COME USARE IL FUMETTO IN MANIERA SBAGLIATA

COME USARE IL FUMETTO IN MANIERA SBAGLIATA

Tutti i generi artistici (dei quali fa parte anche il fumetto) nascono, raggiungono l’apice e poi decadono miseramente. Una decadenza che può essere lunghissima. Eterna.
Questo accade spesso perché i creatori di un genere sono perfettamente consapevoli della sua natura, mentre i continuatori cercano di piegarlo ai loro interessi.

La commedia dell’arte, ovvero il teatro delle maschere (in seguito usate per Carnevale), nasce e raggiunge l’apice nel Rinascimento grazie ad alcuni dei maggiori scrittori dell’epoca che ne scrivono le sceneggiature. Decade completamente nel Seicento, quando gli attori rifiutano i testi preferendo improvvisare per mettere in mostra il loro virtuosismo. La commedia dell’arte viene fatta risorgere da Carlo Goldoni, che scrive alcuni testi eccezionali, e poi muore.

La canzone italiana raggiunge l’apice negli anni sessanta del Novecento e viene messa in crisi nei settanta, con l’affermazione dei cantautori. I quali, seppur generalmente carenti dal punto di vista musicale, avevano almeno qualcosa da dire. Il risultato è che oggi nessun cantante accetta l’imposizione di un testo: o se lo scrive lui, anche se è una capra, oppure rielabora come gli pare uno scritto dagli altri. Il risultato è che le canzoni di oggi, prive di un testo accettabile, sono dimenticabilissime.

Non parlo di cinema perché se no mi menano. Va be’, ne parlo. Anche qui, come nei casi precedenti, la decadenza nasce dalla sottovalutazione dei testi. Già degli anni quaranta e cinquanta i registi mettono completamente all’angolo gli sceneggiatori, che prima avevano un ruolo paragonabile al loro o quasi. I registi possono cambiare come vogliono la sceneggiatura e, per contratto sindacale, allo sceneggiatore è vietato persino mettere piede nel set. Così i film da opere collettive diventano opere del solo regista. Io sarei per ridare importanza al testo, in accordo con Alfred Hitchcock.
Gli sceneggiatori continuano a mantenere un ruolo importante solo nelle serie televisive, che forse per questo sono ancora vitali.

 

Trionfi e tonfi del fumetto

Il fumetto nasce negli ultimi anni dell’Ottocento, mettendo insieme due moduli grafico-narrativi quasi mai accoppiati prima: la sequenza di una storia per vignette e l’uso dei balloon. Questi fumetti erano fortemente stilizzati e sempre comici.
La potenza espressiva del fumetto, nell’unione delle immagini con il testo, è dovuta all’estrema immediatezza di lettura. Una “semplicità” non così facile da ottenere: è molto più facile scrivere difficile.
Gli anni trenta sono il decennio cruciale del fumetto sindacato, cioè quello pubblicato dai quotidiani. L’evoluzione del fumetto stilizzato in senso realistico si interrompe con Captain Easy di Roy Crane a causa dell’improvvisa affermazione del fumetto realistico-fotografico di illustratori come Hal Foster. Anche se continuerà in Belgio, con Tintin di Hergé, e soprattutto in Giappone con i manga.
Lo stesso fumetto realistico declina di colpo alla fine del decennio, quando, credo, alcune delle più importanti agenzie di distribuzione delle strisce abbassa il budget disponibile per gli sceneggiatori, che del resto non avevano mai firmato le loro storie.
I responsabili della agenzie non hanno ben capito che se i creatori dei primi fumetti comici potevano sia scrivere sia disegnare perchè provenivano dalle riviste satiriche, gli illustratori realistici non hanno alcuna esperienza come scrittori.

 

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I comic book, cioè gli albi a fumetti americani, nascono negli anni trenta e raggiungono l’apice nei sessanta. Alla fine di questo decennio vengono azzoppati dai giovani sceneggiatori influenzati dalla Contestazione, che tentano l’impossibile fusione del mondo fantastico dei supereroi con la realtà così com’è. Inizia Denny O’Neil, con o senza Neal Adams, togliendo le “troppo” fantasiose batcaverna e kryptonite a Batman e Superman. Conclude il processo Alan Moore negli anni ottanta, senza però eliminare la dimensione fantastica. Moore è un bastian contrario, il suo modo di lavorare si chiama provocazione: se con Watchmen trasporta i supereroi nella realtà (ma solo illusoriamente), quando apprende che John Byrne sta per rendere ancora più realistico Superman ne scrive “l’ultima storia”, mettendoci dentro tutte le facezie degli anni cinquanta. Stranamente nessuno segue il Moore nostalgico, all’opera anche in altre serie, e tutti cercano di rendere realistici i supereroi. Ormai tra i fumetti di supereroi e le serie televisive non c’è differenza. Non esiste più uno specifico fumettistico, un linguaggio fumettistico. Esiste solo il bla bla televisivo applicato al mondo delle nuvolette, spesso su disegni ricalcati da foto.

