LE COLONIE MARINE D’EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

Relitti di un passato scomodo che sembra chiedere soltanto di essere dimenticato, si ergono lungo tutta la riviera romagnola, oggi miseri scheletri abbandonati alla rovina e tuttavia ancora sorprendentemente carichi dell’orgoglio del tempo che fu, sono le colonie marine del periodo fascista.

Significativi esempi di una architettura razionalista e modernista che ha saputo farsi rappresentazione estetica di un’idea di futuro annidato tra le pieghe di un welfare oggi sovente sottovalutato.

 

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Per migliaia di anni le località di mare furono frequentate perlopiù da pescatori. La gente comune cominciò ad arrivare subito dopo l’invenzione della talassoterapia da parte del medico inglese Richard Russel, attorno alla meta del 1700. Questi sosteneva, senza nessuna base scientifica, l’effetto terapeutico del clima marino, dell’acqua, dell’aria e della sabbia nella cura di svariate malattie, su tutte la tubercolosi. E siccome era dotato anche di notevoli doti imprenditoriali si fece socio del Duca di Cumberland, che mise i soldi, nella costruzione, sulla spiaggia di Brighton, del primo stabilimento curativo balneare della storia: il Royal Albion Hotel.

 

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L’idea ebbe successo, prese piede e presto diventò una moda, nacquero cosi i primi centri curativi marini, dapprima sulle acque fredde del Nordeuropa, in Inghilterra, Belgio e Francia, e successivamente anche nell’Europa mediterranea, qui in Italia.
Nel 1828 a Viareggio, grazie agli interventi di un medico lucchese che aveva entrature presso politici, sindaci e banchieri, vengono fondati due stabilimenti balneari per la pratica della talassoterapia: il bagno Nereo per gli uomini e il bagno Dori per le signore, in ossequio alla morale del tempo che proibiva il bagno promiscuo. Di li a poco, la moda si diffuse e nel 1843 anche Rimini ebbe i suoi bagni su iniziativa dei fratelli Alessandro e Ruggero Baldini e del dottor Claudio Tintori. Il progetto fu finanziato con 2000 scudi presi in prestito dalla Cassa di Risparmio di Ravenna. L’impianto divenne presto popolare, dando inizio a un’industria che diventerà la fonte principale della prosperità dell’intera riviera romagnola.

 

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Nel 1870 venne costruito a Rimini, dal dottor Carlo Matteucci, un Ospizio Marino per la cura dei bambini affetti da adenite tubercolare, sulla scorta delle indicazioni del medico fiorentino Giuseppe Barellai che per primo aveva posto l’attenzione sulla possibilità di estendere i benefici della talassoterapia anche ai più piccoli. L’iniziativa ottenne un certo successo e il numero degli ospizi marini crebbe negli anni, fino ad arrivare nel 1913 a 42 sulla sola costa adriatica.
Gli ospizi avevano finalità essenzialmente curative, ed erano rivolti a bambini bisognosi e malati che non avevano accesso alle terapie. Gli organizzatori erano religiosi o filantropi laici appartenenti alle classi agiate: medici, avvocati, architetti, artisti, aristocratici. Con il progredire delle conoscenze sulla tubercolosi si arrivò a distinguere tra i sanatori, strutture a funzione terapeutica, dove venivano curate solo le forme effettivamente di origine tubercolare e le colonie, strutture a funzione ludico-ricreativa, dove venivano ospitati i bambini malnutriti, rachitici o semplicemente gracili, appartenenti alle classi meno abbienti.

 

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

 

Nel primo lustro del ventennio fascista il regime individuò subito nella colonia marina una struttura ideale ove svolgere attività di propaganda verso la popolazione giovanile, così da irregimentarla già durante gli anni cruciali della formazione.
Si diede quindi un grande impulso alla costruzione di nuove colonie che con il crescere del numero andavano man mano a perdere la loro funzione sanitaria e a sviluppare quella educativa e di proselitismo. Il soggiorno in colonia era organizzato secondo rituali prestabiliti all’interno di spazi che rispondevano all’obiettivo di controllare i singoli individui.

