BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

Barbara Bouchet, all’anagrafe Bärbel Gutscher, è una bella tedesca di Reichenberg (oggi Liberec), città dove è nata il 15 agosto del 1944 in piena Seconda guerra mondiale, in seguito naturalizzata italiana per meriti di spettacolo.
In realtà la nazionalità originaria di Barbara è cecoslovacca perché la sua città natale, oggi in Repubblica Ceca (un tempo Cecoslovacchia), era abitata da tedeschi.
Alla fine della guerra la sua famiglia viene espulsa dalla Cecoslovacchia diventata comunista, la quale vede nei tedeschi degli invasori. Dopo essersi rifugiata in un campo profughi tedesco, la famiglia si trasferisce negli Stati Uniti, prima a Five Points in California, quindi a San Francisco.

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

 

Barbara cresce come una ragazza nordamericana, tenta persino la carta di Hollywood come attrice modificando un troppo duro cognome germanico in un più gradevole e francesizzante Bouchet.
Lavora per la televisione statunitense dal 1959 al 1967, partecipando anche a un episodio della serie Star Trek come bionda aliena Kelinda.

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

La Barbara Bouchet attrice che conosciamo meglio e che ci interessa più da vicino è quella che sconvolge per bravura e bellezza gli spettatori italiani. La commedia sexy non sarebbe tale senza i suoi occhi azzurri, il suo fisico slanciato, i suoi lunghi capelli biondi.
Prima ancora non avrebbero avuto lo stesso conturbante sapore certi drammi erotici psicanalitici, il decamerotico, la commedia alta, di costume, persino politica, per tacere degli horror e dei thriller all’italiana con Fulci e Fernando di Leo.

Barbara Bouchet frequenta le riviste erotiche patinate, la televisione, il mondo delle palestre e delle fiction, che ancora oggi la vedono protagonista. Anche un regista-attore di successo come Checco Zalone, la pretende come simbolo di un passato da non dimenticare.

Barbara Bouchet sposa Luigi Borghese, dal matrimonio nascono due figli: Massimiliano e Alessandro (chef di successo).
Parlare in maniera diffusa di tutti i suoi film è impossibile. I primi lavori sono statunitensi e ci limitiamo a citarli: I guai di papà (1964) di Jack Arnold; La signora e i suoi mariti (1964) di J. Lee Thompson; I due seduttori (1964) di Ralph Levy; Scusa, me lo presti tuo marito? (1964) di David Swift; Donne, v’insegno come si seduce un uomo (1964) di Richard Quine; A braccia aperte (1965) di J. Lee Thompson; Prima vittoria (1965) di Otto Preminger; Agente H.A.R.M. (1965) di Gerd Oswald; James Bond 007 – Casino Royale (1967) di autori vari; La mano che uccide (1967) di Selth Holt (1967); Fino allo spasimo (1969) di Wray davis; Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata (1969) di Bob Fosse.

Barbara Bouchet inizia a recitare nei film italiani nel 1970, esplodendo nel 1972 su ben dieci pellicole. Vediamo le più interessanti.

 

Una cavalla tutta nuda (1972)

Il film di Franco Rossetti è il primo decamerotico, girato sull’onda del successo de Il Decameron di Pier Paolo Pasolini. Il decamerotico prende spunto da un modello colto, lo volgarizza e insiste soltanto sugli elementi farseschi ed erotici.

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

Barbara Bouchet è la presenza più intrigante della pellicola nel ruolo della cavalla nuda, ripreso da una novella del Boccaccio, che resta indelebile nell’immaginario dei ragazzini di quei tempi. Il decamerotico è l’antesignano della commedia sexy e in questo film la presenza di Renzo Montagnani, Don Backy e Leopoldo Trieste porta un tocco fresco di comicità.
Franco Rossetti è di Siena e spinge per una recitazione in toscano che ravviva la pellicola.

 

Milano calibro 9 (1972)

Diretto e sceneggiato da Fernando Di Leo, ispirandosi ai racconti di Scerbanenco. Fotografia di Franco Villa, montaggio di Amedeo Giomini, commento musicale di Luis Enriquez Bacalov, che compone una colonna sonora indimenticabile, eseguita dai New Trolls e dagli Osanna.
Interpreti: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Mario Adorf, Lionel Stander, Philippe Leroy, Frank Wolff, Ivo Garrani, Mario Novelli e Luigi Pistilli.

