GLI AUTOMI DEL SEICENTO DI BRACELLI

GLI AUTOMI DEL SEICENTO DI BRACELLI

Sulle quattro facciate del suggestivo Palazzo della Civiltà Italiana, a Roma, punta di diamante del Razionalismo italiano e anche teatro di numerose produzioni cinematografiche, c’è un’iscrizione scolpita nel travertino che dice: “Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori“.

È risaputo, l’Italia è un paese che ha dato negli ambiti più diversi e, forse perché ha dato così tanto, molte delle figure che hanno spiccato nel corso della storia sono state dimenticate.

Per assurdo, di alcune di queste figure eccezionali se ne parla all’estero e mai in Italia. Restano nell’oblio e soltanto qualche raro addetto ai lavori se ne ricorda pur essendo entrate nell’immaginario collettivo nazionale. A questo proposito ogni tanto mi viene in mente quello che mi diceva un esimio antiquario di Liverpool: “Gli italiani sono istruiti senza saperlo. Dovunque si girino ci sono capolavori. Non se ne accorgono perché sono così abituati a vivere nella bellezza che ci poggiano uno sguardo veloce e via. Sanno, e non sanno di sapere: riconoscono la bellezza per intuito”.

Chi non conosce o non abbia visto almeno una volta, per esempio, questa bellissima incisione che rappresenta un alfabeto costruito con corpi umani?

È uno degli alfabeti figurati di Giovanni Battista Bracelli. Ne incise anche con richiami naturali di foglie fiori e frutta, oppure con sirene abbarbicate a rami.

Bracelli, detto anche Il Bigio, fu un pittore e incisore fiorentino. Si pensa abbia vissuto tra il 1584 e il 1650, sia la data di nascita che quella di morte non sono accertate. Sorvolo sull’abilità pittorica per richiamare subito la sua importanza artistica nell’ambito dell’incisione perché fu, oltre che stupefacente e originale, addirittura avveniristico.

Italian Academy, New York.
Creata nel 1991, è l’attuale sede della storica Casa Italiana, fondata nel 1927 all’interno del Dipartimento italiano della Columbia University, e che si occupa degli Studi Italiani in territorio statunitense.

In tempi recenti, di lui ha parlato Anna Mariani, docente di Storia del disegno e della Grafica d’arte all’Accademia di Brera, nel 2011 a New York. In quell’occasione si stava tenendo la New York Antiquarian Book Fair, l’annuale e importantissima manifestazione antiquaria internazionale, e la storica libreria antiquaria Pregliasco aveva organizzato presso la sede newyorkese Italian Academy un evento, anzi, una vera e propria lecture, con lo scopo di celebrare la tradizione libraria italiana. Parallelamente si affiancava un ulteriore motivo all’evento: il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

La relazione di Anna Mariani verteva sul Bracelli, dove lei identificava l’artista fiorentino come un precursore del surrealismo, con un particolare riferimento a Salvador Dalì.

Ne uscì un articolo su Il Giornale dell’Arte (n. 309, maggio 2011), di Vittorio Bertello. Non esattamente una rivista di grande impatto mediatico, se vogliamo guardare. Peccato, perché sarebbe stata una bella occasione, invece, per smuovere le acque stagnanti delle proposte informative culturali della stampa di massa. Perché la gente senz’altro ne sarebbe stata incuriosita, dal momento che le immagini di Bracelli arrivano come un colpo allo stomaco allo sguardo dei contemporanei.

Ma come può essere che un pittore del Seicento venga indicato come un precursore del surrealismo?

Planète/Pianeta, N. 3, lug. ago. set. 1964.

Procedendo a ritroso, dobbiamo arrivare al 1975 per sentirne parlare di nuovo, ad opera di uno storico dell’arte francese, Maxime Préaud, il quale pubblicò Bracelli, gravures (Paris, Chene, 1975), in cui venivano riprodotte sue opere d’incisione, oltre a quella di cui parleremo.

Ma il vero exploit si era avuto ancora prima quando, nel 1964, di Bracelli ne aveva parlato Pierre Restany, noto critico d’arte francese, sulla strepitosa rivista Planète/Pianeta (n. 3), fondata da Jacques Bergier e Louis Pauwels, gli autori del leggendario Il mattino dei maghi, un testo che fece scalpore e introdusse l’idea di realismo fantastico (per capire a grosse linee che cos’è il realismo fantastico, o realismo magico, basti pensare al romanzo Cent’anni di solitudine dello scrittore colombiano Gabriel Garcìa Màrquez).

In questo articolo, dal titolo Disegni di 340 anni fa, il critico d’arte introduce Bracelli partendo da un elogio ai bibliofili, ai librai e agli editori d’arte, i quali contribuiscono al “nostro tentativo di risveglio tra il pubblico di una nuova sensibilità”. Perché proprio in quel periodo un editore e bibliofilo francese, Alain Brieux, aveva messo a disposizione del pubblico un inedito gioiello librario, cioè l’opera intera di 50 incisioni di Giovanni Battista Bracelli intitolata Bizzarrie di varie figure, con prefazione scritta da Tristan Tzara, poeta e saggista di lingua romena e francese nonché uno dei fondatori del Dadaismo. L’opera riportava Le Bizzarrie in fac-simile, riprodotte integralmente dall’esemplare della collezione Rosenwald (depositato presso la Biblioteca del Congresso), e ritenuto l’unico completo degli unici sei esemplari conosciuti. Ma la pubblicazione, oltre che costosa, uscì a numero limitato.

