TUTTO IL PEGGIO DEGLI ANNI NOVANTA

TUTTO IL PEGGIO DEGLI ANNI NOVANTA

I ruggenti anni novanta. Sì, ma perché parlarne?
Sostanzialmente perché l’altro giorno, tornando a casa, ho incrociato per puro caso un vecchio amico che non vedevo da ‘na cosa come millemila anni. Allorché, tra una chiacchiera e un convenevole, siamo finiti con lui che mi raccontava di come il figlio, appena adolescente, scassava il… chiedendo insistentemente un paio di jeans perché entrato in quella fase tipicamente puberale dove tramite lo sfoggio di “oggetti-feticcio” si ottiene un certo prestigio sociale, l’integrazione e il consolidamento della “posizione” all’interno del gruppo di suoi simili brufolosi.
Tutti siamo passati in questa fase e perciò, mentre l’amico parlava, molto elegantemente mi è salito uno di quegli alienanti flashback dove ho rivisto me stesso a dodici-tredici anni e come, più o meno allo stesso modo e per gli stessi assurdi motivi, lo scartavetrassi senza pietà ai miei. Insomma, mi sono passati davanti agli occhi gli anni novanta. A questo punto, indossiamo il mantello di Capitan Senno-di-poi e andiamo a buttare l’occhio sugli inenarrabili orrori e sulle agghiaccianti mode di quegli anni ignoranti.

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Cerchiamo di darci una linea di condotta, provando a ricostruire una tipica giornata adolescenziale tra il 1990 e il 1999.
In primis, sul comodino al fianco del letto non c’era poggiato lo smartphone come oggi, che suona la sveglia con la canzoncina carina che hai messo tu. All’epoca a buttarti giù dal letto c’erano le radiosveglie. Il bello di questi affari era la “scelta” che ti offrivano: praticamente potevi impostare la sveglia su “Alarm”, dove venivi svegliato di soprassalto da una specie di allarme antincendio che ti mandava nel panico, oppure selezionare “Radio”. Peccato che ogni stazione si prendeva a schifo e perciò all’ora impostata partiva a bomba il delizioso suono di scarica statica che ti faceva sbarrare gli occhi tipo Nosferatu il vampiro.

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Sopravvissuto alla stramaledettissima radiosveglia, controvoglia e ancora suonato, vai in bagno a fare le consuete abluzioni mattutine. Mentre ti lavi i denti ti guardi allo specchio e cerchi di dare un senso a quel coso morto sulla testa che chiami capelli. Non è il mio caso, ma per buona parte di questo decennio fra i ragazzi ha fatto furore la riga al centro. ‘Sto taglio, considerando tutta la popolazione mondiale, sta bene forse a circa tre persone in totale. I migliori campionissimi, comunque, erano quelli coi capelli ricci che tentavano disperatamente di ammaccarsi la parrucca appiccicandosela al cranio con kg di gel. Il risultato era un tragicomico incrocio tra Ugo Foscolo e un bastoncino di zucchero filato.

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Ovviamente, ce n’era anche per le ragazze. Gli incidenti con la lacca per replicare, nella migliore delle ipotesi, il ciuffone di Kelly Kapowski non si contavano. Magari ad alcune riusciva, e stava anche bene. Per il resto…

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Com’è come non è, anche se il ciuffo alla Kapowski ha tenuto banco per un bel po’, alla fine venne soppiantato dai fermacapelli “a farfalla”. A un certo punto ovunque ti girassi vedevi teste piene di questi affari in plasticaccia colorata che personalmente ho sempre trovato alquanto imbarazzanti.

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Tornando a noi, emerso dalla sala del trono di ceramica, ti rendevi conto che la cosa te l’eri presa un po’ troppo a largo e magari era il caso di darsi una spicciata. Ergo, con tutta la scioltezza e la disinvoltura che solo chi si muove in mutande può avere, la prima cosa che facevi era controllare lui: lo zaino. In questo caso oggetto al centro di molte dispute genitori-figli, che le tensioni tra il partito bolscevico e il regime zarista era ‘na roba da “volemose bene”.
In ogni caso, questi affari nel 1990-1991 costavano all’incirca sessantamila lire. Uno dei più quotati in assoluto era l’Invicta Jolly. Sinceramente ‘sto coso disegnato da un daltonico l’ho sempre trovato accattivante quanto le panciere della nonna.

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Dopo aver controllato che l’oggettistica scolastica fosse a posto e, naturalmente, fatte le consuete preghiere propiziatorie affinché nessuno a scuola ti interrogasse, era il momento di vestirsi. Aprivi l’armadio e bam! Afferravi quella elegante come un occhio nero tuta in acetato, che c’avevi il paio di ore di “educazione fisica” da fare e quindi, arrivavi a scuola che era un trionfo di colori pacchiani. Praticamente tutti avevano queste tute. I più fashion poi, sfoggiavano quelle della Diadora, residuato bellico dei mondiali del 1994 che alcune fra le sacche di resistenza più ardite hanno continuato a indossare fino agli inizi del 2000.
A oggi comunque sono capi quotatissimi in molte campagne dell’Est europeo.

