ANIMALI SELVAGGI, LO SQUALO E I SUOI FRATELLI

ANIMALI SELVAGGI, LO SQUALO E I SUOI FRATELLI

Scimmie antropomorfe, felini, anfibi, pesci, rettili, insetti, aracnidi, canidi, uccelli… non ci sono animali che al cinema non abbiano conosciuto una declinazione mostruosa.
Sul grande schermo fantastico degli anni settanta-ottanta gli animali diventano ultra-violenti: invadono le spiagge prendendosela con bagnanti e pescatori, seminano scompiglio nelle città distruggendo ponti e grattacieli, assalgono innocue famigliole in gita campestre. I cani si trasformano in feroci assassini, e anche i micetti sanno il fatto loro, tramutati in fiere ungulate come nemmeno il peggiore dei predatori. Per tacere di serpenti, api, topi, alligatori ipertrofici e, se ancora non basta, persino delle rane.

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L’intera fauna diventa selvaggia, non senza qualche ragione, da rintracciarsi nella disinvoltura con cui la razza umana amministra la natura e le così dette specie inferiori. L’istinto di sopravvivenza degli animali, sommato allo stress da reificazione circense (King Kong, Yeti Il gigante del XX secolo), ai maltrattamenti, all’abbandono sistematico (Il branco), alla sperimentazione genetica (Pirana), non può che generare mostri. Poiché la migliore difesa resta l’attacco, gli animali assassini colpiscono una progenie umana affetta da miopia eco-sistemica, capace di immolare l’ethos al diktat del profitto. L’avido Fred Wilson di King Kong umilia il gorilla trasformandolo in una pantomima di se stesso, a beneficio del pubblico pagante. In Tentacoli la piovra assassina impazzisce a causa degli ultrasuoni dei sismografi impiegati per la costruzione di un tunnel sottomarino. Ne Il branco il cucciolo che si unisce al gruppo dei randagi è stato abbandonato da padroni senza cuore all’inizio delle vacanze estive. E Richard Harris, ne L’orca assassina, uccide una femmina di orca incinta nel maldestro tentativo di catturarla e venderla a un circo acquatico. Sono solo alcuni degli esempi che portano acqua al mulino delle ragioni degli animali in rivolta. In altre parole: feroci sì, ma con l’attenuante della legittima difesa.

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Nel 1972 Frogs, di George Mc Cowan, evidenzia già i capisaldi del filone, inscenando la lotta senza quartiere tra fauna e genere umano. Benché datato e alquanto scialbo, il film si menziona in quanto topico del faunistico a seguire: l’immagine del paradiso incontaminato opposta a quella dei rappresentanti corrotti della specie umana, il padre-padrone cattivo che paga con la vita la propria cattiveria, la tensione che cresce in maniera esponenziale allo sviluppo della trama. In definitiva, non mancano le buone intenzioni, a latitare è piuttosto la suspense, e nemmeno le scene più cruente riescono a sollevare la situazione.

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Insolito e decisamente più suggestivo, soprattutto per le straordinarie riprese documentarie di Ken Middleton, è Fase IV: distruzione Terra, diretto nel 1974 da Saul Bass, che trova spazio all’interno del filone sci-fi della natura in rivolta anti-umana. Sottotraccia, la metafora delle formiche come massa prevaricante l’individuo si rivela come un’ipotesi di lettura tutt’altro che forzata.

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Ancora gli insetti, nella fattispecie una razza speciale frutto di radiazioni, sono protagonisti di Bug insetto di fuoco (Jeannot Szwarc) che, nel 1975, interseca fantascienza entomologa e polemica ecologista. Tratto da un romanzo di Thomas Page, La piaga Efesto, Bug è un film di fantascienza che omaggia il genere, soprattutto i b-movie anni cinquanta, con qualche buon momento spettacolare e una discreta regia al servizio della storia. Gli strani coleotteri che sputano vampe di fuoco dalla bocca sono una versione mignon dei vecchi godzilloni a raggi radioattivi di matrice orientale. Insomma, un film da rivedere, se possibile tenendo gli estintori a portata di mano.

