IL NUOVO BLADE RUNNER È RIUSCITO PERCHÉ NON IMITA IL PRIMO

IL NUOVO BLADE RUNNER È RIUSCITO PERCHÉ NON IMITA IL PRIMO

C’è un motivo, anzi, più di uno in realtà, per cui Blade Runner sta lì nella sua bella cornice splendente appeso al muro nella hall of fame del cinema sci-fi insieme al resto dei grandi del genere. Così, tanto per dire, “ma gli androidi sognano pecore elettriche”? No, gli androidi sognano ciò che è stato programmato debbano sognare. Tuttavia, cosa accadrebbe se fossero liberi, se fossero in grado di sognare ciò che vogliono? Cosa sarebbero poi, umani? O forse qualcosa di più umano dell’umano?

Se dietro una sola, semplice domanda si nasconde un numero infinito di elucubrazioni, figuriamoci un intero film impostato in questo modo. Volendo parafrasare, Blade Runner è un prestigiatore: ti mostra da un lato la mano vuota, mentre dall’altra continua a tirar fuori conigli. In questo senso, il film ti distrae mostrandoti una semplice storia, di quelle tipo noir. Con l’investigatore, la femme fatale e i cattivi con cui prendersi a schioppettate addosso. Dall’altro invece, apre mille parentesi, interrogandosi su cosa sia e cosa significhi “umanità”. Esplorando per vie traverse le implicazioni morali, etiche e religiose derivanti.

Ora, tutto questo accadeva al cinema nel 1982. Oggi, nell’anno domini 2017, ha senso tornare con Blade Runner 2049, un film che riprende ‘na storia raccontata ben trentacinque anni prima? Per quel che mi riguarda, ad averceli tutti i giorni film così.

Blade Runner 2049

Allora, non mi va di soffermarmi troppo sulla trama in generale. Anche perché in effetti, come il suo predecessore, vista a un livello superficiale è abbastanza semplice.

Abbiamo l’Agente K (Ryan Gosling) del corpo speciale Blade Runner, incaricato di ritirare i vecchi modelli Nexus 6 ancora in circolo dopo il fallimento della Tyrell Corporation.

Blade Runner 2049 Sapper Morton Dave Bautista

Anche perché ormai, resi obsoleti dall’introduzione dei Nexus 8, di proprietà delle Wallace Industries. A questo punto, durante il ritiro di un vecchio Nexus, Sapper Morton (Dave Bautista), K si troverà in un intrigo che lo porterà ad incontrare un suo predecessore scomparso, l’ex Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford).

Blade Runner 2049 Ryan Gosling Agente K

Si tratta di una trama tutto sommato semplice, certo. Nondimeno, semplice non significa necessariamente brutta. Anzi, l’intreccio è piacevole e non manca di momenti topici. Soprattutto, cosa più importante, ‘sta trama c’ha effettivamente un senso e si riallaccia bene alla storia precedente.

Blade Runner 2049 lo spinner dell'agente K che vola vicino all'insegna dell'Atari

A ogni modo, mi preme sottolineare un’altra cosa. Uno fra i tanti elementi che ha reso memorabile Blade Runner è il suo impatto visivo. Talmente suggestivo che so’ trentacinque anni che viene copiato a mani basse da chiunque e ovunque. Il regista Denis Villeneuve non ha avuto un compito facile e, di certo, non voglio manco immaginare la pressione che s’è trovato addosso nel doversi rapportare a un titolo così pesante.

Blade Runner 2049 Los Angeles skyline

Alla fine, Villeneuve s’è mosso nella direzione giusta. Perché ha solo fatto una cosa molto semplice, che però fin troppo spesso viene ignorata. Mi spiego: sia nella realtà che nella finzione, dalla storia di Deckard a quella di K so’ passati trent’anni. La Los Angeles del 2019 era un soffocante incubo dove il concetto stesso di bellezza si perdeva in un ricordo sbiadito. Edifici su edifici su edifici, sovrastati dai grattacieli delle multinazionali che sputavano costantemente fuoco e lerciume nell’aria.

E qui arriviamo al punto: anziché essere l’ennesima goccia nel mare ricalcando il film precedente con la carta carbone, Villeneuve c’ha messo il suo. S’è soltanto chiesto (giustamente) in che modo quel mondo distopico avrebbe potuto evolversi: trent’anni dopo, nel 2049, la situazione è persino peggiorata. Come è giusto che sia, d’altronde.