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

Di Leo legge Scerbanenco, ne assorbe l’ambientazione tra i navigli e le strade di Milano, racconta storie di piccoli malviventi senza futuro, di puttane, di tradimenti, violenza e inganni nel mondo della malavita.
Alcune scene erotiche tra la Bouchet e Moschin, un ballo sensuale nel night, completano una notevole trama poliziesca ricca di suspense.

Due uomini e una donna sono sospettati di aver fatto sparire trecentomila dollari, per questo motivo vengono torturati e fatti saltare in aria da alcuni malavitosi.
Ugo Piazza (Moschin) esce di galera e la polizia lo sorveglia perché è sospettato anche lui di essersi appropriato dei soldi. Rocco (Adorf), braccio destro del boss che si fa chiamare L’Americano (Stander), trova Ugo e lo fa picchiare a sangue.

Ugo chiede protezione al vecchio boss Don Vincenzo (Garrani) e al suo braccio destro Chino (Leroy), ma accetta di lavorare per conto dell’Americano. Nel frattempo frequenta Nellie (Bouchet), una vecchia fiamma che ritrova nel night dove lavora. Si verifica un conflitto a fuoco durante un agguato teso a Don Vincenzo, Ugo si rifiuta di sparare ma il vecchio boss rimane ucciso.

Nel frattempo spariscono altri trentamila dollari, sottratti all’Americano. Chino si vendica e con l’aiuto di Ugo ammazza L’Americano e parecchi suoi uomini, ma alla fine viene ucciso anche lui. Ugo si riprende i trecentomila dollari che aveva davvero fatto sparire nascondendoli in una casa diroccata.

Il finale è a sorpresa, perché si scopre che Nellie faceva il doppio gioco: era d’accordo con il suo amante Luca (che si era impadronito dei trenta milioni) per uccidere Ugo e prendersi i soldi.
Non è finita. Ugo viene ucciso da Luca, ma prima di morire uccide Nellie con un pugno e alla fine Rocco ammazza di botte Luca.
La polizia conclude la faida arrestando il malavitoso superstite.

Di Leo scrive Milano calibro 9 elaborando una trama autonoma ispirata dalla lettura di Stazione centrale ammazzare subito, uno dei racconti della raccolta dello scrittore di Kiev. Se si vuole, il film risente di altre ispirazioni che derivano da Vietato essere felici e La vendetta è il miglior perdono. Tutto qui.

Di Leo è autore in senso stretto, originale e autonomo da ogni tipo di influenza narrativa, per questo legge Scerbanenco, ma dopo lo rielabora e tira fuori un suo prodotto. Il debito con lo scrittore ucraino è soprattutto di atmosfera e di argomenti, perché entrambi raccontano storie di piccola criminalità ambientate a Milano.

Di Leo compie un’operazione difficile ma perfettamente riuscita come quella di trasportare le atmosfere violente del western nel noir metropolitano. La cosa migliore del film è una perfetta ambientazione milanese, tra piazza del Duomo, navigli, notturni suggestivi e risvegli nebbiosi in una città grigia e fredda.

La fotografia di Villa immortala una Milano by night cupa e viziosa, nelle mani di una malavita sempre meno romantica. Il pregevole commento musicale di Bacalov sottolinea i momenti topici della pellicola, realizzando un crescendo di tensione.

Le scene girate in interni sono molte, la teatralità è una caratteristica dei lavori del regista pugliese che utilizza gli studi della Dear Film per le scene con dialoghi non sempre convincenti. Le scene di violenza efferata la fanno da padrone, vedendo protagonista soprattutto Mario Adorf, killer al servizio di un boss che agisce dietro le quinte.

Tra gli attori spicca un grande Gastone Moschin, perfetto come Ugo Piazza, un duro destinato alla disfatta, un uomo del nord, freddo, calcolatore e imprevedibile. Mario Adorf è altrettanto bravo ed è il suo opposto meridionale, un uomo forte, violento, brutale (doppiato da Stefano Satta Flores), forse il vero protagonista del film.
Barbara Bouchet è una stupenda ballerina di night che, in una scena memorabile, danza coperta soltanto da un vestito di perle.