 

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Una sequenza preordinata di frazioni temporali suddivideva la giornata, dall’alzabandiera mattutina all’ammainabandiera serale, in una costante compressione della dimensione individuale che si accompagnava all’esaltazione dei momenti di vita collettiva.
Se nel 1927 i bambini ospitati erano 54mila dopo undici anni il numero arrivò a quota 772 mila in 4.357 colonie sparse su tutta la nazione, ma concentrate soprattutto sul litorale romagnolo. Questo dato non deve sorprendere, lo stesso Mussolini trascorreva le vacanze a Villa Margherita sul lungomare di Riccione pubblicizzando indirettamente l’intera riviera. Ricordiamo alcune delle colonie più note in una breve carrellata.

 

La Novarese di Miramare

La Colonia Novarese fu costruita su progetto dell’ingegnere Giuseppe Peverelli tra il 1933 e il 1934, in un’area vicino alla foce del fiume Marano, in un territorio al confine tra il comune di Rimini e quello di Riccione, su committenza della Federazione Fascista di Novara.
Può essere considerata un vero e proprio gioiello dell’architettura moderna per il suo aspetto che ricorda quello di un transatlantico a cinque piani, con una torre littoria di circa 30 metri su cui erano posti tre fari nelle tonalità verde, bianco e rosso, ben visibili a distanza.

 

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

 

La colonia, dedicata alla memoria dei diciotto caduti fascisti novaresi, era ricoperta da numerosi elementi decorativi di regime e iscrizioni, che furono eliminati nel dopoguerra. Negli anni la colonia è stata sottoposta a un progressivo degrado, che ha reso la sua immagine simile a quella di una nave arenata. Oggi è presente un cantiere abbandonato sull’area, che prevedeva lavori di manutenzione straordinaria e interventi di consolidamento strutturale, in vista di una riqualificazione a centro termale.

 

La Montecatini di Cervia

Progettata nel 1938 dall’ufficio tecnico della Montecatini, “Società generale per l’industria mineraria ed agricola”, in collaborazione con l’architetto Eugenio Faludi,
la colonia Montecatini di Cervia venne inaugurata il 24 agosto del 1939.
Lo stabile poteva ospitare fino a 1500 bambini e circa 300 persone di servizio. L’architetto Faludi non mancò di inserire nel progetto elementi che potessero, come di consuetudine per il periodo, dimostrare la grandezza e la potenza del regime.

 

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

 

All’entrata venne eretto un gigantesco arco simile a quello progettato dall’architetto Adalberto Libera per l’Esposizione universale di Roma. Altro elemento importante fu la maestosa torre alta 55 metri, costruita soprattutto per motivi estetici; costituiva un percorso che i giovani balilla salivano di corsa sino in cima.
Dopo la guerra venne ceduta ai Monopoli di stato per ospitare soprattutto figli di lavoratori addetti alla manifattura del tabacco. Attualmente la colonia si trova in stato di abbandono priva ormai dell’alta torre di collegamento verticale, distrutta dai tedeschi durante la guerra.

 

La Redaelli di Cesenatico

La Colonia Lino Redaelli fu costruita nel 1938 a Cesenatico su progetto degli architetti Cesare Fratino ed Enrico Agostino Griffini. Nel corpo più corto erano collocati a piano terra la stireria, il guardaroba, i servizi igienici e l’abitazione del custode. Al piano primo l’appartamentino per la direttrice, le camere per il personale maschile e femminile, il gabinetto medico e l’infermeria. Nell’ala più lunga erano disposti al centro del pianoterra l’atrio d’ingresso e la portineria, a sud la direzione e la sala da gioco, a nord il refettorio, la cucina e i servizi annessi.

Al piano superiore c’erano una camerata maschile e una femminile, ciascuna in grado di ospitare 36 letti, e i relativi servizi. Caratteristiche erano le finestre circolari stile oblò presenti nei corridoi, da cui si poteva godere della vista del mare. La colonia è stata demolita nel 1974, quando sul lotto è stato costruito il complesso residenziale Diamanti, che tuttora sorge sull’area. L’abbattimento della colonia Redaelli ha comportato la grave perdita di uno dei più importanti esempi di colonia marina di quell’epoca e di una testimonianza rilevante dell’architettura razionalista sulla costa romagnola.

 

Le Navi a Cattolica

All’inizio degli anni trenta la Fondazione “Figli del Littorio”, attraverso la Direzione generale dei “Figli degli Italiani all’Estero”, commissionò all’architetto-ingegnere romano Clemente Busiri Vici il progetto di una colonia marina da edificarsi a nordovest di Cattolica, in una zona compresa tra il torrente Ventena e il fiume Conca.
Il nucleo centrale del progetto è rigidamente simmetrico e prevede cinque edifici ispirati alla morfologia aereonavale, ovvero al mondo delle navi, degli aerei, degli idrovolanti, delle littorine e dei sommergibili.

