ANASTASIA, LA FIGLIA DELLO ZAR È VIVA?

ANASTASIA, LA FIGLIA DELLO ZAR È VIVA?

Nel febbraio del 1920 una giovane donna vaga sola per le strade di Berlino. Non ricorda chi sia, non ha documenti né soldi. Un poliziotto la vede barcollare sulla sponda della Sprea, il fiume che attraversa la capitale tedesca. In un attimo, la giovane si butta nelle acque gelide. Il poliziotto si tuffa e la trae in salvo. In ospedale, i medici non riescono a scucirle una parola: dice di aver perso la memoria.

Solo molto dopo, come raggiunta da un ricordo improvviso, grida: “Sono la duchessa Anastasia, figlia dello zar Nicola II, l’unica scampata all’eccidio di Ekaterinburg!”. Alle infermiere che accorrono, racconta di essere stata catturata dai rivoluzionari bolscevichi che l’hanno violentata e infine fucilata. Siccome era rimasta viva, avevano cercato di trafiggerla con una baionetta, ma la lama si era spezzata e lei, tutta sanguinante, era riuscita a scappare grazie all’aiuto di uno dei rivoluzionari, di nome Alessandro, che si era impietosito.
I medici dell’ospedale non le credono, la considerano pazza e la rinchiudono in manicomio.

ANASTASIA, LA FIGLIA DELLO ZAR

A sinistra la donna misteriosa tratta in salvo dalle acque della Sprea, a destra Anastasia

 

L’infanzia di Anastasia

Quello di Anastasia Romanov è uno dei grandi misteri dell’ultimo secolo, che ha ispirato vari libri e la celebre pellicola hollywoodiana, interpretata da Ingrid Bergman (che per quel ruolo vinse l’Oscar) e Yul Brinner.

Anastasia nasce nel 1901 a Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo), l’allora capitale russa. È la quarta figlia dell’imperatore, o meglio zar, Nicola II, ultimo erede della dinastia dei Romanov, e in quanto tale le spetta il titolo di granduchessa.
La sua nascita fa registrare un certo malcontento a corte: è la quarta figlia e in Russia le donne non possono governare (a meno che rimangano vedove dello zar).

Nicola II festeggia l’evento graziando gli studenti arrestati durante alcune manifestazioni di protesta. All’inizio del Novecento, diversi gruppi politici si oppongono allo zar perché rifiuta di cedere il potere al popolo e di fare eleggere un parlamento come in Europa occidentale.

Nelle stanze del palazzo, comunque, non arrivano gli echi della folla e Anastasia può crescere spensieratamente. Bella, bassina, ha gli occhi azzurri e i capelli biondo ramati. Rallegra la famiglia Romanov con i suoi scherzi: in particolare ama giocare con il padre, al quale è molto legata.

I genitori non la fanno vivere nel lusso: Anastasia e le sorelle dormono nella stessa camera, in brande senza cuscini, e hanno l’obbligo di riordinare la stanza da sole. L’acqua calda la possono usare solo la sera.
Poco portata allo studio, soprattutto negata per la grammatica, Anastasia cerca perfino di corrompere l’insegnante di inglese, offrendole un mazzo di fiorellini per farsi togliere un brutto voto.

ANASTASIA, LA FIGLIA DELLO ZAR
Invece ama le recite, dove dà sfogo a tutta la sua vivacità. A volte è fin troppo scatenata e finisce per provocare risse tra le cuginette e le sorelle. Di salute cagionevole, soffre di forti dolori alla schiena, per i quali necessita di continui massaggi.

Nel 1905, la madre, la zarina Alessandra, dà alla luce un maschio, al quale viene dato il nome di Alessio. Il bambino soffre di emofilia, una malattia che rende difficile la coagulazione del sangue: in teoria, potrebbe bastare una piccola ferita per farlo morire dissanguato.

La famiglia imperiale al completo

 

Nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale e ben presto cominciano a tornare i feriti dal fronte. Alcune stanze del palazzo imperiale vengono adibite a stanze d’ospedale.
Mentre la zarina e le figlie più grandi lavorano come infermiere, Anastasia, troppo piccola per aiutarle, si dà da fare scrivendo sotto dettatura le lettere dei convalescenti ai loro cari.

 

La fucilazione interminabile

Nel 1917, approfittando politicamente delle ristrezze causate dalla guerra, i militanti del Partito bolscevico, guidati da Lenin, riescono a prendere il potere nella cosiddetta Rivoluzione d’ottobre.
Lo zar Nicola con la moglie e i loro cinque figli vengono arrestati e imprigionati in una villa a Ekaterinburg, una città sperduta tra Europa e Asia.