 

Alcuni anni dopo di Leo scriverà un romanzo tratto da questo film: Da lunedì a lunedì, l’arco di tempo in cui si svolgono le gesta di Ugo Piazza che va incontro al suo destino.
Fernando di Leo dice in una intervista a Nocturno Cinema: “Moschin aveva fatto solo film comici. Adorf me lo inventai. Leroy aderì subito al personaggio e la Bouchet ebbe l’ambiguità necessaria … lavorammo bene fin da quando mi innamorai del titolo e acquistai il romanzo … ma di Scerbanenco c’è poco, qualche spunto; scrissi io tutto il plot, i dialoghi, le psicologie, l’ambientazione”.
Per il regista Stelvio Massi questo film è il capostipite di tutto il filone del poliziesco all’italiana.

 

Valeria dentro e fuori (1972)

Brunello Rondi è un altro regista interessante che la Bouchet incontra e che la guida prima in un intenso dramma psicologico come Valeria dentro e fuori, poi in un decamerotico di buon livello (Racconti proibiti… di niente vestiti).

Valeria dentro e fuori approfondisce un tema che caratterizza tutta l’opera di Rondi, perché è incentrato su problematiche intimistiche e sul carattere di una donna. Interprete principale (nei panni della svedese Valeria) è una stupenda Barbara Bouchet, forse nel film più scabroso della sua carriera, che passerà in televisione solo in una versione tagliata.

BARBARA BOUCHET, LA BIONDA VENUTA DAL NORD

La bella attrice non è molto considerata dalla critica che la giudica interprete leggera, da commedia sexy, ma per questo film fa un eccezione, Biraghi su Il Messaggero scrive: “Una Bouchet che non è mai stata così espressiva giungendo a dare di Valeria un ritratto completo, dai turbati smarrimenti alle torve convulsioni da ossessa”.

La stessa Bouchet ama molto Valeria dentro e fuori al punto di confessare a Pulici & Gomarasca su 99 Donne: “Quello era un film con scene erotiche ma assolutamente drammatico, io interpretavo una pazza, e potevo anche dar prova delle mie qualità recitative, non solo mostrare il mio corpo…”.
Mereghetti aggiunge: “Resta convincente la prova della Bouchet che si spoglia, ma accetta anche di imbruttirsi, e possiede un’energia di rado mostrata nella sua carriera”.

Barbara Bouchet è un’attrice affascinante e brava che dà il meglio di sé nel genere comico erotico, ma in questo caso regala un’interpretazione insolita che si ricorda con piacere.
Da segnalare che in futuro rifiuterà i ruoli erotici lasciando che attrici come Corinne Clery e Stefania Sandrelli interpretino al posto suo film di successo come Histoire d’O (1975) di Just Jaeckin e La chiave (1983) di Tinto Brass.

Pier Paolo Capponi è un credibile marito, compositore d’avanguardia che non vuole figli a ostacolare il successo e finisce per far impazzire completamente la moglie. Rondi tratteggia bene un carattere cinico ed egoista sin dalle prime sequenze. Capponi obbliga la moglie a fare la lampada perché non la vuole troppo bianca e pretende che parli in svedese mentre fanno l’amore perché si eccita in questo modo.

Il regista padroneggia bene la tecnica del flashback che utilizza per far capire le frustrazioni infantili di Valeria. La donna è ossessionata dal sesso fin da bambina, ha visto i genitori mentre facevano l’amore ed è rimasta turbata. La musica sperimentale e lugubre di Bixio accompagna il crescendo di follia di Valeria, pervasa da orribili sogni e desideri irrisolti.

La donna è vittima della sua frustrazione, diventa ninfomane, si concede a un operaio, a un collega giapponese del marito e persino al cognato in ascensore. Rondi abbonda in dissolvenze e immagini oniriche della Bouchet che sogna un delicato rapporto distesa in un prato con un uomo in kimono, ma anche in primissimi piani sugli intensi occhi azzurri dell’attrice.

Il crescendo di follia è descritto con abilità, la Bouchet dà prova di grandi capacità recitative nella scena del bicchiere rotto, ma pure quando uccide un pesce rosso e mette candele davanti alla foto del marito. I suoi occhi sono spiritati, la risata folle, il carattere tratteggia improvvisi alti e bassi di umore. La parte girata in manicomio è la migliore per realismo e intensità narrativa.
Le suore infermiere rappresentano il lato negativo del potere, ma Rondi punta il dito anche su medici ottusi che non lavorano sulla psicologia preferendo farmaci e punizioni.