 

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

 

La struttura, realizzata nel 1934, si ispira al futurismo italiano: in essa è evidente l’intensa carica simbolica legata al mito modernista della “macchina” e la forte suggestione emotiva e psicologica affidata anche all’utilizzo espressionista del cemento armato.
Qui nel 1984 l’architetto Demo Ciavatti progettò l’Insomnia, disco club di tendenza famoso negli anni ottanta. Dal 2000 l’area è occupata dall’acquario di Cattolica, il secondo d’Italia dopo quello di Genova.

 

La Agip di Cesenatico

Nel 1937 la società Agip Petroli, già negli anni trenta prima azienda di Stato per la ricerca e la distribuzione dei carburanti, decise di costruire una colonia per ospitare i figli dei dipendenti Agip durante i mesi estivi.
Mussolini intervenne sulle decisioni dell’azienda ordinando che fosse costruita in Romagna, per questo si scelse la località di Cesenatico. Il presidente della Società, l’ingegnere Puppini, era anche preside della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna: affidò l’incarico all’ architetto Giuseppe Vaccaro, anch’egli bolognese, uno dei principali interpreti del razionalismo di Le Corbusier in Italia.

 

LE COLONIE MARINE D'EPOCA FASCISTA IN ROMAGNA

 

Diversamente da molti altri casi di abbandono e degrado, nel corso degli anni non si è mai interrotta l’opera di manutenzione su questa struttura, che ha continuato a mantenere la propria funzione originaria di colonia. Non è mai stata abbandonata ed è rimasta pressoché integra, grazie anche alla vitalità dell’azienda. Attualmente, è sede dei soggiorni estivi dei dipendenti dell’Eni.

 

La Dalmine di Riccione

La società Dalmine, sorta nei primi anni del Novecento a Milano, è un’industria siderurgica specializzata nella produzione di tubi in acciaio senza saldatura, all’avanguardia a partire dagli  anni trenta non solo nel settore industriale, ma anche nella promozione di attività socioassistenziali.
In questo ambito l’azienda ha  sempre profuso molte energie, e la realizzazione della colonia marina di Riccione, in ottima posizione a pochi passi dal mare, ha sempre rappresentato un vanto com’è ampiamente descritto negli annali della fabbrica lombarda.

 

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L’edificio, progettato dall’architetto milanese Giovanni Greppi, uno tra i principali professionisti dell’epoca, venne ultimato nel 1936, serviva a ospitare durante i mesi estivi i figli dei dipendenti aziendali. Negli anni novanta la colonia ha cambiato la propria funzione diventando una struttura utilizzata come albergo, centro congressi e fitness center, denominata “Le Conchiglie”.

 

La Bolognese a Rimini

Con “un sistema sbrigativo e nuovo”, cioè con l’ingresso di tanti bambini che ne prendono possesso, venne inaugurata il 1° agosto 1932, a Miramare di Rimini, l’imponente colonia marina del Fascio bolognese, progettata dall’ingegner Ildebrando Tabarroni.
La struttura, a padiglioni separati, per l’epoca già antiquata, si ispira a quella dell’Ospizio Marino Provinciale Bolognese di Rimini, o colonia Murri, opera di Giulio Marcovigi.

 

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“Ho visto il mare la prima volta dopo le elementari. Colonia della decima legio, Rimini. Balilla, grado: caposquadra. Se ci ripenso sento un acuto odore di marmellata gelatinosa in mastelli”.
A scrivere queste poche righe fu il giornalista Enzo Biagi, che all’ombra di questa colonia passò un’estate durante il ventennio fascista. Negli ultimi anni la struttura è al centro del progetto: “Riutilizzasi Colonia Bolognese”, il primo esempio di rigenerazione urbana da parte della società civile di un bene storico e in stato di abbandono. L’idea, che prevede il recupero di spazi di degrado trasformandoli in contenitori culturali, è dell’Associazione di promozione sociale ‘Il Palloncino Rosso’.