In Francia e Belgio, dopo le grandi stagioni creative degli anni cinquanta e sessanta, il fumetto viene fatto saltare con la dinamite nei settanta eliminando di fatto la figura dell’editor. Direttori-sceneggiatori titanici come René Goscinny su Pilote, Yvan Delporte su Spirou e Michel Greg sul Journal de Tintin non torneranno più e ogni disegnatore fa quello che gli pare usando gli sceneggiatori come optional. Magari fanno cose graficamente bellissime, come la rivista Metal Hurlant, ma contenutisticamente vuote.

In Giappone, dopo l’apice raggiunto a fine anni ottanta e inizio novanta, prendono il sopravvento gli esperti di marketing che dicono agli autori cosa devono fare. Così abbiamo continui cloni di personaggi del passato e la conseguente sensazione, fondata, di avere già visto tutto.

In Italia l’apice l’abbiamo raggiunto negli anni settanta senza un motivo particolare. Semplicemente perché si pubblicava una enorme quantità di fumetti, seconda solo al Giappone. E tra questi fumetti c’era sia roba brutta sia roba bella. In seguito, diversamente dal Giappone, i fumetti italiani non hanno saputo presentare personaggi più seducenti di quelli offerti dalle televisioni private, dai videogiochi e da tutto quello che è venuto. Salvo il primo Dylan Dog.

 

Il fumetto di oggi

In Italia oggi abbiamo la Bonelli che, senza competenze specifiche, si butta a capofitto sul merchandising, sulla libreria, sui formati strani o a colori, sui fumetti per bimbi nerd, su quelli per adulti colti e sui progetti cinematografici. Trascurando solo i fumetti popolari nel formato classico in bianco e nero, con i quali aveva raggiunto il successo.
Oltre alla politica editoriale in stile Panini, fatta di molteplici testate a bassa tiratura dai formati non canonici, l’altro segno distintivo della Bonelli di oggi è la libertà data agli sceneggiatori di scrivere storie “d’autore” e quindi poco apprezzate dal pubblico generico. Quello che manco sa dell’esistenza degli sceneggiatori stessi.

Da anni anche Topolino ha consapevolmente preferito puntare sugli attempati lettori esperti di fumetti, mentre un tempo Guido Martina riusciva a scrivere per i bambini piacendo anche agli adulti. Sarebbe bello se il polemico Toni Servillo avesse ragione, invece i fumetti non sono più per bambini.
Adesso Topolino sembra tornare nei propri passi, ma di Martina a disposizione ne ha ben pochi, e comunque ormai è troppo tardi.

Poi ci sono tanti autori indipendenti per mancanza di editori intermedi, i quali seguono autonomamente vari filoni. Spesso non propriamente fumettistici. Ci sono, per esempio, quelli che in realtà vorrebbero lavorare per il cinema e scrivono storie pensando già a come verrebbero sul grande schermo. Si vede benissimo che considerano pure i costi di produzione, dato che non inseriscono nei fumetti situazioni troppo difficili da realizzare con le poche lire investite mediamente dall’industria cinematografica italiana!

 

Il fumetto “politico”

Tra le varie tendenze ce n’è una particolarmente di moda, anche se conta pochi autori di successo, non indirizzata agli appassionati di fumetto ma al lettore politicizzato. Moda diffusa nel fumetto indipendente e sempre di più in quello mainstream. Questi fumetti presentano storie manichee che coinvolgono un lettore già interessato a determinate tematiche politico-sociali, per farlo sentire dalla parte dei buoni e fargli disprezzare i cattivi. L’umanità con la sua complessità non esiste più, ci sono solo angeli e demoni in base alle idee politiche.
Su tale tendenza mi voglio soffermare perché in questo caso non solo ci si allontana dalla natura del fumetto, ma proprio dal concetto stesso di arte nel quale il fumetto dovrebbe essere incluso.

