IL DISIMPEGNO ANNI OTTANTA DA ZANARDI AI PANINARI

Zanardi negli anni ottanta

Per capire gli anni ottanta bisogna partire dalla fine dei settanta.
L’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse fu un punto di svolta. Nei mesi successivi a quel maggio del 1978 l’Italia fu teatro di una serie di riforme sociali. In quello stesso mese nel quale fu trovato il cadavere dello statista democristiano si svolse alla Camera, e poi in forma più blanda al Senato, la battaglia dell’aborto.

Le soglie degli anni ottanta

Il leader democristiano Giulio Andreotti, dopo la vittoria nel referendum, firmò la legge che introduce l’aborto in Italia il 22 maggio 1978.
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La settimana dopo il Parlamento approvò quella che fu chiamata la legge Basaglia. Franco Basaglia era uno psichiatra teorico della deistituzionalizzazione. La legge Basaglia, ispirata al suo pensiero, chiudeva i manicomi e introduceva l’idea che la malattia mentale dovesse essere assistita all’interno della società. L’Italia fu il primo paese al mondo a dotarsi di una legge simile.
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In luglio, il Parlamento approvò la legge dell’equo canone, che limitava fortemente il diritto di proprietà sulle abitazioni. Decretava che l’affitto delle case non è a libero mercato ma è a prezzi fissi stabiliti dallo Stato. Prima di dicembre vennero riformati i patti agrari e venne modificato anche il diritto di famiglia.
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In dicembre arrivò a conclusione la riforma sanitaria. Affermava il principio del diritto alla salute e alle cure gratuite.
Questa attività riformista ebbe l’effetto di stemperare le forti tensioni sociali che avevano caratterizzato il periodo precedente e di guidare il paese fuori dagli anni di piombo.

I paninari

Dopo l’uccisione di Aldo Moro, bersaglio preferito per la sua posizione di potere della contestazione iniziata nel 1968, il movimento giovanile praticamente scomparve.
Vediamo le trasformazioni degli anni ottanta attraverso la toponomastica di Milano. A piazza San Babila c’era il luogo di ritrovo dei giovani di estrema destra chiamati “sanbabilini”. Poco distante piazza Santo Stefano, uno dei tanti ritrovi dei giovani di estrema sinistra.
Nel 1979 alcuni giovani liceali cominciano a ritrovarsi in un luogo nuovo del centro: in piazza Liberty, dietro Corso Vittorio Emanuele, attorno al bar “Al panino”. Fu uno dei nuclei che diedero origine al fenomeno milanese dei cosiddetti paninari, formato inizialmente dai sanbabilini meno politicizzati e poi da giovani completamente spoliticizzati.
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Dal dicembre 1977 era arrivata sugli schermi italiani la serie televisiva “ Happy days”, una situation comedy che ricostruiva il “Sogno Americano” cosi come era stato vissuto da quella generazione di adolescenti che crebbe nella luminosa e prospera epoca degli anni cinquanta.
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La serie divenne molto popolare tra gli adolescenti italiani che si misero in cerca di locali dove poter ricostruire le atmosfere che si vivevano da Arnold’s, il locale dove erano ambientate le storie di Happy days. Cominciarono così a nascere le prime paninoteche dove si potevano gustare i panini all’americana, hamburger e hot dog.
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All’inizio questi giovani milanesi appartenevano esclusivamente ai ceti alti che frequentavano i licei privati Gonzaga e Leone XIII, che si ritrovava in vacanza a Cortina e a Santa Margherita Ligure. Poi la moda si diffuse a macchia d’olio prendendo forma un processo di uniformazione sociale. Alla fine i giovani superarono le contrapposizioni ideologiche del passato e si ritrovarono accomunati attorno all’intenzione di rigettare ogni forma di impegno politico.

La generazione x

Negli anni tra il 1978 e il 1983 avvenne il passaggio tra la generazione dei cosiddetti baby boomers e la generazione X. Dal romanzo cult di Douglas Coupland che diede finalmente un’anima ai nati nel ventennio 1961-1981, forse la generazione più ignorata del Novecento, schiacciata tra il sogno americano e l’incubo dell’attentato alle Torri gemelle. “Losers”, perdenti compiaciuti, soddisfatti di essere insoddisfatti, ambigui e contraddittori, in bilico fra autodistruzione e affermazione di sé.
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“Vite piccole e di periferia”, ai margini, gente che ha deciso di non partecipare alla gara, che cerca deliberatamente di nascondersi, rintanata in qualche lavoretto. I Mcjob, li chiama Coupland: “Impiego e paga irrisoria, basso prestigio, bassa dignità, bassa realizzazione e senza futuro”.