Le parti oniriche sono ottime, rappresentano il sogno di maternità frustrato di Valeria che vede se stessa vestita di bianco, incinta e donatrice di esistenza.
Erna Schurer (Emma Costantino) interpreta un’altra malata di mente vittima di oscuri sogni e immagini di uomini che entrano in camera per violentarla. La sua interpretazione è ottima ed è una perfetta spalla della Bouchet all’interno di un manicomio che presenta una serie di tipologie psichiatriche ben caratterizzate.

La Bouchet è imbruttita dal trucco, giorno dopo giorno la sua follia peggiora a contatto con un ambiente dove può solo degradarsi. Il cinico marito va a farle visita, la spia da una vetrata, non deve farsi vedere per ordine del medico, in realtà non gli interessa più di tanto. Per lui la vista del manicomio è solo fonte di ispirazione musicale, è il male puro, senza attenuanti, senza ipocrisia.

Il marito ha un’altra donna nella sua vita e la moglie è soltanto un problema. Il manicomio è descritto con crudo realismo e il regista riesce a fare un serio discorso contro le cure psichiatriche praticate in una struttura semicarceraria. Un degente si eccita con le bambole, un’altra recita da soprano, altri ancora mangiano ridendo con occhi spenti ed espressioni allucinate.

Valeria decide di fuggire, fa l’amore sopra un camion con altri uomini, finisce per dormire come una bestia tra mattoni, terra e cani. Alla fine viene ritrovata dagli infermieri, lacera e sporca, ridotta a una larva incapace di reagire in mezzo alla follia dei degenti.

La desolazione del manicomio è ben descritta, tra persone annullate nella loro volontà, assurde punizioni, camicie di forza e punture lombari. Rondi porta la lezione neorealista all’interno di un ospedale psichiatrico e la contamina con un discorso politico-sociale. La sequenza di lotta in giardino tra la Schurer e la Bouchet è perfetta come indice di totale follia e vede protagoniste due donne che si contendono il ruolo di Madonna.
Nel finale vediamo Valeria costretta a restare in manicomio, ma una dissolvenza onirica mostra la donna che stringe in braccio un figlio e abbandona sorridendo l’ospedale.

La pellicola vede tra gli interpreti Claudio Gora, Umberto Raho, Maria Mizar, Liliana Pacinotti e Rosemarie Lindt.
Brunello Rondi sceneggia con la collaborazione dello psicologo Aldo Semerari, che lo aiuta nella costruzione del carattere di una donna repressa dal marito nel desiderio di maternità. Rondi prosegue un discorso critico nei confronti della borghesia italiana, ma fa pure una denuncia nei confronti degli ospedali psichiatrici.

Mereghetti concede una stella e mezza a un film che giudica irrisolto, enfatico, gridato, sensazionalista, ambiguo nelle premesse (tradizionaliste) e negli effetti (Valeria rimane sempre un oggetto sessuale e nulla più).
Ottime le musiche sperimentali di Franco Bixio, ma anche la fotografia di Claudio Racca non è da sottovalutare.

Il titolo originale del film doveva essere semplicemente Valeria, ma la produzione pensò bene di aggiungere un ammiccante dentro e fuori per richiamare un pubblico maggiore.

 

Racconti proibiti… di niente vestiti (1972)

Un decamerotico superiore alla media dei prodotti del periodo, soprattutto perché non si limita a volgarizzare il discorso pasoliniano. Brunello Rondi scrive e sceneggia il film con la collaborazione di Roberto Leoni e Gianfranco Bucceri. Produce Oscar Brazzi.

Interpreti: Rossano Brazzi, Barbara Bouchet, Ben Ekland, Janet Agren, Mario Carotenuto, Leopoldo Trieste, Tina Aumont, Enzo Cerusico, Silvia Monti, Antonio Falsi, Michael Forest, Monica Strebel, Magali Noël, Edda Ferronao, Venantino Venantini, Karin Schubert, Didi Perego e Paola Corazzi.

Lo schema è tipico del decamerotico e la struttura è quella del film a episodi sviluppati secondo i racconti del pittore Ser Lorenzo (Brazzi) per iniziare alla sessualità il giovane allievo Uccio (Ekland).
Il filo conduttore della storia si basa sulla scommessa di Ser Lorenzo, che vorrebbe sedurre l’incorruttibile Lucrezia (Bouchet).

