CHIAMATELI SUPER E CONTINUERANNO A PROTEGGERCI

CHIAMATELI SUPER E CONTINUERANNO A PROTEGGERCI

A proposito di Super, a volte anche le persone di grande valore potrebbero tacere. È il caso del celebre aforisma del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Intendiamoci, Brecht poteva anche avere ragione. Una umanità indipendente e capace di risolvere tutti i problemi solo grazie alle proprie risorse sarebbe la soluzione migliore. Tuttavia Brecht avrebbe dovuto tenere in maggiore considerazione quel parametro inclassificabile che va sotto il nome di “natura umana”. La storia della nostra specie dimostra, infatti, una necessità psicologica collettiva di appoggiarsi al mito del superuomo.

L’intera letteratura, dall’epopea mesopotamica di Gilgamesh in poi, è costellata da esseri sovrannaturali, dotati di poteri spaventosi, pronti a intervenire quando le capacità umane si rivelano inadeguate. Chiaramente, ogni epoca e ogni cultura hanno adattato questo archetipo alle proprie esigenze e alle proprie conoscenze. Ma il concetto di fondo è: io ho un potere limitato e, per quanto mi batta vigorosamente, non posso farcela. Però esiste qualcuno che può vincere al posto mio.

Gilgamesh, il re-eroe sumero

La figura del superuomo o della superdonna ci hanno accompagnato così per tutto il nostro iter storico, sublimando talora in figure divine o degenerando in creature mostruose e inquietanti. Fare un elenco dei personaggi letterari che, in qualche modo, sono dotati di prerogative “speciali” è praticamente impossibile.

Per rimanere al secolo passato, ricordiamo il detective Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, l’avventuriero Allan Quatermain di H. Rider Haggard; passando a volo d’uccello sulle storie popolari (dime novel e poi pulp) di Buffalo Bill, Zorro e Tarzan o sui racconti avventurosi in cui muovevano i primi passi personaggi come Conan il barbaro, Doc Savage, The Spider e The Shadow.


Diciamo che tutti questi personaggi stavano creando l’humus fertile in cui i loro successori avrebbero piantato le radici. Il compito di chiudere il cerchio spettò a due ragazzi di Cleveland (Ohio, Usa). Cresciuti divorando le riviste che pubblicavano storie di fantascienza come la mitica Amazing Stories, lo scrittore Jerry Siegel e il disegnatore Joe Shuster concepirono un personaggio a fumetti che sarebbe diventato un simbolo onnipresente dell’immaginario americano e mondiale: Superman.

A ispirare lo scrittore Jerry Siegel era stato un racconto di Philip Wylie, “The Gladiator”, uscito nel 1930. La storia raccontava di un ragazzino che, improvvisamente, scopriva di essere dotato di una straordinaria forza fisica, di poter saltare 13 metri in altezza e di essere praticamente invulnerabile. Di suo, Jerry aggiunse l’idea dell’origine aliena del personaggio, mentre Joe Shuster definiva la parte grafica. Eravamo nel 1933 (curiosamente, l’anno in cui i due giovani ebrei americani crearono Superman fu quello in cui Hitler andò al potere magnificando il “superuomo ariano” – NdR).

Per cinque anni, i due autori avrebbero bussato alle porte degli editori inutilmente. Quando, però, grazie all’acume di un direttore della futura Dc Comics, Max Gaines (secondo altre fonti del suo assistente Sheldon Mayer), quelle porte si spalancarono, venne messo in movimento un meccanismo che funziona ancora dopo 80 anni.

Nel 1938, con il primo numero di Action Comics inizia la Golden Age del fumetto supereroico. La Timely (futura Marvel) risponde alla concorrenza lanciando (nel 1939) Sub-Mariner di Bill Everett e la Torcia Umana di Carl Burgos, e soprattutto (nel 1941) Captain America di Joe Simon e Jack Kirby. Ma sempre nel 1939 è ancora la Dc a giocarsi l’asso vincente con Batman di Bill Finger e Bob Kane.