Se i baby boomers amavano i Beatles, alla generazione X piacciono i Joy Division e il suo leader, bello e suicida, Ian Curtis. Una gioventù malinconica e autoreferenziale, smarrita fra le droghe e la paura di innamorarsi. “Siamo troppo privi di opinioni per esprimere preoccupazione e ci mostriamo studiatamente enigmatici e indecisi”, dichiarò Brett Easton Ellis, autore di “Meno di zero”.

Malati di doriangrayismo, ossessionati dall’idea di invecchiare, furono la prima generazione capace di superare il complesso di Edipo per approdare a quello di Narciso, come spiega il critico letterario Emanuele Trevi.

La Milano da bere

In questo periodo nacque il mito della cosiddetta “Milano da bere”, espressione coniata per lo spot dell’amaro Ramazzotti. Furono gli anni dell’aperitivo mentre la vita diventava più frenetica che mai. Sembrava non esserci più il tempo di tornare a casa, si cominciava a bere e a spizzicare al tramonto e poi la movida andava avanti fino alle prime luci del mattino.
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Furono gli anni di locali come il Nephenta, il Santa Tecla e specialmente del Vogue Club, la discoteca che lanciò quella parvenza di esclusività che caratterizza i locali più cool. Da lì passavano tutti quelli che contavano, era una specie di paradiso artificiale per i cosiddetti vip. In questi luoghi lavoro e divertimento si combinavano, dando vita a un mix sorprendentemente efficiente: uomini in giacca e cravatta, politici, imprenditori e modelle si riunivano e si mescolavano fra i componenti dei varie settori che fecero di Milano la capitale del boom di quegli anni. Boom prodotto dall’ottimo andamento dell’economia mondiale e dal raddoppiamento del debito pubblico italiano a fini elettorali, problema che ci portiamo ancora dietro e che si aggrava sempre di più.
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La moda e il made in italy si affermavano sempre di più a livello mondiale, e spingevano Milano al centro dell’attenzione. Due volte all’anno, in occasione della Settimana della moda, la città diventava un vero e proprio centro internazionale riempendosi di eventi, cocktail party, personaggi famosi, modelle e dei cosiddetti “modellari”: ragazzi di buona famiglia e dalla buona disponibilità economica sempre a caccia di modelle.
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Simbolo della fine di quel mondo ambiguo e contraddittorio, fu il tragico epilogo della maledetta serata del 25 giugno 1984, quando l’aspirante modella Terry Broome strafatta di coca e di alcool sparò al playboy Francesco D’Alessio al petto e alla tempia uccidendolo.

I cantori di un’epoca

In quegli anni molti vissero con dolore il passaggio dall’impegno degli anni settanta e il disimpegno degli ottanta. Tra questi giovani ci furono due artisti dal destino tragico che descrissero nelle loro opere quello che provavano sulla propria pelle. Furono il fumettista Andrea Pazienza e lo scrittore Pier Vittorio Tondelli. Andrea Pazienza registrò in presa diretta la Bologna del movimento del ’77 nella sua opera prima “Le straordinarie avventure di Penthotal”.
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Nelle pagine iniziali racconta l’infatuazione per il movimento del ’77 che pian piano diventa delusione e sofferenza. Poi l’incontro con la droga con la comparsa nelle vignette dei cucchiaini da tè, dei lacci emostatici e dei teschi imbruniti. Il lucido sorgere di una consapevolezza che si trattava di un ballo con la morte. Quando nel 1981 arriva Zanardi la trasformazione è già avvenuta, il Zanna è già l’uomo nuovo, l’uomo del disimpegno, è già un perfetto rappresentante della generazione X.
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Pier Vittorio Tondelli è generalmente designato come il cantore del disimpegno e del ritorno alla vita dopo il decennio dei bui anni settanta, caratterizzati da uno spirito contestatario dall’aria creativa, ma anche asserragliati in una atmosfera “ipnotizzata dalla violenza”.
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L’approdo al disimpegno non fu nemmeno per Tondelli privo di dolore, si percepisce il travaglio di quel difficile periodo quando lo scrittore emiliano confessa: “Come se ognuno di noi fosse contento di questa carnevalata malinconica e disperata che sono gli anni ottanta. Se l’euforia giovanile degli anni settanta ha prodotto la tragedia, la tragedia degli anni ottanta (non c’è niente di nuovo, niente per cui valga la pena di vivere) produce soltanto la farsa dei travestimenti e degli equivoci”.

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