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Il 1975 è l’anno de Lo squalo (Steven Spielberg), padre crudele di tutti i faunistici marini successivi. Il terrore emerge dall’oceano e ha le fauci spalancate di un enorme predatore bianco assetato di carne e sangue umani. Sin dalla sequenza di apertura, un catastrofico marino sostenuto da un formidabile senso della suspense e della narrazione, che crescono in parallelo all’incalzare della vicenda. L’eccezionale prova registica e l’omaggio dichiarato al Moby Dick di Melville dimostrano inoltre come un prodotto cinematografico. in apparenza solo spettacolare, possa ambire legittimamente a significati e valenze alte. Lo squalo, come incarnazione del Male assoluto, rappresenta uno dei mostri più paurosi che il cinema fantastico abbia mai conosciuto. Il film raggiunge presto un successo formidabile, proiettando il suo regista nell’olimpo dei re hollywoodiani. Mentre nelle spiagge di tutto il mondo scoppia la psicosi da squalo. Potenza della suggestione cinematografica.

Passeranno quattro anni (1979) prima che Jeannot Szwarc firmi la regia del secondo capitolo-fotocopia della saga. L’intreccio si snoda intorno alla figura di Brody, il poliziotto sopravvissuto al primo squalo, e alla sua ossessione per esso, vagamente achabiana. Il senso di già visto condiziona fortemente il giudizio complessivo sul film.

Il terzo capitolo della serie è del 1983. Esce in 3D e porta la firma di Joe Alves. Gli effetti subacquei tridimensionali immergono lo spettatore nel clima della storia. Personaggi e situazioni risultano però già ampiamente sfruttati.

A dodici anni di distanza dalla comparsa del primo squalo (1975-1987) Joseph Sergent si avventura nell’ultimo sequel (dei sequel) della serie, dirigendo Lo squalo 4 – La vendetta. Protagonista ancora un membro della famiglia Brody, il figlio minore, divenuto a sua volta capo della polizia votato alla caccia di pescecani. Nessun’altra menzione degna di nota.

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Cambiamo contesto: corre l’anno 1976 quando il produttore Dino De Laurentiis decide di azzardare il remake versione kolossal di King Kong, capolavoro fantastico diretto da Merian C. Cooper nel 1933. Per riuscire nell’impresa si affida ai trucchi di Carlo Rambaldi (Oscar per gli effetti speciali) e per la regia a un onesto specialista di film di genere come John Guillermin. Il pubblico accorre in massa e si commuove davanti alla versione della Bella e la Bestia prestata al catastrofico, parteggiando per il mostro dal cuore d’oro che nell’ultima scena si immola e sospinge la sua amata lontano dal pericolo. Proprio l’umanizzazione di Kong costituisce la trovata vincente di un film che diventa ben presto un successo mondiale, segnando sotto i migliori auspici il debutto cinematografico di Jessica Lange.

L’inevitabile sequel, per la regia dello stesso Guillermin, si farà attendere dieci anni, con esiti alquanto deludenti. Una trama pretestuosa e sconclusionata funge da impalcatura a questo secondo capitolo della saga di Kong. Il macchiettismo involontario di alcune situazioni, unito a una certa sciatteria nella scelta delle inquadrature sono tra i difetti più evidenti di un film improvvisato, senza nemmeno il fascino romantico di un b-movie.

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Un orso dalle dimensioni spaventose semina il terrore fra i campeggiatori di un parco nazionale americano. È questa la storia di Grizzly l’orso che uccide, diretto da William Girdler nel 1976. Secondo i soliti flani “È tutto talmente vero e terrificante che è quasi impensabile definire questo solo un film”. Infatti non lo è. Il grizzly di oltre tre metri (che si credeva estinto e invece se ne va a spasso ad ingozzarsi di appetitose famigliole americane) costituisce l’ennesimo rappresentante del sindacato “Natura in rivolta contro gli esseri umani”. La morale della favola è scontata. La paura, sceneggiatura a parte, non esiste.

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L’irriducibile Girdler ci riprova, l’anno dopo, con Future animals, esponente apodittico del filone eco-vengeance. “Questo film drammatizza quello che potrebbe succedere nel futuro prossimo qualora non facessimo niente per evitare che lo scudo protettivo del nostro Pianeta continui ad essere danneggiato”, così la frase di lancio in soccorso di un film dove l’introspezione latita e, quel che è peggio, anche la tensione. Fiacca, malgrado i propositi eco e l’originale ambientazione.

