A SIRACUSA SI FA TEATRO DA OLTRE CENTO ANNI

A SIRACUSA SI FA TEATRO DA OLTRE CENTO ANNI

Nel primo Novecento un siracusano, il conte Mario Tommaso Gargallo, fu propugnatore di una geniale iniziativa che ancora vive ai giorni nostri e rappresenta una meta ambita non solo dagli italiani, ma anche da moltissimi stranieri, e di cui la Sicilia può ben vantarsi.
Nel 1913 il conte si fece mecenate e riuscì a raccogliere un comitato promotore e un folto gruppo di artisti e letterati. Insieme allestirono, nel 1914, la memorabile prima rappresentazione di tragedia greca al Teatro greco di Siracusa: l’Agamennone di Eschilo, curata dal grecista e letterato Ettore Romagnoli e la cui scenografia fu allestita da Duilio Cambellotti, artista di primo piano nelle arti grafiche e visive.
La realizzazione del manifesto fu affidata a un altro grande artista, il triestino Leopoldo Metlikovic, mentre le locandine successive furono commissionate a Cambellotti.

Leopoldo Metlikovic: manifesto per la prima rappresentazione teatrale tenuta al Teatro greco di Siracusa nel 1914

Il comitato promosso da Mario Tommaso Gargallo fu poi eretto nel 1925 a ente morale con il nome di Istituto Nazionale del Dramma Antico, figurando in modi diversi nel corso del secolo fino a che, nel 1998, diventò fondazione culturale organizzando, prima ogni biennio, poi annualmente dall’anno 2000, la consueta stagione teatrale.

Il suggestivo teatro di Siracusa, realizzato nel quinto secolo avanti Cristo e tra i più vasti del mondo antico, tagliato nella roccia tranne gli ordini di sedili più alti, è la sede prestigiosa delle rappresentazioni drammatiche.

Rovine del teatro di Siracusa. Litografia, circa 1880 (Milano, Vallardi)

Il Teatro Greco di Siracusa oggi

Per il 2018, l’Inda, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, ha promosso un calendario di rappresentazioni, tra maggio e giugno. Il programma classico prevedeva la messa in scena delle tragedie Edipo a Colono di Sofocle (l’ultima sua tragedia conosciuta rappresentata postuma nel 401 avanti Cristo) per la regia di Yannis Kokkos, Eracle di Euripide (probabilmente rappresentata tra il 423 e il 420 a.C.) per la regia di Emma Dante, e la commedia I cavalieri di Aristofane (andata in scena nel 424 a.C.) per la regia di Giampiero Solari.
A cui seguiva un evento speciale l’11 giugno, con Andrea Camilleri in Conversazione su Tiresia, scritto e interpretato da Andrea Camilleri, su regia di Roberto Andò.

Gli eventi speciali nel mese di luglio sono Le rane di Aristofane, con Ficarra e Picone, su regia di Giorgio Barberio Corsetti; e Palamede, con (e di) Alessandro Baricco e Valeria Solarino.
Qui date precise e informazioni, da un documento scaricabile nel sito dell’Inda.

© Inda, Istituto Nazionale del Dramma Antico

Ma torniamo a Mario Tommaso Gargallo e alle prime rappresentazioni fatte nel bellissimo teatro siracusano.
In una rivista mensile d’epoca, La Cultura Moderna (anno 1930) dell’editore milanese Vallardi, ho trovato un articolo intitolato Primavera ellenica in Sicilia di un pubblicista di allora, Franco Salerno, in cui l’autore ci parla della sesta stagione teatrale: per l’occasione furono date l’Ifigenia in Aulide di Euripide e l’Agamennone di Eschilo. Fu la sesta edizione perché durante la Prima guerra mondiale, per alcuni anni, la manifestazione teatrale era stata interrotta.