I racconti vedono protagonista Janet Agren in uno speciale ius primae noctis, Mario Carotenuto come frate dedito più al sesso che alla preghiera, Tina Aumont nei panni di una maga vendicativa di un inetto aiutante (Cerusico), Antonio Falsi sodomizzato da un marito cornuto e Monica Strebel come morte affascinante e procace.

Brunello Rondi, che non fa mistero di ispirarsi a Pier Paolo Pasolini, realizza un bel quadro godereccio del periodo storico, ma non si lascia prendere la mano dalla volgarità. Le belle presenze femminili sono molte, i nudi non sono mai integrali e le scene vengono realizzate con buon gusto.

Mereghetti giudica divertente solo l’episodio di Brazzi che seduce la Bouchet, mentre il resto è poca cosa, sia per intreccio che dialoghi.
L’episodio che vede protagonista Barbara Bouchet è il più spinto, anche se l’erotismo sadomasochista di cui è pervaso resta sempre a livello di intuizione essendo molto suggerito.
Ricordiamo con piacere Mario Carotenuto nei panni di un santone furbo e godereccio, mentre miracola in maniera molto carnale una sposa che non può avere figli.

Nel film di Rondi notiamo molti elementi che anticipano la commedia sexy, soprattutto la sequenza con la donna sopra una scala e l’uomo sotto di lei intento a spiare.
La pellicola è girata con attenzione ai particolari, grande cura formale e ottima ricostruzione degli ambienti medioevali. I racconti ispirati a Boccaccio vengono ben sceneggiati, le comparse sono scelte con attenzione: i loro volti ricordano i personaggi di Pasolini.

Il decamerotico è uno dei primi sottogeneri erotici che nasce in Italia prendendo spunto dalla Trilogia della vita pasoliniana, ma è anche il primo a morire lasciando presto il passo alla commedia sexy. In meno di quattro anni vengono realizzate decine di pellicole di diverso valore artistico, molte davvero tirate via.
Il film di Rondi resta tra i prodotti migliori, come cast, sceneggiatura e realizzazione fotografica del Medio Evo.
Il regista va oltre la comicità sboccata e le trame semplici che coinvolgono mariti cornuti, mogli assatanate, frati impenitenti e suore lascive.

 

La dama rossa uccide sette volte (1972)

Il film di Emilio Paolo Miraglia è un thriller gotico interpretato da Barbara Bouchet, Ugo Pagliai, Marina Malfatti, Sybil Danning, Marino Masé, Pia Giancaro e Carla Mancini.
Il soggetto piuttosto confuso è opera del regista che scrive la sceneggiatura con la collaborazione di Fabio Pittorru.

La storia prende le mosse da un’antica maledizione francese dei Wildenbruch: ogni cento anni la dama rossa si reincarna in una sua discendente e ammazza innocenti per vendicarsi di essere stata uccisa dalla sorellastra, chiamata la dama nera.
Il film è composto da uno scorrere di omicidi efferati e di sospetti all’interno di un claustrofobico castello gotico. Ugo Pagliai sospetta che la posseduta possa essere la moglie Barbara Bouchet.

Miraglia realizza un finto horror ambientato in tempi moderni, che volge al thriller poliziesco stile Dieci piccoli indiani. Possiamo definirlo un film gotico perché l’atmosfera macabra è presente in ogni scena e c’è pure la maledizione che viene dal passato. Non manca la suspense e il colpo di scena giunge al termine di un percorso intenso, forse in modo costruito e contorto, ma senza dubbio non lascia indifferenti.

Elementi erotici si fondono a momenti macabri, così come desta interesse la continua caccia al colpevole che potrebbe essere uno spettro come un umano. Il film è più un thriller psicologico che un horror, soprattutto perché la storia della maledizione e la messa in scena della dama rossa nascondono squallidi motivi di interesse ereditario.

Molto suggestivo l’antefatto con le due sorelline che litigano davanti al quadro delle due dame leggendarie e il racconto del nonno sulla maledizione del castello. Le apparizioni della presunta dama rossa sono interessanti momenti horror, sia perché uccide in maniera efferata, sia per la risata ghignante che accompagna i suoi passi.