Le api diventano assassine in Bees lo sciame che uccide (Bruce Geller, 1976) che comincia con la collisione di una nave con un cargo brasiliano, il quale trasporta della frutta. Quando cominciano a verificarsi le prime morti si scopre che una particolare e pericolosissima specie di api brasiliane “viaggia” a bordo dell’imbarcazione speronata, e che a loro sono da addebitarsi i decessi. Ogni tentativo di distruggere gli insetti risulta vano e nemmeno l’intervento di un esperto entomologo non sortisce l’effetto sperato. Il finale aperto e, per una volta poco buonista, è la cosa più inquietante di un film per il resto alquanto impacciato.

Alla indipendente Bbc di Renato Barbieri e Luigi Cozzi si deve, nell’anno dello Squalo (1976), la diffusione in Italia di Sssnake, piccolissimo film del terrore con protagonista un rettile assassino. Immesso sul mercato italiano con il titolo più accattivante di Kobra è il tentativo di ripercorrere ulteriormente le orme profonde impresse dalla pellicola spielberghiana al filone animale. Solito il sensazionalismo promozionale che lancia la pellicola: “Più emozionante de Lo squalo. Più terrificante de L’esorcista”. I paragoni appaiono eccessivi.

Annunciato come la risposta italiana al King Kong delaurentiisiano, Yeti, il gigante del XX secolo esce sugli schermi nel Natale del 1977, segnalandosi come uno dei film più naif e rabberciati della storia del cinema. Lo stop frame di Mimmo Crao con pelliccia scimmiesca, tra grattacieli di cartone, acconciato come Fantozzi in versione elettrizzata, restituisce meglio di tante parole l’assoluta apoditticità del capolavoro trash di Gianfranco Parolini. In altri termini: come ridicolizzare un must delle leggende montanare.

Le profondità oceaniche, dal canto loro, celano altre insidie.
Come quelle che Michael Anderson, nel 1977, mette in scena con L’orca assassina, sfida spettacolare e senza esclusione di colpi tra un pescatore (Richard Harris) e un’orca assetata di vendetta per la morte della femmina incinta. Il gigantesco cetaceo distrugge tutto ciò che incontra e molto sangue dovrà scorrere prima che l’animale venga ucciso. Produce ancora Dino De Laurentiis. Se la trama, tratta da un romanzo di Arthur Herzog, è alquanto semplicistica e l’apologo improbabile, lo spettacolo è, di contro, notevole, sulla scorta di riprese marine di un certo fascino. Anche il faccia-a-faccia finale (in mare aperto, tra i ghiacci) tra il mostro e il pescatore garantisce momenti di alta tensione. Un cult delle neonate reti commerciali dei primi anni ottanta: Richard Harris, con tanto di scoppola alla pescatora calata sulla testa, che urla al pescione-assassino: “Ti ucciderò brutto figlio di puttana!”.

Tentacoli (1977), di Oliver Hellman (Ovidio Assonitis), segna il tentativo di inaugurare una via italiana al filone acquatico-catastrofico, imitando in tutto e per tutto gli americani nel canovaccio della storia come nell’effettistica spettacolare, inventandosi un sound-assony round (da notare l’assonanza col cognome del regista) che ottiene il risultato di stordire gli spettatori con il frastuono dei watt sparati al massimo. Un sensurround alla buona per un mostro di mare parente povero de Lo squalo, che però non dispiace.

Dal mare al fiume. Con un animale in scala ridotta ma non per questo meno temibile. Piraña di Joe Dante esce nel 1978 e rimane, a tutt’oggi, uno dei più riusciti della serie “la morte viene dall’acqua”. A effetto le sequenze sottomarine con i pesci carnivori in azione assassina. Produce Roger Corman, un nome una garanzia: Piraña è uno di quei film che più li guardi e più ti convincono. Non è tutt’oro quello che luccica però di pregi, soprattutto tecnici, ne ha davvero tanti.
Per inciso: i voracissimi piraña (volanti, stavolta!) torneranno a far parlare di loro all’inizio del decennio successivo, nel 1981, anno in cui sugli schermi di tutto il mondo esce Piraña paura. Dietro la macchina da presa, al suo esordio, il giovane James Cameron che molto tempo dopo tornerà al cinema delle catastrofi con l’ipertrofico Titanic.

Mare che vai pesce-assassino che trovi. Barracuda arriva nelle sale nel 1978 per la regia di Harry Kerwin (produzione tedesco-americana) come curiosa versione fantapolitica di thriller acquatico – più sulla scia di Piraña che de Lo squalo – realizzata in evidente ristrettezza di mezzi, ma sostenuta da un buon ritmo narrativo e da valide argomentazioni di denuncia socio-ecologica. Il racconto fantascientifico, che pure strizza l’occhio ai numerosi catastrofici sulla natura in rivolta, costituisce il pretesto per un messaggio di denuncia.

