CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ

Chicken Park, film del 1994 diretto e interpretato da Jerry Calà, è la manifestazione tangibile che esplicita in modo perfetto il pensiero del maestro René Ferretti: “A noi la qualità c’ha rotto er cazzo!”. Chiaro e semplice. Il sottoprodotto di un sottoprodotto i cui massimi complimenti spendibili oscillano nello spettro di una scala che va da sconcertante ad agghiacciante.

Sì, però così è troppo semplice, perché per Chicken Park “brutto film” è una definizione assolutamente riduttiva. Un po’ come dire che se una bomba atomica scoppia causa dei danni.

A volte, quando le stelle si allineano e i pianeti assumono la giusta configurazione, capita di vedere storie che non sono storie filtrate dagli spazi attigui alla nostra realtà. Esistono storie che non esistono e che nessuno, fondamentalmente, mai dovrebbe raccontare. Tipo The Room: scritto, diretto, prodotto e pure interpretato da Tommy Wiseau. Un tizio, una specie di zombie a guardarlo bene, di cui si sa poco o nulla.

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ



Non è chiaro quale sia il suo vero nome, né da dove venga o quanti anni abbia di preciso. In diverse interviste si è limitato a dire di essere cresciuto a New Orleans e poi di aver vissuto in Francia “molto, molto tempo fa”. Per il resto, la maggior parte delle informazioni su di lui provengono da The Disaster Artist: My Life Inside the Room, scritta da Greg Sestero, co-protagonista in The Room. Il problema sta proprio in questo.

Le cose riportate da Sestero sulla vita personale di Wiseau rimangono non verificate e come tali oggetto di speculazioni. L’unica cosa certa è che un giorno Wiseau si è presentato con pacchi di soldi, a detta sua “risparmi accumulati negli anni” (una vera e propria fortuna di cui nessuno si spiega la provenienza), e ha creato The Room: in assoluto il film più brutto mai realizzato nella storia del cinema.  

Sì, ok, ma che c’azzecca con Chicken Park di Jerry Calà? Aspe’, mo ci arriviamo.

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ



Chicken Park inizia con un bel prologo che ci mostra l’Isola delle Uova Marce, e già questo è tutto dire. Aperta e chiusa parentesi: in alcune versioni il sottotitolo è in inglese perché il film è stato recitato in inglese dal cast italiano. Poi, doppiato in italiano. Questo perché c’era solo la pretesa di sfondare sul mercato americano. Comunque. Sull’isola (delle uova marce) un gruppo paramilitare supervisiona la costruzione del misterioso “Chicken Park”. 

I lavori sembrano procedere bene, la manovalanza ride e scherza, battute finissime frutto di una comicità ricercata riguardo gli “uccelloni affamati” si sprecano… Qualcosa di sinistro, però, sta per accadere: qualunque cosa si nasconda nel fitto della foresta spaventa a morte i lavoratori che fuggono via. Cosicché i militari di guardia li inseguono e li freddano sul posto. Esattamente come viene freddata la fiducia di chiunque nei confronti dell’umanità, in appena cinque minuti di film. 

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ



Il tipo che tanto faceva lo splendido parlando del suo “uccello” prima di schiattare lo libera veramente. Cioè un parrocchetto che teneva nascosto nei pantaloni. Dopo questa, diciamo che ce ne vuole di forza di volontà per evitare di sputare contro lo schermo. Stacco.
Siamo in Italia. Jerry Calà è Vladimiro Corsetti, un allevatore-allenatore di galli da combattimento.

Per una serie di problematiche legate alla slealtà della concorrenza, Vladimiro si vede costretto a spostarsi nella Repubblica Dominicana con Joe, un gallo da combattimento su cui ha puntato tutto. Ora attenzione, eh, perché arriva il meglio: per arrivarci, nella Repubblica Dominicana, giustamente devi prendere l’aereo, no? A parte una non proprio convintissima Alessia Marcuzzi, sull’aereo una fila è per i normali, l’altra è riservata ai mostri.

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ



Perciò, quando va a sedersi, il posto accanto a Vladimiro che pareva vuoto è occupato dall’uomo invisibile. Perché quella era la fila dei mostri. Eh, ce l’ha un minimo di senso ‘sta cosa? No. Esattamente come senza il benché minimo nesso logico, o magari solo contestuale, vengono parodiati: Mamma ho perso l’aereo, Il cacciatore, Apocalypse Now, finanche Taxi Driver e Balle spaziali.

Una vera e propria overdose di nonsense sparata a palla dritta nelle retine in circa dieci minuti. Poi, come se non bastasse, annegata in un trionfo di imbarazzanti (già all’epoca) stereotipi razziali. Se non fosse ancora sufficientemente chiaro, il problema riguarda una totale incapacità di fondo. La commedia, qualunque essa sia, tutto è tranne che un genere facile e per funzionare, per essere efficace, richiede degli sforzi e abilità notevoli. 