La mano guantata del killer ricorda i lavori di Mario Bava e molti sexy thriller italiani, mentre il folle incappucciato che si aggira per le stanze del castello è un elemento gotico. Non mancano cripte, pipistrelli, antiche scale, ragnatele, topi, tombe scoperchiate, cadaveri che vengono dal passato.
Il finale è da incubo, tra topi che invadono le stanze e un torrente d’acqua che allaga e sconvolge. La scoperta del vero omicida che si nasconde dietro una maschera è un ottimo colpo di scena.

 

Non si sevizia un Paperino (1972)

Secondo molti critici si tratta del capolavoro di Lucio Fulci. Da questo film in poi orrore e sangue circolano sempre più nelle pellicole del regista.
Il film parla di bambini strangolati, affogati, barbaramente uccisi e l’indagine condotta dalla polizia porta a sospettare prima dello scemo del paese, poi di una maciara (una specie di strega) e infine di Patrizia, una ragazza bella e ricca con problemi di droga.

Alla fine si scopre che l’assassino è il prete, reso folle dal suo credo religioso portato alle estreme conseguenze. Non voleva che i ragazzi crescessero per corrompersi con il sesso e con la vita, pretendeva che restassero puri come da bambini a giocare a calcio sul sagrato della chiesa.
L’ambientazione della pellicola è a dir poco perfetta. Pare di assaporare gli odori e di toccare con mano un estremo Sud depresso, in preda a superstizioni e diffidenze.

Ricordiamo una sequenza incriminata del film, quella che noi ragazzi degli anni settanta abbiamo visto con morbosa passione: Barbara Bouchet (la ricca Patrizia) completamente nuda sdraiata sul divano e un bambino che serve la colazione. La sequenza è la sola parte del film che contiene un alto grado di erotismo malsano.
La donna incita il bambino a guardarla, gli chiede quante ragazze ha avuto, domanda se gli piace il suo corpo, lo provoca.
Barbara Bouchet è sensuale e maliziosa in una scena che costa il sequestro del film.

 

Forse la produzione inserisce la sequenza per scatenare un caso e aumentare l’interesse intorno alla pellicola, anche perché in sede di giudizio si dimostra con facilità che non era un bambino a recitare ma un nano. Domenico Semeraro, “il nano della Stazione Termini”, caratterista cinematografico ucciso negli anni ottanta in un tragico fatto di cronaca.

Fulci descrive la vita quotidiana del pese con pennellate da vero maestro, fino al primo omicidio di un bambino strangolato nel bosco. Viene rinvenuto in un lavatoio il corpo massacrato di un secondo bambino che, come il primo, non presenta tracce di sevizie. La telecamera di Fulci insiste sulla maciara e sui malefici riti con bambolotti e spilloni.

Il regista presenta don Alberto Mallone, il prete del paese interpretato da un giovanissimo Marc Porel, intento a pregare sulla tomba del bambino ucciso. Conosciamo anche il giornalista-detective interpretato da un giovanissimo Tomas Milian.
Il parroco confessa al giornalista di conoscere tutti i bambini del paese, gioca a calcio con loro sul campetto dietro la chiesa. Si lascia andare a una critica dei tempi moderni, così tristi e senza morale, con la gente che va al cinema, guarda la televisione e compra giornali osceni.

Il prete aggiunge che grazie a lui e al suo amico edicolante “certe riviste” non arrivano in paese. Quando passa Patrizia con una sgargiante minigonna rossa il prete è in forte imbarazzo. Il giornalista ironizza che con lei in paese la morale è in pericolo, mentre la ragazza si prende gioco di don Alberto chiedendo quando i preti potranno sposarsi.

Barbara Bouchet interpreta il personaggio di Patrizia, ragazza di buona famiglia, ricca e viziosa, finita in certi giri di droga, che il padre ha spedito al paesello per tenere sotto controllo. Patrizia diventa amica del giornalista e si confida con lui, ma quando muore strangolato nel bosco un terzo bambino la polizia comincia a sospettare di lei, che non ha un alibi per la notte dell’omicidio.
Il bambino ucciso è proprio quello che l’ha vista nuda, il giorno prima aveva fatto un disegno che ritraeva le forme di una ragazza.