 

La Reggiana a Riccione

Nell’agosto del 1934, Benito Mussolini inaugurò a Riccione la Colonia dei Fasci di Combattimento di Reggio Emilia. Fu costruita in soli tre mesi, su progetto dell’ingegner Costantini.
La Colonia Reggiana, situata presso la foce del fiume Marano, è costruita in stile razionalista, dove tutto tende alla semplificazione, alla riduzione degli elementi e alla funzionalità.

 

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Intitolata ad Amos Maramotti, un fascista ucciso a Torino con una fucilata all’età di 19 anni, è composta di tre corpi di fabbrica, sfalsati e disposti in diagonale rispetto all’andamento della costa, così da avere i prospetti maggiori orientati verso est e verso ovest, secondo l’asse eliotermico come prescritto dalle norme igienico sanitarie della tipologia edilizia. Oggi una parte è sede di una scuola subacquea, il resto versa in stato di abbandono.

 

La Roma a Bellaria

Nel 1927 la pineta Nadiani venne ceduta dal proprietario alle Ferrovie dello Stato. Su questa area le Ferrovie costruirono nel 1930 una colonia permanente (ossia aperta tutto l’anno) che poteva ospitare fino a 600 bambini, 300 dei quali erano orfani dei ferrovieri. Proprietario e committente della colonia era l’Opafs (Opera previdenza e assistenza ferrovieri statali).
La struttura dell’edificio principale è caratterizzata da un importante profilo concavo nella parte centrale, che insieme alle due ali laterali descrive una grande M aperta verso il mare.

 

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L’aspetto più importante di questa opera architettonica è l’ampio spazio che si crea all’interno dell’emiciclo prospiciente l’arenile, dove si viene a determinare una vasta piazza che dà sul mare.
L’ingegner Giorgi, il costruttore, condivideva con De Chirico e i metafisici una vera ossessione per le piazze, intese come luogo centrale e significato ultimo di ogni forma di insediamento umano.

 

La Varese a Milano Marittima

La colonia, intitolata al gerarca Costanzo Ciano, fu costruita tra il 1937 e il 1939 su progetto dell’ingegnere romano Mario Loreti, per la Federazione dei Fasci della provincia di Varese. Si tratta di una costruzione monumentale, caratterizzata da volumi e masse lisce, che per dimensioni e numero di persone ospitate racchiude un’idea di città e sottintende una riflessione su scala urbanistica, imponendosi come elemento ordinatore di una vasta area sgombra e indifferenziata.

 

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La colonia Varese fu il set cinematografico di due film: nel 1970 Marcello Aliprandi girò la Ragazza di latta e nel 1983 Pupi Avati la scelse come scenografia del film horror Zeder, sceneggiato insieme a Maurizio Costanzo. Oggi la Colonia vive una situazione di parziale degrado: sia i residenti locali che i turisti, in ogni caso, non l’hanno dimenticata e la conoscono bene. Proprio per questo motivo periodicamente si rincorrono voci di possibili ristrutturazioni, con progetti che però, fino a questo momento, non hanno mai visto la luce.

 

(Tutte le foto in bianco e nero che illustrano l’articolo sono gentile concessione del fotografo Fabio Gubellini, potete trovare altro materiale qui)

 

2 commenti

  1. Ovviamente non era nelle intenzioni dell’Autore, che ha scritto un pezzo interessante e molto ben documentato; ma di questi tempi c’è sempre il rischio che qualcuno interpreti questi scritti in chiave ‘nostalgica’. A chi volesse vedere anche il ‘dietro le quinte’ dell’indottrinamento fascista, consiglio il racconto IL CAMPEGGIO DI DUTTOGLIANO, di Tullio Kezich, facilmente reperibile presso l’editore Sellerio

  2. correvo bambino a piedi nudi sulle spiagge dei paesi miei ma mi bloccavo alla vista strana, solenne di edifici morti ma con un’intrinseca eleganza che aveva il mio rispetto. Seppi poi da solo che erano le colonie del ventennio. Oggi su quelle spiagge vorrei essere Pasolini che parla del fatto che l’architettura detta fascista in fondo aveva una misura umana, un’appartenenza a quella che è l’urbanistica; e far notare poi lo scempio della riviera di Rimini, degli alberghi strangolati l’uno contro l’altro, della vivibilità come intralcio alla lottizzazione, della cementificazione cieca di ogni spazio edificabile e soprattutto non.Un gruppo di criminali al potere; siamo sicuri che non sia questa la tragica eredità del Fascismo?

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