La rivista da cui è stato tratto l’articolo di Franco Salerno: Primavera ellenica in Sicilia

In quella occasione, l’Ifigenia in Aulide di Euripide apparve su traduzione di Giuseppe Garavani, musiche di Giuseppe Mulè, scena e costumi di Duilio Cambellotti, coreografie di Jia Ruskaja. Gli attori principali furono Corrado Racca (Agamennone), Giovanni Giacchetti (Menelao), Evelina Paoli (Clitennestra), Giovanna Scotto (Ifigenia).
L’Agamennone di Eschilo fu rappresentata su traduzione di Armando Marchioni Alibrandi, musiche di Ildebrando Pizzetti, scena e costumi di Duilio Cambellotti. Gli attori principali furono Corrado Racca (Agamennone), Evelina Paoli (Clitennestra), Giovanna Scotto (Cassandra), Giovanni Giacchetti (Egisto).

Di Franco Salerno non si sa molto: sembrerebbe sia anche l’autore di un libro dal titolo Le donne pucciniane (Palermo, Trimarchi, 1928) e un altro, curioso, dal titolo Il tuo cuore ed uno sleeping-car (Palermo, Trimarchi, 1927).

L’articolo è interessante per più motivi: racconta dell’idea e della promozione del conte Gargallo, delle difficoltà in cui le prime manifestazioni incorsero, di regie, attori, musiche e scenografie, consenso di pubblico e critiche e, non ultimo, è corredato di una rara documentazione fotografica. Siamo solo nel 1930 e le impressioni sono fresche e vivaci.

Ho trascritto l’articolo nella versione integrale, senza nulla omettere né aggiungere, e riportato la sequenza precisa delle illustrazioni contenute.
Da una ricerca fatta, non mi risulta che il testo sia già presente in Rete.

Duilio Cambellotti: manifesto per le rappresentazioni di “Ifigenia in Aulide” e “Agamennone”, nel 1930

 

Primavera ellenica in Sicilia, di Franco Salerno
Ifigenia in Aulide di Euripide ed Agamennone di Eschilo al Teatro greco di Siracusa

E’ oggi la sesta volta che noi, uomini del ventesimo secolo, sediamo sui gradini del meraviglioso teatro greco di Siracusa che quattro secoli avanti Cristo l’architetto Demòkopo Myrilla intagliò nella roccia del Colle Temenite, per ordine di Jerone I, mecenate magnifico di poeti e di tragedi che alla sua Corte fastosa avevano ospitalità ed onori.

E’ la sesta volta che noi, uomini del ventesimo secolo, prendiamo il posto ed assaporiamo le medesime sensazioni di coloro che appartennero a quella generazione di forti e di esteti per i quali ciò che era Forza e ciò che era Bellezza, ciò che era Eroismo ed era Poesia si fondevano in un crogiuolo di perfezione.

Ombre di colossi sembrano vegliare le pietre millenarie: aleggiano su per le scalee del ricurvo anfiteatro, e giù per l’emificio della scena gli spiriti dei siracusani Sosiphanes, Sosithèos, Rhinton creatore della commedia fliacica, Sòfrone mimografo, Epicarmo creatore della commedia dorico-siceliota, Formide e Deinologo; dei greci Pindaro, Simonide, Bacchilide, Frinico, Eschilo; dell’ellenistico Teocrito. E’ tutta un’atmosfera di grandezza che ci sovrasta e che ci esalta, è un’era di bellezza e di Grandezza che ci viene incontro e ci circonda.

“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930

“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930

Il 1914 aveva visto il risveglio del sonno millenario del Teatro Greco di Siracusa.

L’idea era nata nello spirito eletto di un patrizio siracusano il Conte Mario Tommaso Gargallo che aveva formato un piccolo comitato il quale fra difficoltà ed ostacoli d’ogni natura, pur senza preparazione né esperienza veruna, sotto la direzione artistica di quel consumato ellenista che è Ettore Romagnoli, era riuscito a compiere il titanico sforzo.

La tragedia prescelta era stata l’Agamennone di Eschilo (la prima della trilogia Orestea) – la medesima che oggi abbiamo riudita nella traduzione di Armando-Marchionni-Alibrandi – nella traduzione dello stesso Romagnoli.

Ed il successo era stato grandioso, ed il concorso di pubblico imponente, tanto era l’interesse destato intorno al coraggioso tentativo.

E’ successo personale di Gualtiero Tumiati cui era toccato l’onore di resuscitare al cospetto del nostro secolo la bellezza e la gloria dei secoli di Atene.

