BARGAGLI, 23 VITTIME PER IL TESORO NAZISTA

BARGAGLI, 23 VITTIME PER IL TESORO NAZISTA

Bargagli è un nome forse più noto all’estero che in Italia per la serie incredibile di omicidi che ha insanguinato questo paese di 2600 abitanti nell’entroterra ligure, a venti chilometri da Genova.
La catena di delitti durò dal termine della Seconda guerra mondiale fino agli anni ottanta: 23 vittime, nessun colpevole. Da noi non se n’è parlato molto, forse perché si aveva paura di diffamare la lotta partigiana contro il nazifascismo, ma questi delitti, in realtà, hanno ben poco a che vedere con la Resistenza.

Al tempo della guerra le ristrettezze economiche impongono il razionamento dei generi alimentari, ma contadini e allevatori non sempre sono onesti e così una certa quantità di cibo viene messa in vendita fuori dal circuito ufficiale, a prezzi maggiorati. La famigerata borsa nera è diffusa soprattutto nelle grandi città, perché in campagna si riesce comunque a mangiare a sufficienza.

Genova, per esempio, viene rifornita dal suo entroterra montuoso e proprio a Bargagli agisce la Banda dei vitelli. Un gruppo di uomini macella di nascosto gli animali mentre le loro donne, nascondendole sotto le ampie gonne, ne portano le carni al mercato nero del capoluogo ligure.

A tentare di opporsi a questo traffico ci sono il maresciallo dei carabinieri di Bargagli, Candido Camerieri, e l’appuntato Carmine Scotti. Quest’ultimo riesce ad arrestare una certa Maria, una delle donne che trasportano la merce proibita, e a farla condannare a due anni e mezzo di reclusione.

Dopo questo fatto apparentemente di poca importanza, i componenti della Banda dei vitelli, insieme ad altre persone, trafugano un favoloso tesoro dell’esercito tedesco: le due vicende, la borsa nera e il furto, si intrecciano tra di loro provocando un’interminabile scia di sangue, tra vendette e delitti commessi allo scopo di nascondere segreti inconfessabili.

Tutto inizia quando la donna pretende vendetta. Agli inizi del 1945 Maria, che nel frattempo è stata scarcerata, decide di sposarsi e chiede come “regalo di nozze” la testa dell’appuntato Scotti.
La situazione, in questi mesi, è cambiata. Con la guerra ormai agli sgoccioli, la Banda dei vitelli si è aggregata alle formazioni partigiane, soprattutto per sfuggire alle retate dei tedeschi e dei fascisti.

Anche l’appuntato Carmine Scotti, 52 anni, è entrato nella Resistenza, ma in una zona più a nord della Liguria. Il 14 febbraio 1945 il carabiniere viene attirato, con una scusa, a Bargagli.
Quando arriva davanti a casa sua, viene prelevato da uomini armati di mitra, legato a una stufa accesa e torturato per due giorni interi. Il suo corpo verrà ritrovato carbonizzato in un bosco.

Il 26 aprile 1945 un gruppetto di malviventi travestiti da partigiani preleva dalla caserma di Bargagli il maresciallo Candido Camerieri, il superiore di Scotti, e lo getta in un burrone. Il carabiniere finisce sfracellato sulle rocce.
Altri otto muoiono in questo modo.

Intanto, alcune migliaia di soldati tedeschi e di italiani ancora fedeli a Mussolini attraversano Bargagli per sfuggire dalla divisione Buffalo dell’esercito americano, divenuta celebre per il fatto di essere composta unicamente da figli di giapponesi nati negli Stati Uniti.

Durante questa fuga, il 27 aprile 1945, vengono abbandonate cinque camionette tedesche che si sono impantanate nel fango. Una sesta sbaglia strada e viene bloccata dagli ex componenti della Banda dei vitelli. I tre tedeschi a bordo vengono uccisi e quanto trasportano nel veicolo viene depredato, cosi come vengono svuotate le altre cinque camionette.

Cosa contenevano? Un autentico tesoro. 60 milioni di lire dell’epoca in banconote, oro e gioielli estorti agli ebrei, del valore di 50 milioni. E sterline d’oro equivalenti ad altri 30 milioni.
Per trasportare tutto questo, la Banda dei vitelli deve utilizzare otto cavalli e quattro muli.

A voler essere pignoli, anche i tre soldati tedeschi dovrebbero essere inclusi nella lista ufficiale dei morti innocenti, perché non sono stati uccisi in un’operazione di guerra, ma semplicemente per rapina.

Quando si deve spartire il bottino, in una casetta della frazione Sant’Alberto, quattro giovani vengono uccisi dai complici con alcune raffiche di mitra. La sera stessa, i loro amici si vendicano uccidendo altri quattro membri della banda. In totale, otto vittime.

Alla popolazione di Bargagli, che vorrebbe la sua fetta di torta, i finti partigiani prima dicono che quei soldi non valgono più niente e che li hanno presi solo per distruggerli. Poi spargono la voce che sono stati versati al Partito comunista, ma nessuno ci crede.
Di fatto, personaggi che fino a quel momento tiravano a campare, nel dopoguerra costruiscono palazzine, aprono negozi e ristoranti.