Blade Runner 2049 Ryan Gosling Agente K

Quindi quello di Villeneuve è un futuro ancora più cupo, naturale estensione di quanto mostrato trent’anni prima.

Riporto una conversazione tenutasi fuori dal cinema dopo aver visto il film. Amico A” solleva la questione: “Sì ma va be’ la pioggia, le insegne al neon e via dicendo. Che c’è di nuovo? So’ tutte cose già viste”. Si accodano pure “Amico B” e “Amico C”. E lì, so’ partito in quarta, proprio.

Che c’è di nuovo? Forse è sfuggito un particolare: stiamo vedendo il seguito di Blade Runner, in cui viene mostrato il mondo di Blade Runner. Cosa volevi di “nuovo”, i Terminator?

Blade Runner 2049 insegne al neon di Los Angeles

Ciò che colpisce maggiormente di Blade Runner 2049, è la riuscita amalgama retrofuturista perfettamente coerente (non copiata, coerente) con il film del 1982. Ci sono le grandi insegne al neon, con i vecchi loghi a cui si so’ aggiunti marchi che pubblicizzano nuovi prodotti. Ci sono gli spinner, ma modelli recenti, non vecchi di trent’anni. A schermo vedi un’evoluzione di quel mondo, non una copia o uno stravolgimento. Di per sé, questo è un fatto ormai eccezionale. Oppure, tanto per dire, era meglio il fanservice alla Rogue One, con la Morte Nera che lancia i raggi della morte super-tecnologici comandati con i pulsantoni del Sapientino?

Ogni singolo secondo di Blade Runner 2049 è abbagliante. Il direttore della fotografia, Roger Deakins, ha fatto qualcosa di miracoloso. L’uso delle ombre e dei toni scuri non fanno altro che aumentare la sensazione claustrofobica di vivere in un mondo tetro e ormai morto. In più è notevole l’uso strategico del colore giallo, nel creare pertinenze tematiche quasi subliminali. Il tutto, accompagnato dalla musiche di Hans Zimmer (che riprendono quelle di Vangelis e per una volta non è il solito Wuuuahhm-Wuuuahhm ormai ripetuto in decine di film) che provocano un’emozione incredibile.

Blade Runner 2049 Ryan Gosling Agente K

Per quel che riguarda i personaggi, sono tutti riusciti e credibili. E devo ammettere, che inizialmente, avevo molte riserve in merito a Ryan Gosling. Dai trailer non so… mi dava una strana impressione con quell’espressione smorta. Invece, dopo cinque minuti di film capisci il perché di quell’aria noncurante, che riflette perfettamente l’ambiente distopico e isolato in cui si muove.

Blade Runner 2049 Jared Leto, Neander Wallace

Il personaggio più riuscito credo sia Neander Wallace (Jared Leto). Perché fa paura, realmente paura. E non perché fisicamente minaccioso come il Roy Batty di Rutger Hauer o cose simili. Spaventa per ciò che rappresenta intrinsecamente. Wallace ha una visione ideologica distorta. Un concetto tutto suo di cosa sia giusto o sbagliato, portato avanti con calma inesorabile. Se Tyrell giocava a fare Dio, Wallace si sente un dio. E dispone di tutto il potere necessario per mettere in pratica ciò che vuole.

Blade Runner 2049 Ryan Gosling Agente K

L’unico problema è che due ore e quarantatre minuti so’ tanti. Forse troppi. La parte centrale m’ha dato l’impressione di trascinarsi per le lunghe, dilatando troppo i tempi. Intanto però, Denis Villeneuve ha trovato il modo perfetto per esplorare l’eventuale evoluzione degli eventi trent’anni dopo l’originale. Il film è deliberatamente lento, ok? Ma scorre senza ammorbare. Al contrario, più va avanti più ricco diventa.

A ‘sto punto, per quel che mi riguarda, Blade Runner 2049 è un film riuscitissimo. Paragonarlo al Blade Runner del 1982 per me non ha senso. Il film di Villeneuve si regge sulle sue gambe, per meriti propri. Riprende e pone le domande sollevate trentacinque anni fa, ma con intelligenza e a modo suo.

Bene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay tuned, ma soprattutto Stay Retro.

 

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