“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930

“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930

Ma immediatamente dopo venne la guerra. Ed al travaglio immane fu sacrificato anche questo. Sette anni di silenzio passarono su l’insonne monumento, finché nel 1921 la seconda parte dell’Orestea, e cioè le Coefore, venne allestita da Ettore Berti che ebbe a fianco Emilia Varini, Teresa Franchini-Fumagall e Mario Fumagalli.

Il successo fu ripetuto e superato anzi. E l’incitamento fu così forte che l’anno dopo, 1922, Annibale Ninchi riesumava Edipo Re di Sofocle e Le Baccanti di Euripide dinanzi ad una folla innumerevole.

Due anni dopo – 1924 – fu chiamato ancora una volta Gualtiero Tumiati con a fianco quella grande tragica che è Maria Letizia Celli, per dare I sette a Tebe di Eschilo ed Antigone di Sofocle. Fu questo il grande trionfo, fu questa – delle quattro rievocazioni – la più completa, la più complessa, la più felice.

I sette a Tebe di Eschilo, ed Antigone di Sofocle, entrambi appartenenti al Ciclo Tebano che affascinò l’anima dei tragedi greci tanto da predominare su tutta la tragedia greca, son tanto strettamente legate, può talmente l’una far da seguito all’altra, che – se non fosse le grandissime disparità tecniche che le distinguono e le separano – potrebbero senz’altro ritenersi i due atti di una medesima tragedia, così netto e diritto e continuato è il filo conduttore che entrambe le regge.

L’attrice Evelina Paoli nel ruolo di Clitennestra (“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930)

L’attore Corrado Racca nel ruolo di Agamennone (“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930)

Nel 1927, infine, furono ancora Gualtiero Tumiati e Maria Letizia Celli a metter su quattro spettacoli: Medea ed Il Ciclope di Euripide; Le nuvole di Aristofane, I Satiri alla caccia di Sofocle.

Meno felice di tutte fu la riesumazione de Le nuvole, più felice di tutte quella di Medea. Perché – a parer mio per lo meno – le rievocazioni siracusane dovrebbero limitarsi alla tragedia, al massimo al dramma satiresco: perché la trageda vive in tutti i tempi mentre una commedia è destinata a morire con la generazione dalla quale è uscita, o ben poco più tardi.

Questo perché il tragico è un assoluto in sé ed il comico viceversa è un relativo, relativo al tempo e spesso anche al luogo. Infatti si discute già se Molière e Goldoni sieno dei sorpassati. Chi sostiene di sì e chi sostiene di no. L’ultima parola non è detta, ma è certo che se ne discute. E ho detto Molière e Goldoni. Figurarsi Aristofane, Aristofane che è non solo un lontano, ma un personalista. Magari un altro, magari Plauto, per venire ai latini, ma Aristofane no. Ecco perché la rievocazione de Le nuvole non ebbe il consenso unanime che ebbe invece quella di Medea. Perché, in una parola, la gelosia e l’odio, e la vendetta sono dei sentimenti profondamente e radicatamente umani, che attanagliarono gli animi di uomini e di donne vissuti migliaia e migliaia di anni fa, come ancora attanagliano gli animi nostri. Viceversa l’ironia ha mutato e muta continuamente: coi secoli, con gli uomini, coi costumi, sì che ciò che materia d’ironia forniva ieri, non ne fornisce più oggi.

L’attrice Giovanna Scotto nel ruolo di Cassandra (“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930)

L’attore Giovanni Giacchetti nel ruolo di Menelao (“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930)

Questo accade dell’humor aristofanesco: la comicità dell’autore de Le nuvole è fatta di elementi così primordiali, così – diciamolo pure – e non sembri temerarietà la parola – così grossolani e volgari, che il pubblico del nostro secolo non può più assaporarla. Tolto a questa commedia, che noi siamo avvezzi a considerare come il capolavoro del teatro comico ellenico, tolto a questa commedia il valore storico, diciamo anzi “archeologico”, buono soltanto per lo studioso, nulla rimane – non esitiamo a dirlo – per le platee,… anche quando le platee sono degli anfiteatri, come in questo caso.