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Uscito finalmente di casa, quando avevi fatto tutto per tempo c’era la possibilità di beccare la coincidenza delle 07:30, ovvero tuo padre che, ammesso e non concesso gli girasse dritta, ti accompagnava con la diligenza. La prima cosa che facevi, per la gioia di un uomo che sta andando a lavoro di primo mattino con lo stomaco riempito a 3/4 solo di caffè, era accendere l’autoradio a tutto volume, cercando di beccare quella voce da papera di Pezzali che, all’incirca nel 1993, starnazzava “Tappetini nuovi Arbre Magique deodorante appena preso che fa molto chic” . Al di là di questo, menzione speciale va anche al grande Mauro Repetto, cofondatore degli“883” il cui ruolo era quello di “tenere il palco”, agitandosi come uno che c’ha la sindrome di Tourette.
In fondo erano altri tempi, perché probabilmente oggi a fare una cosa simile presumo si verrebbe abbattuti come un cavallo zoppo. 

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Passando oltre la giornata scolastica, arrivava il pomeriggio. Fatti i compiti era il momento di tirare fuori l’agendina e attaccare la pippa al telefono per organizzare la “compagnia”. Naturalmente, messa a cuccia la tuta in acetato da agricoltore moldavo, era tempo di agghindarsi.
Per buona parte dei 90’s, metti un po’ gli strascichi dell’assurdo “movimento paninaro” del decennio precedente, metti un po’ l’ignoranza, per il giovine di tendenza che non si faceva vestire dalla mamma col maglioncino e i polacchini scamosciati, il modello da seguire era il “Jovanotti filo-americano”. Il peggio si raggiunse comunque con quel cesso di cappellino “Boy”.

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Anche le ragazze non è che scherzassero a vestirsi di merda. Se la prima metà degli anni novanta vedeva le tizie di “Non è la Rai” a farla da padrone, con le bretelle in combo sui jeans ascellari alla Fantozzi, il culmine lo si raggiunse al giro di boa, quando nella seconda metà del decennio fecero la loro comparsa le “Spice Girls”

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“If you want my future, forget my past If you wanna get with me, better make it fast” cantavano.
Eh…e voglio ben dire. In pratica, ci trovavamo negli anni del famigerato “Girl Power”, cosa che non era ‘sta gran novità siccome a sdoganare il concetto c’avevano già pensato Cyndi Lauper prima e Madonna poi con “Girl just wanna have fun” e “Like a Virgin”.
Ad ogni buon conto, l’unico merito attribuibile alle Spice fu quello di far indossare alle giovini donne italiche del tempo scarpe allucinanti modello Boris Karloff. Il meglio era quando a qualche festa beccavi la tipa con ‘ste scarpe che cercava di fare la sensuale, ma vista la limitazione di movimento degli arti inferiori data dalle zeppe, pareva di essere aggrediti da un procione paraplegico.

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Sì parlava di “appuntamento ricreativo fra giovani” o semplicemente di festa, se preferite.
Di solito, il motivo era il compleanno di un amico e il luogo casa sua. Fin qui ci siamo. Cosa accadeva però quando tutto ciò si svolgeva in un luogo diverso, tipo localino pezzente di luogo di villeggiatura?
Il genitore apprensivo anni novanta come riusciva a tener a bada le sue ansie date da visioni apocalittiche in merito al figlio, viste probabilmente nei fondi della tazza del caffè?
Nel 1996-1997 fece la comparsa il famoso “Motorola StarTac”, apripista dei successivi strumenti di localizzazione genitoriali. Il problema, però, era che ‘sto cesso lo avevano in pochi, figuriamoci metterlo in mano a un adolescente. Allora che si faceva?

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Niente. Eri tu che dovevi metterti alla ricerca di una cabina telefonica (pulita). Ti venivano consegnati una manciata di gettoni, che a muoverti tintinnavi come un cazzo di portachiavi umano, e avevi l’imperativo di fare rapporto a orari prestabiliti. Pena per la mancanza del compito, un logorante pippone che non finiva più. Ah! Unitamente a questo, se poi ti capitava male che la visione nel fondo della tazza era stata particolarmente allucinante, tipo quella più quotata cioè il rapimento finanche compiuto da misteriose forza aliene, ti beccavi pure un paio di schiaffoni.

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A questo punto, facciamo che non c’erano feste a cui andare o nulla da fare. Perciò, trascorso il pomeriggio, finalmente giunge la sera e, come se non ne avessi già avuto abbastanza, ti metti davanti al televisore. Uno dei programmi che più ti faceva sclerare, era sicuramente il “The Lion Trophy Show”. All’epoca, tipo il 1995 o 1996, o comunque giù di lì, sembrava una gran figata futuristica. Peccato che poi il numero da chiamare per partecipare a ’sta cazzata ti costava quanto un mutuo.

Bene, direi che a questo punto la giornata si è conclusa, e dopo il film delle ore 20:30 si andava a dormire che il giorno dopo ripartiva tutta la manfrina.

 

Fonte: Il Sotterraneo del Retronauta.

 

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