Come mai gli autori che si muovevano negli ambienti dell’estrema sinistra anarcoide del ’77, come Andrea Pazienza, facevano arte e quelli dell’estrema sinistra anarcoide di oggi fanno retorica?

 

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Non parlo di retorica in senso negativo. Intendo dire che alcuni autori odierni vogliono convertire il pubblico alle loro idee attraverso i fumetti. Non fanno quindi un discorso artistico, come dicevo fanno un discorso politico attraverso l’uso di una retorica a fumetti.
Questo significa che devi apprezzarli per le loro idee politiche, non necessariamente per le qualità artistiche.

Negli anni settanta le vignette satiriche erano ben distinte dai fumetti, anche quando gli stessi autori lavoravano per entrambi i generi. Del resto quello che in una singola vignetta è fulminante, in un fumetto diventa una noiosa tirata didattica.
Altan negli anni settanta faceva vignette con l’operaio comunista Cipputi o con il politico Andreotti, ma quando realizzava fumetti, come Ada o Colombo, si distanziava un poco dalla realtà contingente, pur non sfuggendola. Questo perché la satira delle vignette sarebbe diventata assai moscia se trasportata così com’era nel fumetto, che è un medium con regole diverse.

Negli anni settanta nell’estrema sinistra c’era l’ossessione del colpo di Stato che sembrava imminente e c’era l’ossessione dei fascisti, che ammazzavano veramente. Avevano minacciato anche me e (dicono) ucciso un mio amico, come scrivo nell’articolo Fausto e Iaio: spirale di sangue. Però nessun fumetto dell’epoca parla di cattivi fascisti o di cattivi golpisti. Su questi temi gli autori di sinistra potevano fare alcune vignette satiriche, mai fumetti. Non facevano fumetti su questi argomenti per non cadere nel manicheismo, inficiando alla base il valore artistico della loro opera.
Oggi il tema ricorrente dell’estrema sinistra sono i migranti, e c’è un cospicuo numero di fumetti su questo argomento. Tema trattato quasi sempre allo stesso modo, senza fantasia e senza metafore. Una noia mortale. (Ricordo che nei primi anni novanta avevo pubblicato di malavoglia alcune storie in proposito, scritte da Giuseppe De Nardo e da Luca Enoch, sull’Intrepido che curavo. All’epoca non lo faceva quasi nessuno. Potevano bastare quelle storie).

In generale un artista dovrebbe stare lontano dai temi che in qualche modo lo obblighino a essere retorico.
Vediamo con un doppio esempio gli effetti dannosi della retorica.

Pablo Picasso durante la Guerra civile spagnola ha dipinto uno dei suoi capolavori: Guernica. Il quadro tratta il bombardamento della cittadina di Guernica operato dai tedeschi. Alcuni critici, però, affermano che l’opera era già pronta prima del bombardamento, come omaggio a un famoso torero appena morto. Se Picasso ha dipinto il quadro pensando al bombardamento nazista è riuscito mirabilmente a non cadere nella retorica. Un dubbio però mi assale guardando un secondo quadro di Picasso, questo per niente famoso (giustamente).

 

 

Il secondo quadro, dipinto da Picasso durante la Guerra di Corea, si intitola didascalicamente Massacro in Corea. Sulla tela, chiaramente ispirata a Goya, vediamo alcuni robotici guerrieri americani che fucilano… donne e bambini! Picasso stava dalla parte dei comunisti coreani che attaccavano da nord, sostenuti attivamente da Stalin e Mao.
Come a distanza di tempo capiamo facilmente, invece di scegliere un tema politico contingente che lo avrebbe costretto a usare un linguaggio retorico, sarebbe stato meglio per Picasso “limitarsi” a fare l’artista.

 

 

Con questi esempi credo di non avere convinto nessuno. I pochi lettori rimasti sono talmente condizionati dai fumetti di oggi, ritenuti gli unici possibili e necessari, che un altro tipo di fumetto non è considerato possibile e neppure auspicabile.

 

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Quando il fumetto viene ridotto a retorica non lo si legge più per la qualità delle storie, ma per adesione politica

 

 

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15 commenti

  1. Guido Martina riusciva a scrivere per i bambini piacendo anche agli adulti

    Ma che dite? Ci sono un sacco di storie di Martina incomprensibili per i bambini sopratutto nel periodo 70/80(zio paperone e la campagna elettorale, zio paperone e il benemerito del lavoro, zio paperone e l’elogio della miseria ecc)

    • dalla seconda metà degli anni settanta qualcosa è cambiato in Martina

      • In meglio o in peggio? Per me è il suo periodo migliore con il ciclo di Paperinik

        • Paperinik è dei primi anni settanta, in seguito Martina inizia a tirare via.