Passano gli anni e la vicenda del tesoro dei tedeschi sembra dimenticata. Ma non è così. Il 9 novembre 1961 il becchino in pensione Federico Musso, detto Dandanin, di 72 anni, viene trovato sotto un ponte con la testa fracassata. Dicono che è caduto, ma le bottiglie che aveva con sé sono intatte.
In passato l’uomo era stato interrogato dai carabinieri perché sospettato di essere coinvolto nella sparizione del tesoro nazista.

Il 17 dicembre 1969, il cadavere con il cranio fracassato di Maria Assunta Balletto, 65 anni, ex staffetta partigiana, viene trovato dall’amica Maria Ricci. Secondo il medico è un incidente, ma in molti pensano che si tratti, invece, di omicidio.

Il 20 aprile 1971 a essere trovato morto è il campanaro di Bargagli, Domenico Cesare Moresco, 71 anni.
Si stabilisce che è deceduto a causa di una caduta, ma la sua casa viene trovata in disordine come se qualcuno l’avesse perquisita.

Maria Ricci, 80 anni, l’ex partigiana che aveva scoperto il cadavere dell’amica Balletto, viene presa a sprangate. Sopravvive, ma sostiene di non ricordare chi l’abbia assalita.

Poco dopo viene brutalmente picchiato anche Gerolamo Canobbio, detto Draghin, ex partigiano di 76 anni.
Sopravvive pure lui, non fa nomi e spera di cavarsela come la donna, ma viene trovato il 13 novembre 1972 con il cranio sfondato.
Il 23 marzo 1974, il corpo di Giulia Viacava, detta Nini, viene rinvenuto sulla stessa strada dove nel 1961 era stato ucciso Federico Musso: la donna è stata colpita alla testa.

La magistratura finalmente si muove, comincia a pensare che tutte queste morti siano legate da un filo comune. Il sindaco di Bargagli reagisce protestando vigorosamente: con simili sospetti si vuole solo diffamare i cittadini del paese che hanno eroicamente combattuto durante la Resistenza.

Testimone chiave dell’inchiesta è Pietro Cevasco, che era l’amante della Viacava. Viene trovato impiccato il 25 gennaio 1976. Si dice che si sia suicidato, anche se ha segni di bastonate sul volto. Senza testimoni, l’inchiesta procede a rilento.

Carlo Spallarossa, 63 anni, è uno di quelli che hanno fatto fortuna dopo la guerra, anche se non risulta faccia alcun lavoro. Viene trovato decapitato il 18 giugno 1978.
Carlo Arena, 56 anni, emigrato da Catania ma molto vicino alle persone influenti di Bargagli, viene ucciso a fucilate il 10 novembre 1980.
Il 30 luglio 1983 viene uccisa a randellate sulla testa la baronessa Anita De Magistris, vedova di Paul Drews, ex ufficiale tedesco in servizio in Liguria durante gli ultimi giorni di guerra.

L’inchiesta sugli omicidi di Bargagli viene riaperta, malgrado le nuove proteste del sindaco che grida al complotto. Nel 1984 vengono spiccati sei mandati di cattura nei confronti di ex partigiani, chiamati così forse impropriamente dato che la maggior parte di loro era entrata nelle file della Resistenza esattamente cinque giorni prima della fine della guerra.
Sono accusati del primo delitto, quello dell’appuntato Carmine Scotti.

Emma Cevasco, che abita proprio di fronte alla casa appartenuta al carabiniere, muore cadendo dalla finestra. Per alcuni si è suicidata, per altri è stata eliminata in quanto testimone scomodo di quel delitto.

Si scoprono due altri omicidi misteriosi, oltre a quelli noti da tempo. Lino Caini, funzionario del comune di Genova, è stato ucciso nel 1944 mentre indagava con Scotti sulla Banda dei vitelli.
Raffaele Cevasco, pure lui coinvolto in questa indagine, è morto nel 1946 dopo essere stato torturato, proprio come Scotti.

Il 20 marzo 1985, alla periferia di Bargagli, viene trovato impiccato Francesco Pistone. Ennesima morte senza motivo noto di una persona che poteva sapere qualcosa di compromettente.

L’inchiesta della magistratura prosegue nelle mani del sostituto procuratore Maria Rosaria D’Angelo: vengono effettuati altri arresti ma, dopo la morte di 23 persone che in qualche modo erano implicate o sapevano qualcosa, trovare dei riscontri e delle prove è difficilissimo. E poi c’è quell’indulto emanato nel 1953 che condona le pene inflitte per tutta una serie di reati commessi durante la guerra. Di conseguenza gli indagati arrestati per i delitti di Bargagli ritornano in libertà.

A distanza di tanti anni, di colpevoli non ne sono stati trovati e le 23 vittime rimangono avvolte da un alone di mistero. Di certo, la scia di sangue provocata dalla Banda dei vitelli, iniziata per vendetta nei confronti dei carabinieri, ha poi coinvolto anche molti componenti di quel gruppo dopo la contrastata spartizione del tesoro tedesco.

A un certo punto la lunga catena di morti sospette si è interrotta perché gli assassini sono deceduti per cause naturali o perché sono diventati troppo vecchi per nuocere ancora.

Oggi, a Bargagli, in pochi ricordano quei fatti e nessuno ha voglia di parlarne.

 

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