Quale profonda e perturbatrice suggestività non emana invece da tragedie quali Medea od Ifigenia in Aulide, quali Antigone, quali Agamennone I sette a Tebe!

Non è più quivi il solo studioso che trova il suo pane, non è solo l’esteta che trova il suo appagamento. Quivi è l’uomo vivo, l’uomo di ogni secolo, di ogni temperamento, di ogni tendenza che trova una corda per la sua anima e per il suo cuore, che trova nei personaggi persone vive e vere, che li vede far cose e pensar pensieri che anch’egli potrebbe fare e pensare. L’umanità di Euripide, di Eschilo, di Sofocle è innegabilmente ancora palpitante; come innegabilmente sepolta è viceversa la comicità di Aristofane, tanto più che i soli pochi elementi di comicità migliore si riferiscono a personalità ed a questioni del mondo ateniese, sconosciute a noi, ed incapaci quindi a destarci sia pure un sorriso in quei passi dinnanzi ai quali certo dovevano viceversa sghignazzare i buoni ateniesi di allora. A noi non resta che soffermarci su quegli altri elementi che poc’anzi ho osato (né me ne rammarico) qualificare per grossolani e volgari, e che non ci possono quindi certamente appagare.

Menelao ed il vecchio servo di Agamennone (“Agamennone” di Eschilo. Teatro greco di Siracusa, 1930)

Il dramma satiresco può interessarci. Perché – essendo un genere morto – non può sottostare né a confronti né a mutamenti di mentalità. Accade dinnanzi al dramma satiresco ed alla commedia aristofanesca quello che accade – per esempio – dinanzi a una portantina e ad un’automobile di antiquato modello. L’automobile di vent’anni fa ci fa ridere, la portantina di secoli e secoli fa ci sembra bella ed interessante, appunto per il suo valore storico; di portantine come di drammi satireschi non se ne fanno più, mentre di automobili e di commedie si continua a farne, e la tecnica delle une e delle altre ha progredito talmente da far cadere – agli occhi dei contemporanei – nel ridicolo i modelli vecchi.

Ecco perché io salvo da queste mie riserve tanto Il Ciclope quanto I Satiri alla caccia, e concludo che delle rievocazioni della primavera del 1927, la sola Medea mi parve aver contato, da sé, più che Le nuvole ed Il Ciclope ed I Satiri alla caccia, sommati insieme.

Ifigenia in Aulide (“Ifigenia in Aulide” di Euripide. Teatro greco di Siracusa, 1930)

La tragedia. Ecco quello che deve darci in avvenire Siracusa. E quell’anno ci ha data la incomparabile suggestione di Medea e gli altri anni quella de I sette a Tebe e di Antigone, di Edipo Re e de Le Coefore, di Agamennone; e quest’anno ci ha ridata questa di Agamennone, e – nuova – ci ha offerta quella di Ifigenia in Aulide.

Eschilo ed Euripide: due lontani, due spiriti e due tecniche profondamente, essenzialmente disuguali: il mito e l’umanità, la fantasia e la realtà, lo sbozzatore dalle grandi linee di passioni distanti e dissimili dalla nostra sensibilità, e l’acuto indagatore e pittore di sentimenti veri, vivi, umani, eterni in ogni tempo ed in ogni luogo; nell’uno la danza ed il coro, dirò quasi, protagonisti della scheletrica azione, nell’altro un dialogo già progredito, serrato, contrastante, starei per dire è più vicino a noi (mi si passi la quasi eresia) che non alle enfatiche e massicce tirate eschilee.

Anche queste due tragedie – senza queste abissali disparità – presentano – in quanto al succedersi delle vicende – quella continuità che ben le ha fatte accoppiare: nella prima noi assistiamo all’angosciosa alternativa di Agamennone che, immobilizzato sulle rive dell’Euripo con tutta la flotta ellenica dai venti contrari, ha avuto imposto dall’indovino Calcante di immolare la figlia Ifigenia per aver propizii i venti e gli Dei (e dapprima l’ha attirata al campo col falso pretesto di averne apparecchiate le nozze con Achille, e poi, preso dal pentimento, vorrebbe fermarla; e non può più perché ormai è troppo tardi), nella seconda siamo al ritorno dello stesso Agamennone – dieci anni più tardi – alla Reggia di Argo ove Clitennestra per vendicare il sacrificio di Ifigenia (o per liberarsi dall’ormai importuno consorte) con tre colpi di scure lo uccide e pone al suo posto sul trono come già aveva fatto nel talamo il suo drudo Egisto.