Le indagini subiscono una svolta dopo il funerale del terzo bambino, quando una telecamera riprende la maciara mentre entra in chiesa e ne esce quando una donna del pubblico grida che l’assassino è tra loro. Un mago locale che tutti chiamano zio Francesco conferma che la donna è una maciara, che fa strani riti e stregonerie.
Durante l’interrogatorio la maciara confessa di essere l’assassina e di aver mandato la morte sui tre bambini colpevoli di aver profanato la tomba del figlio. Aggiunge che non ha strangolato nessuno, lei ha chiesto a zio Francesco come si faceva e ha inviato una maledizione sui ragazzi.

Stupenda interpretazione di Florinda Bolkan, che recita una scena di epilessia da manuale e racconta la sua fattura di morte a base di spilloni e pupazzi. Procuratore e maresciallo comprendono che hanno a che fare con una pazza invasata, ma non è l’assassina.
La maciara viene liberata, ma la superstizione popolare l’ha condannata e subito dopo quattro uomini la massacrano a colpi di bastone e catene di ferro.

La scena dell’omicidio della maciara è una delle più violente e ben girate del film, cruda al punto giusto, realistica, credibile. Si intravede la bravura di un regista che sarà capace di realizzare capolavori di splatter e di gore. La donna muore nel cimitero del paese sotto i colpi che la sfigurano e che lacerano le carni, per contrasto una radio a tutto volume diffonde la voce di Ornella Vanoni che intona la romantica Quei giorni insieme a te di Riz Ortolani.

Notevole pure la scena che riprende la maciara mentre si spinge a fatica fuori dal cimitero e va a morire sulla tomba del figlio. Il giudizio del procuratore è l’accusa lanciata da Fulci: “Abbiamo costruito le autostrade ma non abbiamo sconfitto la superstizione”.

A questo punto i sospetti sono tutti su Patrizia e il regista è bravo a farlo credere, inquadrando la Bouchet mentre compra una bambola alla sorellina sordomuta del prete e subito dopo mentre si fa aiutare da un bambino per cambiare una gomma alla sua auto sportiva.

Nel frattempo don Alberto sta cercando lo stesso bambino perché sa che è andato a spiare le prostitute (“Così giovane e già così corrotto”, mormora). Il giorno dopo il bambino viene trovato affogato nel fiume e sul luogo del delitto il giornalista recupera l’accendino d’oro di Patrizia (soltanto lei si potrebbe permettere un Cartier).

Tutto è contro la donna, persino l’amicizia con zio Francesco, la passione per la magia nera e il vizio di fumare marijuana. La svolta decisiva per le indagini è la testa di un Paperino ritrovata sul luogo del delitto, una testa di Paperino che Fulci utilizzerà come omaggio al suo film più famoso nel successivo Lo squartatore di New York.
Il Paperino è un pupazzo della sorella sordomuta del prete, una bambina di sei anni che ha visto l’assassino uccidere e ha imitato la stretta al collo sul bambolotto facendone cadere la testa.

Donna Aurelia (Irene Papas, poco utilizzata), la madre del prete, ha paura e scappa sulle montagne per portare via la bambina da casa. Lei sa che suo figlio è pazzo e che la ucciderebbe di sicuro. Don Alberto insegue la mamma e le strappa la figlia per cercare di gettarla nel dirupo.
Il finale è drammatico. Patrizia e il giornalista arrivano in tempo per bloccare il prete al culmine della follia religiosa. “Non posso lasciare che mi fermino, io li amo come fratelli e non abbandonerò i miei fratelli”, dice mentre la bambina è sospesa nel vuoto.
Il giornalista gli toglie la bambina dalle mani e, dopo una scazzottata, il prete ha la peggio e precipita nel vuoto. Il folle don Alberto voleva impedire ai bambini di crescere e di avere una vita da adulti, un forte senso del peccato sfociava in follia omicida.

Un film notevole, sia per la forza e per la violenza esplicita di alcune scene (il massacro della Bolkan, i bambini uccisi…), sia per il messaggio critico verso una società provinciale e bigotta. Da non dimenticare una perfetta ambientazione in un realistico Sud e una costruzione senza sbavature da thriller orrorifico che fa conoscere l’identità dell’assassino solo nelle ultime sequenze.

