L’ACQUEDOTTO ANTICO E LA GRANDE SETE DI ROMA

L’ACQUEDOTTO ANTICO E LA GRANDE SETE DI ROMA

L’acquedotto Traiano Paolo riforniva di acqua la città di Roma insieme ad altri acquedotti. Erano stati costruiti all’epoca degli antichi romani e molti furono ripristinati dai papi.

Pont du Gard, un antico acquedotto costruito dai romani sul fiume Gardon in Francia

Una delle più gravi emergenze del mondo moderno è la mancanza di acqua pulita, dolce e disponibile. Già da tempo gli scienziati, insieme ai pericoli legati al riscaldamento del pianeta, temono carenza d’acqua potabile: complice un anno particolarmente avaro di precipitazioni, in alcune regioni italiane ci siamo arrivati. Una grande capitale come Roma sta chiudendo la fornitura di acqua potabile alle sue fontane e si prepara a razionare l’acqua, interrompendo l’erogazione per otto ore al giorno.

Acquedotto Traiano, ramo di Santa Fiora

La mancanza d’acqua può causare seri problemi alla salute della popolazione. Si può essere colpiti dal colera, dal tifo e da tutta una serie di malattie dovute alla scarsa igiene, conseguenti al razionamento di acqua.

Roma era ricchissima di acqua fin dai tempi più antichi. Quando i romani si resero conto che l’acqua del Tevere e delle falde acquifere presenti in città non erano né sufficienti né di grande qualità decisero di portarla da fuori.

Acquedotto Claudio nel parco degli acquedotti. Toni Servillo nelle vesti di Jep Gambardella, nel film “La grande bellezza”

Gli acquedotti romani furono costruiti a partire dal terzo secolo avanti Cristo. Garantivano alla popolazione quasi un milione e mezzo di metri cubi di acqua al giorno. Gli abitanti di Roma superavano il milione di individui in epoca imperiale, e senza contare gli schiavi. Pare che l’apporto idrico fosse superiore a quello attuale. Alcuni storici valutano che fosse una volta e mezzo.

L’acquedotto Appio, il primo acquedotto romano

In Italia il consumo medio di acqua è inferiore ai 200 litri medi al giorno per abitante e sembra essere in costante diminuzione (secondo i dati Istat). La causa della diminuzione è dovuta probabilmente a una maggiore sensibilità ecologica e, soprattutto, al costo più elevato dell’acqua. Infine, con il dislocamento di molte fabbriche è diminuita la quantità d’acqua per usi industriali.

Gli acquedotti romani

Acquedotto romano: costruzione degli archi centinati

Gli acquedotti, le strade lastricate e le fognature sono le grandi opere romane di pubblica utilità celebrate da Dionigi di Alicarnasso, uno storico dei tempi di Augusto. Gli acquedotti che giungevano a Roma, anche da grandi distanze, portavano acqua pura di fonte.

Canale Monterano, acquedotto ipogeo etrusco ricostruito in epoca rinascimentale

I romani avevano imparato a costruire gli acquedotti dai greci e dagli etruschi. Però, a differenza di questi due popoli, divisi in tante città-stato, i romani avevano una unica e solida organizzazione accentrata di tipo statale. Potevano così affrontare opere pubbliche straordinariamente costose e complesse.
Vitruvio, nel primo secolo avanti Cristo, nella sua opera “De architectura”, spiega come si debbano costruire gli acquedotti. Si sfruttava la forza di gravità attraverso una leggera pendenza, superando i grandi dislivelli con tubature sopraelevate per mezzo di archi. I romani conoscevano il principio dei vasi comunicanti ed erano in grado di sifonare i tubi, ma preferivano usare un metodo forse più lungo da costruire ma che non richiedeva nessuna manutenzione. L’acqua scorreva coperta da lastre per evitare l’evaporazione. I tubi erano di cocciopesto legato con malta cementizia, di ceramica o di terracotta. Si usava anche il piombo, che ha problemi di tossicità, ma il calcare copriva le tubature che con il tempo diventavano innocue.

Costruzione di un acquedotto romano in località Tor Fiscale, dove i goti tagliarono l’acquedotto nel tardo impero.

Una parte degli schiavi era destinata allo Stato per la costruzione delle opere pubbliche e al loro mantenimento. In epoca repubblicana la costruzione e la cura delle acque erano appaltate a privati. Con Augusto e l’inizio del periodo imperiale il numero degli acquedotti diventò considerevole.

Marco Vipsanio Agrippa, primo curatore delle acque

L’architetto Agrippa, uno dei principali collaboratori di Augusto, diventò il primo curatore delle acque. Genero di Augusto per averne sposato la figlia Giulia, accentrò nello Stato tutte le funzioni relative alla costruzione degli acquedotti e alla loro manutenzione. Prese su di sé anche le attività che prima venivano appaltate ai privati e relazionava direttamente all’imperatore.
Alla sua morte, Augusto avocò a sé tutte le competenze rendendole cariche permanenti. Creò anche un curatore delle sponde del Tevere e delle latrine, contribuendo ad avviare quella struttura dello Stato che è stata un modello organizzativo per i Paesi moderni.

