì in una clinica di Genova per le conseguenze di un’operazione al cuore.

    Nata a Torino nel 1941, figlia del magistrato Carlo e nipote dello storico Alessandro, è stata l’interprete ideale di canzoni nate da testi propri e di scrittori e poeti quali Italo Calvino, Franco Fortini, Andrea Zanzotto. Possedeva una voce nitida, diretta, esemplare nell’attenzione al rapporto tra testo, canto e musica. Un’attitudine appresa grazie alla passione per gli chansonnier francesi, in particolare George Brassens e Boris Vian, del quale interpretò Le déserteur, teso e toccante inno antimilitarista.

    Antifascista, aderisce molto giovane e diventa la voce femminile del gruppo Cantacronache, fondato nel 1957 a Torino da Fausto Amodei, Michele Straniero e Sergio Liberovici, suo futuro marito. La riscoperta di canzoni della tradizione operaia si accompagna alla creazione di testi nuovi, costituendo così un repertorio popolare che rimane un momento indimenticabile di protagonismo della canzone popolare del secondo ’900 italiano. Canzone triste, su testo di Calvino e musica di Liberovici, racconta nel 1958, con assoluta originalità per quei tempi, la difficile relazione di una coppia operaia.

    Bella, di una bellezza che sembrava volersi far scoprire nella sua sobrietà piuttosto che essere esibita, Margot si rivelò subito per un’artista che sapeva stare in palcoscenico con magnetismo. Una qualità che il passare degli anni non ha spento. «Sapeva costruire dei momenti di bellezza, pensava alla creazione di uno spettacolo come a un’unità figlia di diverse discipline: il testo, la musica, il canto, il gesto teatrale, l’immagine video»: così la ricorda il figlio Andrea Liberovici, compositore.

    Assieme alla musica, il teatro è stata l’altra grande passione di Margot, che la porta a fondare nel 1987 il Gran Teatrino La fede delle femmine, dedicato agli spettacoli per marionette, in residenza alla Fondazione Cini di Venezia, la città dove aveva scelto di vivere. I funerali avranno luogo in forma strettamente privata.

  3. Pisu era uno che le ha provate tutte. Nel suo primo disco condivideva anche 3 o 4 canzoni con De André che allora non lo conosceva nessuno. Poi è passato dalle fiabe sonore al fumetto erotico. Ha cominciato a cantare con Gaber Addio Lugano Bella e è finito a gestire il monopolio del doppiaggio a Milano. Mi piace questo articolo perché Spalla molto intelligentemente fa in modo che chi legge capisca chi era anche se l’oggetto è Cosmine che era una cosa mista, da parte l’erotismo imposto dalla matrice editoriale, dall’altra parte delle storie che non erano così male lette all’epoca e oggi si capisce che era tutto di seconda mano.
    Mi dispiace che si sia parlato poco di Margot perché era un’artista vera, bella e finissima, che ha avuto sempre poca stampa eppure era in gamba e lei di sinistra lo è stata sempre davvero.
    Ma capisco che non si poteva parlare di tutti quelli con cui ha avuto Pisu che con lei ha fatto un pò il baco da seta.

  4. Quando uscì il primo numero di Cosmine avevo 14 anni e ricordo di averne letto alcuni numeri molto probabilmente comprati nei negozietti di fumetti usati che all’epoca abbondavano nella mia città, perchè a quell’età non avrei mai potuto comprarli in edicola.
    Mi piacque perchè sono sempre stato un grandissimo appassionato di fantascienza e in particolare delle storie del “dopobomba”, ma anche la componente erotica non guastava.
    Non sapevo che il suo ideatore fosse Pisu e da quanto letto nel bellissimo articolo di Spalla mi sono fatto l’idea di una persona certamente dotata ma che ha incontrato difficoltà a raggiungere il grande successo forse anche per il peso ingombrante della fama del padre e dello zio, due grandissimi del mondo dello spettacolo.
    Una ristampa della collana ( quasi una miniserie vista la breve durata) sarebbe interessante. Ci vorrebbe un’editore come la Cosmo che proprio in questo periodo sta dedicano alcuni suoi volumetti alle eroine del fumetto per adulti italiano degli anni sessanta / settanta, anche se Cosmine sarebbe dedicata a un pubblico di ultranicchia

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