 

La calandria (1972)

Barbara Bouchet nel 1972 incontra anche Pasquale Festa Campanile, uno dei nostri scrittori-registi più interessanti degli anni settanta-ottanta. La sua produzione ha sviscerato la problematica erotica in tutte le sfaccettature possibili e immaginabili, dal decamerotico alla commedia, passando per il cinema di stupro e vendetta.
La commedia sofisticata resta la sua forma di espressione artistica più congeniale, spesso tratta da romanzi di successo e da sceneggiature originali. La calandria è la messa in scena cinematografica di una commedia cinquecentesca scritta da Bernardo Dovizi, detto Il Bibbiena, modernizzata secondo i canoni di un decamerotico alto, citando Boccaccio a piene mani.

Lando Buzzanca è Livio, il solito sciupafemmine, un rubamogli, come viene definito da Giusi Raspani Dandolo (moglie di Calandro) nella pellicola, condannato alla berlina per un rapporto erotico con la moglie (Bouchet) di Ferruccio (Gelli), il signorotto locale. A un certo punto si invaghisce di Fulvia (Belli), una ex novizia, moglie ingenua del vecchio e impotente Calandro (Randone), fino a scommettere con Ferruccio che riuscirà a portarsela a letto.

Per riuscire nello scopo, si traveste da donna e si fa assumere da Calandro come insegnante di buone maniere al servizio della moglie. Comincia la commedia degli equivoci con Calandro che si innamora dell’improbabile donna e Buzzanca impegnato ad amoreggiare fino allo sfinimento con la moglie e con tutta la servitù.

Uno scherzo di troppo nei confronti di Ferruccio (farà possedere sua moglie da tutti gli sgherri del signorotto, con l’inganno che si tratta della calandria) gli costerà caro: finirà per perdere gli attributi virili, triturati da un marchingegno infernale.

Pasquale Festa Campanile gira una divertente e riuscita commedia in costume, più che un semplice decamerotico, caratterizzata da una grande cura formale e da una ricostruzione storica perfetta. Non è il solito Buzzanca-movie, anche se in quel filone contiamo alcune commedie interessanti.

La città di Pienza e le colline senesi sono la location ideale per lo svolgimento della storia, ma anche costumi, abbigliamento e interni (negli studi De Paolis) sono realizzati con precisione certosina.
Commedia classica che anticipa elementi della commedia sexy, molto casta (si vede appena un seno nudo della Belli) nonostante il tema, zeppa di doppi sensi erotici, forbiti e colti, con rimandi ai testi classici.

Pochade in costume alla Feydeau, con scambi di camere e di coppie, travestitismo e qui pro quo, sguardi intriganti dal buco della serratura, equivoci erotici arricchiti da dialoghi metaforici sul sesso.
Campanile usa lo zoom per seguire i personaggi, ma ai tempi era un modo consueto per girare, cita Boccaccio e la novella di Calandrino con un irresistibile Salvo Randone che le prende a più non posso quando crede di essere invisibile.

Gli attori sono molto bravi. Lando Buzzanca è perfetto nel ruolo da amante infaticabile, in questo caso non siculo, ma un furbo toscano che in abiti femminili si esprime in veneto.
Salvo Randone interpreta da consumato attore di prosa la parte di un vecchio impotente, credulone e rincoglionito, vessato dalla madre, che si fa prendere per il naso da moglie, signorotto locale e amante della consorte.

Mario Scaccia è un medico credibile e strampalato, pure lui attivo nel gioco delle beffe nei confronti del povero Calandro. Agostina Belli, anche se Marco Giusti su Stracult la giudica inadatta al ruolo, esprime bene quel mix di candore puritano e di malizia erotica richiesto al personaggio.
Barbara Bouchet è sempre vestita ma la sua sensualità rimane indiscutibile e vince alla grande la sfida erotica con la rivale.

Un film da rivedere, che presenta molti motivi d’interesse per la storia del cinema di genere italiano, nella fase di passaggio dal decamerotico alla commedia sexy.
La pellicola riscuote un buon successo di pubblico, ma non di critica, che non ama il filone boccaccesco. Esce in Spagna come La cortesana.
Lando Buzzanca afferma di aver montato il finale che immortala la triste fine di Livio quando perde gli attributi e non apprezza per niente la recitazione della collega Agostina Belli.

 

Gordiano Lupi, autore dell’articolo, ha scritto “Gloria Guida, Il sogno biondo di una generazione”, La cineteca di Caino

 

 

 

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