Un gigantesco sciame di api assassine, in Swarm: Incombe! (firma ancora lo specialista Irwin Allen), diffonde il terrore nel Sud-ovest degli Stati Uniti, assediando e distruggendo campagne e città. Comincia con una base militare e una famiglia di campeggiatori attaccata dalle api a Maryville, e finisce con l’Empire State Building che nereggia dello sciame. L’ultima speranza per l’umanità è riposta nel coraggio di uno sparuto gruppo di scienziati, rimasti da soli a combattere una disperata lotta contro il tempo e contro un nemico che riescono a comprendere solo in parte. Tratto da un romanzo di Arthur Herzog (lo stesso di L’orca assassina) Swarm Incombe! vanta un cast di attori stavolta ricco e sprecato (fra gli altri ci sono Michael Caine, Enry Fonda, Richard Widmark). Giocando sul fatto che il regista è lo stesso, i flani promettono “Più terrificante dell’ Inferno di cristallo!”. Ma non è vero niente.

In Dogs. Questo cane uccide! la maglia nera degli animali assassini spetta ai cani, trasformati in belve feroci a caccia di vendetta. Diretto da Burt Brinckerhoff nel 1976, il film viene distribuito in Italia soltanto un anno dopo, sulla scia del successo ottenuto da Il branco (1977), di Robert Clouse. Stesso argomento ma di più vasto consumo spettacolare, quest’ultimo narra l’assedio di un gruppo di villeggianti da parte di un branco famelico di cani randagi. Il film di Clouse si apre con l’immagine struggente di un cucciolo abbandonato in prossimità di un bosco dalla famiglia che lo aveva in cura. E si chiude con il piano ravvicinato di un uomo che accarezza un cane. Nei due frame è racchiuso lo spirito autentico del film: l’animale fedele, tradito dall’egoismo del padrone, gli si ribella con ferocia, ma soltanto perché spinto dalle circostanze e dalla fame. Tratto da un romanzo di David Fincher, Il branco è un catastrofico-faunistico ad alta tensione che non delude lo spettatore amante del genere.

Due rapide incursioni animali nei primi anni ottanta.

Ambientato in una Chicago notturna e terrorizzata, Alligator (1980), di Louis Treague, racconta le imprese (efferate) di un coccodrillo di fogna che divora non pochi malcapitati cittadini. Sulla strada del pericoloso rettile, ci sono le solite vittime predestinate e i soliti eroi senza macchia e senza paura. Il plot è implausibile quanto una leggenda metropolitana, ma il film tiene nel suo complesso. Merito delle trovate visive del regista che evocano un clima plumbeo e soffocante. Nemmeno i coccodrilli, soprattutto se popolano le fogne di grosse metropoli, sono da prendere sottogamba.

Wild Beasts-Belve feroci dell’italiano Franco Prosperi chiude di fatto, nel 1982, la fase aurea e sotto molti aspetti romantica del genere animali killer, destinato a tramandare propaggini di sé negli anni a seguire, ma con pellicole sempre più spurie e risultati poco convincenti sotto l’aspetto dell’incisività. Una tossina infiltratasi nel sistema idrico di una metropoli tedesca provoca negli animali del locale zoo comportamenti aggressivi, risvegliandone l’istinto di uccidere. La tragedia si innesca quando, a causa di un blackout, le chiusure elettriche delle gabbie scattano, mettendo in libertà decine di belve feroci che si riversano nelle città alla ricerca di prede umane. Questa, in spiccioli, la trama di Wild Beast, che segna il ritorno alla regia dell’ex frequentatore di mondo-movies. Nemmeno nella circostanza Prosperi rinuncia ai toni di (finta) denuncia tipici dei mondo, addebitando ai veleni tossici dell’industria l’impazzimento delle bestie feroci. Gli esiti sono, tutto sommato, apprezzabili. Soprattutto per via degli assalti degli animali assassini, filmati con realismo documentaristico. Nel gruppone delle wild beasts figurano anche orsi bianchi ed elefanti feroci. Per chi apprezza il genere, roba da leccarsi barba e baffi.

© Mario Bonanno

1 commento

  1. Per una spiegazione ‘diversa’ della rivolta animale contro l’uomo, vale la pena di leggere “Il Terrore” di Arthur Machen.

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