“Bizzarrie di varie figure, di Giovanbatista Bracelli pittore fiorentino”, incisione di apertura all’opera, che funge da titolo.

In realtà, la sua prima riscoperta era avvenuta nel 1928 grazie a un articolo comparso sulla rivista parigina L’Amateur d’estampes, fondata nel 1921 e ancora attiva negli anni Trenta; e poi ancora di Bracelli se ne parla l’anno dopo nella rivista statunitense Print Collector’s Quarterly, attiva dal 1911 al 1950, grazie a un articolo di Kenneth Clark.

Insomma, il Nostro ha sempre colto la curiosità di francesi e statunitensi, ancora oggi, ma poco o quasi nulla dei suoi compaesani.

Complice fu anche il totale oblio in cui era entrato presso gli antichi biografi.

Dopo la seguente e brevissima carrellata con alcuni esempi mirati di avanguardie del Novecento, andiamo finalmente a guardare alcune tavole incise da Bracelli nelle Bizzarie.

Fortunato Depero: Motociclista, solido in velocità, 1923.
Olio futurista.

Pablo Picasso: Femme nue dans un fauteuil, 1909. Cubismo analitico.

Hugo Ball in costume cubista recita il poema Elefantekarawane al Cabaret Voltaire, Zurigo, 1916.

Raoul Hausmann: Testa Meccanica, 1920. Movimento Dada. 

Marcel Duchamp, Nu descendant un escalier, olio dadaista, 1912.

Max Ernst: L’éléphant Célèbes, o Elefante Celebes, 1921. È ritenuta un’opera che fa da ponte tra lo stile dadaista e quello surreale di Ernst.

Salvador Dali : La ville des tiroirs, 1936. Opera surrealista.

Salvador Dalì: Rapsodia moderna, 1957.
Opera surrealista.

Qualcuno, nella fattispecie Antonello Bertieri (non sono riuscita a trovare tracce biografiche di lui), ha accostato Antonio Rubino, grande disegnatore italiano e uno dei primi collaboratori del Corriere dei Piccoli, a Bracelli. E con una certa cognizione di causa perché Rubino, in piena epoca cubista, diede alle stampe il personaggio di Quadratino, il monello che, a seconda delle malefatte, subisce una metamorfosi geometrica.

Il Corriere dei Piccoli, n. 40, 1910.

 

Le Bizzarrie di varie figure furono pubblicate a Livorno nel 1624 e dedicate a Pietro de’ Medici, figlio minore del granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici e di Eleonora di Toledo.

Contengono figure umanoidi costruite con i più diversi materiali, perfino utensileria da cucina. Sono esseri schematici, fantastici, alcuni ricordano in modo sorprendente i moderni robot.

Da un confronto con i maestri sopra, è facile capire perché Bracelli venga considerato un precursore, in particolare di cubisti e surrealisti.

Bracelli non si stupirebbe se, calatosi nei tempi moderni, vedesse questo esoscheletro robotico costruito per uso militare e industriale, o il cane robot soldato. Anzi, probabilmente sarebbe entusiasta di vedere tradotte in oggetti reali le sue visionarie intuizioni.

Da dove gli arrivarono queste visioni?

Sembrerebbe che Bracelli non abbia conosciuto le opere di Giuseppe Arcimboldo, il pittore milanese a lui contemporaneo, famoso per le composizioni burlesche fatte con elementi in comune, fossero oggetti o altro.

Tutti conoscono Il bibliotecario, costruito con insiemi di libri.

Arcimboldo, Il Bibliotecario, 1566.

O i suoi dipinti costruiti con composizioni di frutta e verdura.

L’Ortolano o Ortaggi in una ciotola, Natura morta reversibile.

Potrebbe essere probabile che, invece, abbia visto le opere del pittore ligure Luca Cambiaso. In particolare i suoi studi i quali, in linea con il nostro argomento, vengono anche loro citati come anticipatori delle avanguardie novecentesche, soprattutto il cubismo.

Qui uno studio di Cambiaso.

Luca Cambiaso, Studio di volumi.

E qui un’incisione di Bracelli.

Giovanni Battista Bracelli, Acrobazie di sei figure cubizzanti, acquaforte, 1624.

D’altronde la forma cubica era stata studiata da Luca Cambiaso che aveva continuato gli studi di Michelangelo, quest’ultimo teso ad adattare la figura umana entro il cubo, considerato la figura geometrica perfetta. O perlomeno, il tema di dibattito per i pittori manieristi dell’epoca era quanto il cubo (e la sua rappresentazione piana, il quadrato) fosse la rappresentazione armonica ideale e l’archetipo essenziale entro cui costruire la figura umana.