    • Io sono stato forgiato da Guido Martina e Rodolfo Cimino!
      Devo a loro tutto quello che so e che sono.
      E -credo- anche molti altri della mia generazione.

  2. Grande Sauro!!Sbattiglielo in faccia al Di Nocera questo articolo!!

  3. Ciao Sauro, come al solito hai centrato il punto: la retorica ammazza l’arte.
    Stavo pensando ai fumetti degli anni ’70 e se effettivamente hanno sempre evitato la retorica.
    Di Pazienza ricordo un bel raccontino sui Quaderni del male che aveva come sfondo la strage di Bologna, era talmente di sfondo in una storia del solito tossico che cerca “fumo” da non risultare per niente retorica ed essere particolarmente deflagrante nella narrazione. Al contrario in Paz e Pert, la lunga invettiva sui politici italiani risulta un filo retorica e pretestuosa (Craxi ha le mani sudate e vuole dimagrire) e forse la figura di Pertini innocente come un bambino è un filo idealizzata. Un altro sceneggiatore bravissimo ma che spesso s’incarta con la retorica è Berardi che dopo le prime bellissime storie inizia a fare diventare Ken un insopportabile personaggio didattico che c’insegna che: bisogna rispettare le prostitute, bisogna rispettare le persone di colore, bisogna rispettare le prostitute di colore, bisogna rispettare gli anziani, bisogna rispettare gli omosessuali, bisogna rispettare i bambini, bisogna rispettare i bambini down, bisogna rispettare gli animali … sono tutte cose giuste ma snocciolate una dietro l’altra da un solo personaggio lo rendono insopportabile. In una delle ultime storie faceva un pistolotto ai cacciatori di castori sul rispetto dei castori e quando lo legano e lo lasciano in balia degli indiani cattivi pensi “hanno fatto bene !”. Poi pensavo a Sclavi di Dylan dog che faceva delle storie bellissime e visionarie e delle storie piattissime e retoriche con i villain con le facce di Berlusconi e Bossi, la peggiore di tutte “Doktor terror”di cui si può condividere il messaggio (essere nazisti non e bello) ma che rimane una brutta storia.
    Queste sono le storie prese a modello per l’attuale Dylan dog dove il nostro eroe combatte contro il popolo della famiglia, i gruppi Pro-life, i No-vax e gli invasati con la faccia di Salvini ma è un male di questi anni dove un Salvini c’è lo ficcano anche nel Martin Eden con Marinelli ma il problema non è criticare Salvini (cosa buona giusta) il problema è la retorica piatta di questi tempi buona solo per le invettive ma non per fare arte.

  4. I had a dream. No kiddin. Ho sostituito i miei sei caffè dopo cena con una tazza di formato barile di carcadè e dormo e sogno cose come un fumetto in b/n disegnato in stile Felix The Cat con no didas , poche palabras per balloon e no balloon di pensiero che racconti di Karcadeu, un picaro che precipita dal solito nesso dimensionale in un posto che sembra Darkwood in una silly simphony e lì si fa passare per lo avatar delle divinità della pennica pomeridiana come rimedio al logorìo della vita moderna. Spillatini tipo Arthur King.
    Ciao ciao

  5. D’impulso trovo la visione di Sauro convincente e condivisibile. Però mi chiedo anche: il fumetto è un genere artistico? Oppure è semplicemente un mezzo di comunicazione?
    Se il fumetto è un mezzo di comunicazione, allora ci sarà fumetto artistico e fumetto non artistico. In quest’ultimo rientra sicuramente il fumetto di propaganda.
    Non mi sento di dire che sia in assoluto sbagliato fare propaganda per mezzo di fumetto. Però sicuramente è truffaldino far passare come fumetto artistico un fumetto di mera propaganda.

    • Io non dico che non sia fumetto.

      Dico che è una forma decadente di fumetto.

  6. Completamente d’accordo. Articolo ben fatto e istruttivo.

  7. La propaganda e per i mediocri. Vedi zerocalcare: non sa disegnare, non sa sceneggiare, se gli togli la propaganda e non rimane niente. Stessa cosa per Roberto Recchioni.

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