Finita la Prima guerra mondiale, infuria quella civile tra l’Armata rossa dei bolscevichi, destinata a vincere, e l’Armata bianca, rimasta fedele allo zar deposto. Quando le truppe bianche si avvicinano a Ekaterinburg, le autorità bolsceviche ordinano la soppressione dei Romanov.
Dato che i soldati dell’Armata rossa si rifiutano di sparare sulle ragazze, vengono incaricati alcuni ex prigionieri austroungarici che hanno aderito alla causa rivoluzionaria.

Il 17 luglio 1918, un ufficiale dell’esercito bolscevico ordina allo zar deposto di scendere nell’atrio del palazzo. Nicola II obbedisce insieme alla moglie Alessandra e ai figli: Olga, Tatiana, Maria, Anastasia (che adesso ha 17 anni) e il malaticcio principe ereditario Alessio, appena tredicenne.

Nell’atrio, alcuni soldati puntano i fucili e, senza dire nulla, fanno fuoco.
“Le figlie dello zar erano accovacciate per terra contro la parete, con le braccia strette sul capo”, scriverà un testimone, “mentre gli uomini stavano sparando su di loro”.

Siccome le ragazze non muoiono, forse perché protette dai corsetti, si prova con le baionette. Ma neppure le lame riescono a penetrare le stecche resistenti dei loro bustini, così le quattro vengono colpite ripetutamente sulla testa con i calci dei fucili.
Intanto, cinque domestici che erano rimasti con la famiglia imperiale vengono fucilati anche loro.

Mentre tutti i corpi vengono ammucchiati su un furgone per essere portati via, una delle ragazze lancia un urlo. Anche le altre tre, incredibilmente, sono ancora vive. Una volta per tutte, i bolscevichi le uccidono trafiggendo con le baionette le parti scoperte dei loro corpi.

Solo quando i cadaveri vengono scaricati in un bosco vicino, gli esecutori capiscono perché è stato così difficile finirle: sotto i corsetti, le quattro figlie dell’imperatore tenevano nascosti numerosi diamanti, le pietre più resistenti che esistano.

I corpi vengono gettati in una fossa, cosparsi di acido solforico e dati alla fiamme, in modo che nessuno possa riconoscerli nel caso vengano trovati.
Ma sono davvero morti tutti i familiari dello zar?

 

Anastasia o Anna?

Nel 1920, dopo aver trascorso due mesi nel manicomio di Berlino, la donna che dice di essere Anastasia viene rilasciata con un nuovo nome: Anna Anderson.
Lei continua ad affermare di essere la granduchessa e, in effetti, assomiglia parecchio alla figlia dello zar: stesso colore dei capelli e stessi occhi. Ha perfino un dente storto come la Romanov.

Per alcuni nobili russi rifugiati in occidente è una mitomane. Per altri, invece, è proprio la granduchessa. Tra questi ultimi c’è anche la governante dei Romanov, che aveva conosciuto bene Anastasia.
Anna Anderson, in mancanza di prove decisive, non verrà mai riconosciuta ufficialmente come una Romanov.

La diffidenza deriva anche dal fatto che nella Banca d’Inghilterra è conservata un’ingente quantità di denaro a nome dello zar, che spetta al suo parente più prossimo.
I produttori di Hollywood sono tra coloro che le credono e nel 1956 girano un film sulla sua storia.

Lei, intanto, ha sposato uno storico d’arte americano, John Manaham, e conduce una vita tranquilla. Negli ultimi anni, però, viene nuovamente rinchiusa in un manicomio della Virginia (Usa), dove muore nel 1984.

Analizzando il Dna, negli anni Novanta si stabilisce che la Anderson non aveva alcuna parentela con i Romanov. Il suo vero nome era Franziska Schwanzkowska, una contadina polacca ricoverata in un manicomio tedesco da dove scomparve nel 1919.

Soltanto dopo la caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991, il nuovo governo russo organizza una spedizione per cercare i resti dei Romanov.
Vengono scoperte le ossa dei familiari, salvo quelle di due dei quattro figli. Il ritrovamento dei restanti avverrà in un altro scavo, nel 2007. Anastasia non era sopravvissuta.

 

 

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2 commenti

  1. Le meraviglie del comunismo.

  2. Contrariamente a quanto si pensa di solito e a quanto ci racconta il film, è una storia triste ed anche squallida. Nella migliore delle ipotesi la Schwanzkowska era mezza matta e molto “delusional”. Nella peggiore era una che ci ha provato.

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