Da quegli anni i nostri Super ci proteggono solcando i cieli e fendendo le onde del mare. Diventano cento, poi mille, e poi Dio solo sa quanti, ma non sono mai troppi perché le minacce da cui debbono difenderci sono sempre più spaventose. Hanno spalle grosse, sono belli e pomposi nei loro costumi sgargianti ma, come noi, piangono e sanguinano. Ovviamente non tutti i “prodotti” hanno raggiunto la soglia dell’eccellenza e in innumerevoli casi le variazioni del tema supereroico si sono rivelate alquanto dozzinali. Quando, però, tale soglia è stata superata, questi uomini con i mutandoni sopra il costume e queste ragazze in tutine strizzate hanno dimostrato di non temere il confronto con generi ritenuti, più o meno a giusta ragione, di livello superiore.


Nato come fumetto povero e per ragazzini, i Super hanno presto superato le strisce pubblicate sui quotidiani per il pubblico adulto. Pensiamo, per esempio, al ruolo della donna nei fumetti. Mentre sulle strisce sindacate Daisy Mae di Li’l Abner o Dale Arden di Flash Gordon continuavano a svolgere con rassegnata diligenza il loro atavico ruolo di oca giuliva o di eterna fidanzata, tra i “super” si affermavano ragazze tenaci e indipendenti, fino ad arrivare all’apoteosi quando la Dc scelse come una delle travi portante del suo universo narrativo la superamazzone Wonder Woman dello psicologo William Moulton Marston e Harry G. Peter.


Negli albi di supereroi non ci sono solo combattimenti, ma, soprattutto nei primi tempi, anche informazioni di cultura generale. Per esempio, nel numero 21 di The Atom, intitolato “The Adventure of the Canceled Birthday“, lo sceneggiatore Gardner Fox, in origine scrittore di romanzi di fantascienza, basava la storia su un fatto poco noto. Nel 1752, quando la Gran Bretagna sostituì il calendario giuliano con quello gregoriano, nella transizione saltarono undici giorni: il 2 settembre 1752 fu seguito dal 14 settembre (e i britannici gridarono: “Ridateci i nostri undici giorni!”). E che dire del concetto di mutazione e di mutanti, sviluppato nei romanzi di fantascienza e nei fumetti prima che la scienza fosse in grado di creare gli Ogm?


L’imprinting scientifico e più generalmente culturale che i lettori ricavavano dalle accattivanti storie di personaggi dalle incredibili facoltà contribuì sicuramente alla loro formazione. Naturalmente la semplice lettura di un fumetto supereroico non ha permesso la formazione di matematici, fisici o astronomi ma, di certo, ha orientato diverse carriere verso la scienza in un età in cui, altrimenti, i bambini sognerebbero piuttosto di diventare calciatori o benzinai (senza nulla togliere a queste due categorie professionali).

Nel corso dei decenni, la figura del Super è stata continuamente aggiornata. Nuove sovrastrutture sono state aggiunte progressivamente all’iniziale e semplice prototipo, fino a fare di essi delle figure complesse e variegate. Ci sono state rivisitazioni e decostruzioni, i superuomini sono stati esaltati e parodiati. Ogni tanto qualcuno recita per loro lugubri canti funebri: i profeti di sventura dicono che ormai hanno stancato e che nel mondo reale non c’è più spazio per loro. Invece quelle “vecchie carogne” non muoiono mai e ogni volta tornano più forti di prima. Riemergono dalla fitta sassaiola delle ingiurie, riplasmano il loro aspetto e spingono altrove i loro tentacoli, manifestandosi anche nei cinema e nei videogiochi.

Il buon Bertolt e i detrattori si mettano il cuore in pace e se ne facciano una ragione: i supereroi moriranno solo quando l’ultimo uomo sulla terra chiuderà gli occhi per sempre.

 

 

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