Risulta evidente, quindi, che Bracelli non potesse essere all’oscuro di tale problematica.

Altre incisioni tratte da Le Bizzarrie.

 

 

Un’altra fonte di ispirazione per il nostro artista incisore potrebbe essere stata anche una vocazione tecnologica, poco nota ma antichissima, che si riscontra in parecchie culture, anche molto diverse tra loro, accomunate dalla stessa passione e perizia nel costruire automi.

Gli automi, cioè congegni semoventi non elettronici, bensì meccanici, spesso costruiti in forma umana o animale, hanno infatti un’origine molto antica.

Nel bacino mediterraneo se ne ha testimonianza fin dall’epoca alessandrina (III secolo avanti Cristo). Di solito rappresentavano idoli religiosi, giocattoli oppure erano strumenti costruiti con lo scopo di dimostrare principi scientifici. E li troviamo ancora nella Grecia antica.
Automi dell’antica Cina sono descritti nel Libro del vuoto perfetto, di Liè Zii (III secolo a. C.).
Nell’VIII secolo l’alchimista islamico Giabir ibn Hayaan inserisce in un suo trattato la descrizione per costruire esseri umani artificiali.
Compaiono anche in Giappone, nel Periodo Edo, cioè dall’inizio del 1600.
In Europa, le invenzioni si susseguono nel corso dei secoli. E naturalmente anche Leonardo si cimentò: in alcuni suoi appunti sono stati scoperti i disegni per la costruzione di un cavaliere meccanico in armatura, in grado di fare movimenti elementari.

Però qui si apre materia non per un articolo ma per interi saggi. Mi limito a pubblicare tre immagini di automi.

Quello che mi premeva è far notare come certi automi di forma umanoide si ritrovino nelle figure incise da Bracelli. E come una tradizione inventiva così antica potrebbe avere influito nell’immaginario dell’incisore.

Automa giapponese a forma di scatola, Periodo Meiji, seconda metà dell’Ottocento.

Jacques de Vaucanson: l’anatra-automa, 1739. Riproduceva il ciclo digestivo.

Innocenzo Manzetti: Automa che suona il flauto, 1849.

La stessa tradizione inventiva che sta sfociando oggi nella costruzione dei cosiddetti androidi.

Sophia, androide della Hanson Robotics, modellato sul volto di Audrey Hepburn. È in grado di emulare 62 espressioni facciali. Capisce, impara e si adatta al suo interlocutore.

Per capire quanto i francesi ritengano importante e originale Giovanni Battista Bracelli, basti pensare che in epoca recente gli hanno dedicato uno splendido mazzo di carte da gioco.

Pubblicate dall’editore Dussère in edizione limitata, sono ispirate all’opera di Bracelli e riprese da Pascal Morabito, un designer che alla fine degli anni Novanta era ancora un perfetto sconosciuto e che, poco dopo, diventa una pop star del design. Il perché ce lo spiega Antonio Sgobba, in un suo articolo pubblicato nel Sole 24 Ore: A me gli occhi consumatori (inserto culturale del 28 ott. 2013).

Carte da gioco di Pascal Morabito, ispirate all’opera dell’artista italiano Giovanni Battista Bracelli (Paris, Dussere).

Il testo di presentazione alle carte da parte dell’editore francese è il seguente (Ça va sans dire, non c’è bisogno di dirlo):

J’ai le plaisir de vous présenter le jeu exceptionnel dont les honneurs sont réalisés à partir de gravures originales de Giovanni Battiste Bracelli exécutées en Italie au XVIIe siècle et conservées à la bibliothèque nationale de Paris.

E qui un omaggio a Bracelli, Homage to Bracelli, da parte di Morabito, dove sono mostrate alcune sculture realizzate nel 1988 sulla base delle incisioni del fiorentino.

Pascal Morabito: Homage to Bracelli.

Bracelli ha dato grande estro anche al famoso fotografo statunitense Rowland Scherman che, su ispirazione dell’Alfabeto figurato di Bracelli, nel 1975 riprodusse quelle che sarebbero state le sue Love Letters, cioè sfruttò nei suoi scatti veri corpi umani per creare le lettere dell’alfabeto.

Rowland Scherman. Dal volume Love letters, an anthropomorphic alphabet, 1975.

Concludo con le parole del già citato critico d’arte Pierre Restany: “ Artista anodino, avventuriero oscuro, il pittore fiorentino Giovan Battista Bracelli ha posto il meglio di se stesso in cinquanta tavole che tutto votava all’oblio, (…): e che domani, tuttavia saranno celebri. Miracolo? No, non vi è nessun miracolo nel caso di questi Bracelli, personaggi sconosciuti della storia, ma prodigiosamente liberi in ispirito, attraverso i secoli, della Resistenza Permanente all’Inerzia Intellettuale.

Mi chiedo che cosa avrebbe pensato Bracelli nel vedere i suoi straordinari fantocci guerrieri resistere e dominare perfino oltre oceano… tranne che nel suo paese natale.

 

 

 

 

 

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