Acquedotto dell’acqua alsietina

All’inizio dell’era cristiana, Augusto fece costruire l’acquedotto Alsietino. La sua acqua non era potabile. Partiva dal lago di Martignano (Alsietinus), nei pressi del lago di Bracciano. Giungeva a Trastevere per alimentare un lago artificiale nel quale, fino al terzo secolo, si svolgevano spettacoli di naumachia: battaglie simili a quelle dei gladiatori, organizzate su piccole imbarcazioni a forma di nave. Questi spettacoli particolarmente dispendiosi erano riservati alle grandi occasioni. Il resto dell’acqua dell’Alsietino serviva per irrigare i giardini pubblici un tempo appartenuti a Cesare.

Frontino, l’acquedotto di Roma

Verso la fine del primo secolo dopo Cristo, Sesto Giulio Frontino divenne curatore delle acque sotto l’imperatore Nerva. Era nato nella Gallia narbonense, cioè nella Francia meridionale.

Il libro che scrisse, “L’acquedotto della città di Roma“, è giunto fino a noi. Ci racconta come era organizzato il suo ufficio. Due famiglie di fontanieri erano incaricate della gestione delle acque e il curatore delle acque doveva procedere a un controllo continuo del loro operato. Tutto questo aveva lo scopo di evitare il degrado degli acquedotti e la perdita della loro efficienza. Frontino raccomandava di stilare un foglio di servizio per gli interventi del giorno successivo e di controllare la loro effettiva esecuzione. Temeva che i fontanieri non le eseguissero.

Il caput dell’acquedotto Traiano

Ninfeo di Santa Fiora, caput acquedotto Traiano

Il caput di un acquedotto era il collettore iniziale delle fonti da cui partiva l’acquedotto. In questo bel disegno, che si deve a Michael O’Neill della Meon Hdtv Productions Limited (casa di produzione specializzata in documentari archeologici su Roma), è disegnato in sezione il caput del Traiano. Si trova a Santa Fiora sulla sponda ovest del lago di Bracciano. C’è un pozzo con un ramo d’albero per attingere l’acqua. Si chiama shaduf, un termine di origine egiziana. Al punto H c’è la piscina limaria, cioè la vasca di decantazione in cui si lasciavano riposare le acque di sorgente per liberarle dalle impurità. A questo sito troverete tutte le spiegazioni relative al disegno.

Il lago di Bracciano con il percorso dell’acquedotto Traiano, quello dell’acqua Paola e il presunto percorso al caput dell’acquedotto Traiano

Il lago Sabatino (nome romano dell’attuale lago di Bracciano) è di origine vulcanica. La caldera del vulcano, cioè la sua bocca, si è riempita di acqua. Non è stato trovato nessun immissario mentre esiste un solo emissario. Ci sono parecchie sorgenti intorno al lago che furono raccolte dall’acquedotto Traiano, edificato dall’imperatore verso l’inizio del secondo secolo dopo Cristo. All’epoca, Frontino era ancora curatore delle acque.

Intervista al cacciatore di acquedotti Ted O’Neill.

Michael O’Neill e il figlio Edward, detto Ted, sono registi e produttori di documentari archeologici relativi alle antichità romane. L’abbiamo intervistato per Giornale POP.

Ted, qual è il tuo lavoro in Italia?

Io e mio padre siamo cacciatori di acquedotti romani. Gli acquedotti romani hanno consentito a Roma di avere acqua pura e fresca di sorgente. In questo modo i romani hanno evitato quelle malattie tipiche della mancanza di igiene dovuta alla scarsità di acqua come il tifo, il colera e la malaria.

So che cercavate il caput dell’acquedotto Traiano. Lo avete trovato?

Sì, lo abbiamo trovato. È sotto la chiesa di Santa Fiora costruita dove un tempo sorgeva un ninfeo, cioè un tempio dedicato alle ninfe della fonte.

Il pozzo di Santa Fiora visto da sotto. È un pozzo di acqua corrente.

 

Secondo gli studiosi i romani appresero la costruzione degli acquedotti dagli etruschi, per poi portare quell’arte all’eccellenza…

Zona scalpellata in stile etrusco

Si tratta di un parere personale, bada bene: per me Santa Fiora è stato prima un acquedotto etrusco, poi divenne il caput dell’acquedotto Traiano con relativo ninfeo, infine una chiesa cristiana.

Chiusino e paratoie del 1718 dell’acquedotto costruito dalla casata degli Odescalchi

Questo che vediamo nella foto è un chiusino di ispezione?