La realizzazione delle due tragedie fu anche stavolta degna di quella nobile istituzione che è ormai l’Istituto Nazionale del Dramma Antico, e l’on. Biagio Pace che se ne trovava per la prima volta alla presidenza non è stato impari all’ardua responsabilità.

Ifigenia in Aulide: danze di Ja Ruskaya (“Ifigenia in Aulide” di Euripide. Teatro greco di Siracusa, 1930)

Per ben cominciare furono prescelte due eccellenti tradizioni: quella di Giunio Garavani per l’Ifigenia in Aulide, e quella di Armando Marchioni Alibrandi per l’Agamennone, e due appropriate musiche composero per la prima Giuseppe Mulè  per la seconda Ildebrando Pizzetti.

La messa in scena è stata come di consueto affidata a Duilio Cambellotti, di cui (per non parlare dei costumi che mi son tutti piaciuti moltissimo) ho di gran lunga preferito la reggia di Agamennone all’accampamento dell’Aulide. Il Cambellotti è senza dubbio e senza discussione un artista di genio ma talvolta – in queste messe in scena siracusane – ha il torto di stilizzare troppo. Così gli è avvenuto oggi per Ifigenia, e così gli era accaduto al 1927 per Le Nuvole mentre meglio assai aveva fatto per Medea, per Il Ciclope e per I Satiri alla caccia.

Stilizzazioni simili vanno benissimo permesse in scena di Pirandello, di Shaw, di Kaiser, di Antoine, ma non per messe in scena di Euripide o di Aristofane. Se Cambellotti si terrà più alle linee classiche continuerà a darci delle magnifiche cose come Agamennonedi quest’anno, come MedeaCiclopeSatiri del ’27, come I sette a Tebe ed Antigone del ’24.

Venendo ora ai singoli interpreti voglio citare prima di tutti Evelina Paoli (cara vecchia conoscenza che il teatro italiano rimpiange sempre!) che fu una Clitennestra appassionata e materna in Ifigenia, subdola e sensuale in Agamennone. Ricorderò quindi Corrado Racca che fu nelle due tragedie un magnifico fiero Agamennone; Giovanna Scotto, dolcissima Ifigenia nella prima e tragica Cassandra nella seconda, e l’Oppi (Achille ed araldo) ed il Giacchetti (Menelao) ed il Petacci (il vecchio servo di Agamennone).

Su tutto questo infine, una grande e profondissima impronta di bellezza la davano le danzatrici di Jia Ruskaia che adunavano nella maschera del volto e nella plastica del movimento tutta l’angosciosa tragedia di cui l’azione si andava snodando.

Ifigenia in Aulide: danze di Ja Ruskaya (“Ifigenia in Aulide” di Euripide. Teatro greco di Siracusa, 1930)

Il pubblico accorso alle rappresentazioni è stato enorme e questo è molto confortante. Alle due rappresentazioni del 7-8 l’intervento di S. M. il Re diede un ancor più alto significato alla nobiltà di queste celebrazioni. Né alle ultime repliche la folla accrebbe, che anzi fu tanta da farne determinare altre due fuori programma. Per fare calcoli sul numero bisognava contare a decine di migliaia. Mezz’ora prima di cominciar lo spettacolo, si chiusero le porte e non si vendettero più biglietti. L’ “esaurito” in quell’enorme vastità.

E questo – torno a dire – è molto confortante, perché vuol dire che il nostro popolo, che la nostra gioventù si accorge che c’è qualche cosa di altro che non la boxe od il foot-ball.

Franco Salerno

 

Veduta pittorica del teatro; litografia su disegno di Cavallari e incisione di Wenzel (Napoli, R. Lit. Militare, 1840)

 

 

 

 

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