CHICKEN PARK, IL CAPOLAVORO DI JERRY CALÀ



Non importa che si tratti di slapstick, iperbolica, non sequitur, aggressive o un qualunque altro tipo: la commedia richiede una scrittura forte, un’alta capacità recitativa e soprattutto un senso dello spazio e dei tempi perfetti. In Chicken Park, non c’è niente di tutto questo. Il punto massimo della comicità qui sta nel fatto che per parodiare qualcosa basta semplicemente nominarla o copiarla, che poi abbia un senso nell’economia della situazione è un dettaglio.

Appunto, sulla carta Chicken Park dovrebbe essere una parodia di Jurassic Park, perciò a un certo punto Joe viene rapito e così, Vladimiro, disperato, si mette sulle sue tracce. Seguendo i rapitori alla fine arriva al Chicken Park, una struttura-zoo-laboratorio dove si eseguono esperimenti genetici per riportare in vita polli preistorici da esibire come attrazione. In questo caso, Joe serviva come cavia per dare vita a un nuovo tipo di pollo gigante.



Se fino a questo punto le cose faticavano parecchio a trovare un minimo di senso, qua se ne vanno direttamente dritto all’aceto. Arrivati al Chicken Park, il film, di botto, smette di essere una parodia di Jurassic Park e diventa una parodia della Famiglia Addams. Di Edward mani di forbice. Di Hot Shots!. Il delirio più totale dove il clou, il momento topico si raggiunge con il finale: lo scontro fra il “Pollo-Rex” e il “Pollo-Ibridus”. 

Cioè, degli accrocchi a forma di gallina sulla falsariga degli animatroni usati in Jurassic Park (che qualcuno ha creduto sul serio potessero funzionare) di una tenerezza disarmante, usati per questa sequenza in cui, uno, il Pollo-Rex, vuole ingropparsi la dottoressa Sigourney, ovvero Demetra Hampton. Mentre l’altro, il Pollo-Ibridus è… omo-pollo-sessuale e si vuole montare Jerry Calà. Infatti ha pure orecchino e look alla Elton John.



La trama di questa follia da due miliardi di vecchie lire è tranquillamente riassumibile in circa 72,8 secondi, forse pure qualcosina di meno. Perciò quel running time di 96 minuti fa sembrare il film pazzescamente lungo. Perché sono tutte sequenze appiccicate a casaccio e trascinate avanti senza senso per quelle che a un certo punto sembrano ore. Capiamoci, da una parodia uno non è che si aspetta di vedere Shakespeare o Tolstoj.

Giusto si aspetta un pochino di coerenza, però, quella sì. Perché già il ritmo è completamente sballato e oltremodo pesante con tutta quella roba appiccicata a casaccio. Nel momento in cui, poi, in meno di un’ora la storia abbandona il fil rouge di Jurassic Park per trasformarsi di botto e senza senso in una parodia della Famiglia Addams portando a un cambiamento improvviso nei toni, non ci vuole la scienza per capire che una roba simile non potrà mai funzionare.



Questo è il punto: Tommy Wiseau è stato in grado di superare persino Ed Wood. Esattamente come i cenobiti, capaci d’infliggere un dolore tale da trascendere l’esperienza umana fino a trasformarsi in un’estasi al di là di ogni comprensione, così The Room è un film talmente brutto da essere stato in grado di trascendere il concetto stesso di bruttezza e andare al di là del tanto brutto da essere bello. Un dolore al di là di ogni comprensione, tale da trasformarsi in piacere puro.

Chicken Park è più di un’anomalia; è un delirio trash che non ha confronti. A partire dagli effetti speciali anni cinquanta che lo rendevano anacronistico già trent’anni fa, fino alle scene di sensualità pecoreccia e disturbante. Passando per tutti i tentativi meta-cinematografici che cadono letteralmente a piombo.



Quando entra in scena “la prima” dottoressa Sigourney: per il sacrosanto principio che una donna non può essere sia bella sia intelligente, questa è un cesso a pedali con dentatura fuoristrada. Allora Jerry (ricordiamoci sempre che lui non è bello: piace) ci mette la pezza bucando schermo, quarta parete, e piglia un’altra scienziata.

Si tratta di un’altra donna a caso tra il pubblico in sala che sta meta-narrativamente guardando Chicken Park. Quindi Demetra Hampton entra nel film, si cambia facendo uno spogliarello ed ecco la nuova dottoressa Sigourney. Purissimo genio.
Chicken Park non è mai arrivato a vedere il buio delle sale e questo è male. Perché questo è il nostro The Room. Questo è il nostro Quarto potere dei film brutti.

Chicken Park è meglio de Gli occhi del cuore e il mondo intero dovrebbe riconoscercelo.



Ebbene, detto questo credo che anche per stavolta sia tutto.

Stay Tuned, ma soprattutto Stay Retro.



(Da Il sotterraneo del Retronauta).



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