Non è solo un chiusino di ispezione. Sotto ci sono anche saracinesche e paratie che consentivano di dare acqua al lago di Bracciano o di inviarle all’acquedotto Traiano Paolo.

Chiusino e paratoie del 1718

Nella foto il sistema per dividere le acque. Consentiva di mandare l’acqua al lago di Bracciano dove c’erano degli opifici degli Orsini-Odescalchi, oppure di immettere l’acqua nell’acquedotto.

Ferriere di Bracciano

La fine dell’acquedotto

Alla fine dell’acquedotto c’erano delle vasche di decantazione che servivano a purificare l’acqua e a dividerla in varie bocche o prese.

Basilica cisterna di Istanbul

La basilica cisterna di Istanbul (antica Costantinopoli) è una grande cisterna coperta dove l’acqua decanta e si divide. Sorge vicina a Santa Sofia ed è freschissima. Si trova alla fine del grande acquedotto romano che serve ancora la città.

Fontana dell’acqua Paola

Alla fine dell’acquedotto c’era la mostra o il castello, cioè una costruzione per l’esaltazione dell’impresa che era stata portata a termine. Spesso era una fontana da cui sgorgava copiosa l’acqua. Questa sopra è la Fontana dell’acqua Paola che si trova al Gianicolo, alla fine dell’acquedotto Traiano Paolo.

L’acquedotto Traiano Paolo

Fontana Paola prima del 1870 in via Giulia

 

Nel 1612 il papa Paolo V Borghese restaurò vari tratti dell’acquedotto Traiano che erano stati tagliati dai barbari più di mille anni prima. Era caduto in rovina insieme con la città di Roma, ormai ridotta a poche migliaia abitanti. La città era tornata a usare l’acqua del Tevere per dissetarsi come aveva fatto nell’epoca che precedeva il primo acquedotto. Paolo V ne costruì dei tratti completamente nuovi.

Fontana dell’acqua Paola in piazza Trilussa.

La zona delle sorgenti intorno al lago di Bracciano era di proprietà di Virginio Orsini, secondo duca di Bracciano, che per 25 mila scudi e metà delle acque dell’acquedotto vendette le fonti a papa Paolo V Borghese in modo da dissetare Roma. Nell’elenco delle fonti non troviamo quella di Santa Fiora, che era la più copiosa dell’acquedotto Traiano.

Papa Alessandro VII cercò di captare anche le acque della sorgente di Santa Fiora, ma non ci riuscì. Nel 1675, papa Clemente X stipulò un nuovo contratto con Flavio Orsini che gli dava la possibilità di pescare acqua dal lago di Bracciano. Tutto questo a discapito della qualità dell’acqua, per cui divenne proverbiale il detto “valere quanto l’acqua Paola”, per indicare una cosa di scarsa qualità.

Acqua Traiano Paola: bottino di presa. Bracciano

Nel 1879 la chiesa cristiana della Madonna della Fiora sopra la fonte, caput dell’acquedotto Traiano, viene sconsacrata. Era diventata una specie di bazar dove un eremita faceva commercio di immaginette e di altri souvenir. L’uomo mostrava alterigia e grave insubordinazione nei confronti dell’autorità ecclesiastica.

Dal 1937 l’acquedotto Traiano Paolo è gestito dalla Agea, poi diventata Acea.

Secondo i ricercatori, molti tratti dell’antico acquedotto sono rotti e dissestati, per questo l’acqua fuoriesce copiosa perdendosi in mille rivoli. Invece il prelievo dal lago è sempre attivo, almeno lo era al momento delle ispezioni.
Attualmente c’è una grave contesa fra la regione Lazio e la città di Roma, per i continui prelievi di acqua del lago da parte della Acea. Il lago è sceso molto sotto il livello di guardia, ma senza le acque del lago di Bracciano a Roma arriva la sete. D’altra parte, se si continua con i prelievi, il lago finirà per sparire.

(Lorraine Lorena ha collaborato alla ricerca del materiale e alla sua elaborazione. Inoltre ha contattato Ted O’Neill che, con molta cortesia, ha risposto alle nostre domande e ha corretto l’articolo).

 

4 commenti

  1. Bell’articolo esauriente tecnico quanto basta senza asciutto e privo di polemiche ,giuste ma qui fuori luogo !!!!Complimenti ad Angela e Lorraine la quale questa mattina mi ha minacciato di ritorsioni inimmaginabili se non avessi letto e commentato positivamente il loro articolo :)))

  2. Grazie Emanuele del tuo “spontaneo” contributo…

    • “Grazie Emanuele del tuo “spontaneo” contributo…”
      ahahaa, Angela, sei forte.

      Bell’articolo. Grazie per le informazioni!!!
      E brava anche Lorraine!

  3. Grazie Tea. è sempre un grande piacere leggerti…

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