A FAVORE E CONTRO LA POLITICA SU DYLAN DOG

A favore e contro la politica su Dylan Dog

Da un po’ di tempo si discute animatamente sui risvolti politici delle storie di Dylan Dog e degli altri personaggi dei fumetti, tra chi è a favore e chi contro.
Abbiamo deciso di chiedere il parere a due esperti rappresentativi delle fazioni in cui si sono divisi gli appassionati: Alessandro Di Nocera, autore di saggi sui fumetti, e Matteo Luca Andriola, autore di saggi sui movimenti politici.

 

CONTRO
Matteo Luca Andriola

Alcuni di voi si chiederanno perché soffermarci sulla propaganda politica nei nuovi fumetti. Beh, non viviamo in un mondo a compatimenti stagni: spesso i mass media veicolano messaggi politici con l’intento di “formare”, cioè imporre, una opinione.
Per esempio, nel “Dylan Dog Magazine” n. 4 del 2018 (l’erede dell’Almanacco della Paura), si è fatto un mix della classica retorica a favore dell’accoglienza di immigrati contro il “cattivismo” di chi critica la deregolamentazione dei flussi migratori, trasportando il dibattito politico da Montecitorio alle pagine del fumetto con un racconto retorico ambientato nel Regno Unito. Non a Londra, ma nel paesino di campagna Wickedford, dove l’ex ispettore Bloch è in pensione dal n. 338 di Dylan Dog.

Nel villaggio di provincia arriva un numero di migranti e il sindaco se ne fa garante, redarguendo la popolazione locale campagnola: il popolo rozzo che non ama i cambiamenti portati dal progresso della globalizzazione. Il sindaco spiega che questi migranti non sono clandestini ma profughi e che il comune ha pure ottenuto finanziamenti al riguardo. Insomma, un Mimmo Lucano britannico che sorseggia il tè alle 17. Ovviamente Bloch è favorevole all’accoglienza contro i concittadini razzisti. Una soluzione narrativa già vista negli Stati Uniti nell’albo “Captain America: Sam Wilson”, dove a criticare l’immigrazione sono solo i neonazisti.

Quando avviene un delitto da parte di un cittadino contro un richiedente asilo, interviene Dylan Dog. La struttura per l’accoglienza in cui entra è il non plus ultra del politically correct, come vediamo in poche tavole. Dylan Dog, si sa, è un donnaiolo romanticone, e ci prova con l’addetta alla struttura. La quale è lesbica, femminista e fidanzata con una tizia partita per un paese esotico a fare la guerriglia in montagna.
Questi contenuti pieni di stereotipi per l’albo di Dylan Dog non sono certo nuovi: non a caso il motto è “le freak c’est chic!”, i mostri più che i vampiri e licantropi è la società che li ha prodotti.

Claudio Paglieri, giornalista del Secolo XIX, nel libro “Mi chiamo Dog, Dylan Dog. Vita e imprese di un playboy fifone” (Marsilio, 1998, pp. 43, 44), scrive che l’eccessivo politically correct “… vale anche per le minoranze etniche: per esempio i negri, anzi i neri, sono tutti stupendi e generosi, e anche quelli che vivono di espedienti, rapine e omicidi hanno un loro codice d’onore (nel numero 76 salvano la vita a Dylan perché giorni prima aveva comprato degli accendini da loro). Nel numero 138 il politically correct è talmente esagerato da risultare fastidioso: il protagonista è infatti un negro grande, grosso e tontolone, che viene accusato ingiustamente per l’omicidio commesso da un sosia; il poveretto è talmente buono, generoso e passa il tempo a curare gattini ciechi e orfanelli mutilati; eppure contro di lui si scaglia l’intera società occidentale: viene torturato dai poliziotti bianchi (tutti violenti e corrotti), angariato in tribunale da un avvocato nazista e un giudice del Ku Klux Klan, condannato contro ogni regola di elementare buon senso da una giuria di wasp e infine massacrato di botte in carcere. Quando finalmente il sosia viene scoperto, il negrone può essere riabilitato; come evitare però che un ‘fratello’ possa rivelarsi cattivo? Semplice: il sosia era un perfetto bianco camuffato con il lucido da scarpe”.

Non critico Dylan Dog perché “di sinistra”, ma perché stereotipato. Almeno ai tempi di Tiziano Sclavi, oltre agli stereotipi, c’erano situazioni oniriche di una poesia non inferiore al “Sandman” di Neil Gaiman o al “Swamp Thing” di Alan Moore. Quando c’erano i conservatori Margaret Thatcher e John Mayor alla guida della Gran Bretagna, nelle pagine di Dylan Dog abbondavano le salaci battute dell’assistente Groucho e le riflessioni del protagonista sul consumismo e sull’alienazione della società fondata sul profitto, non distanti da quelle di un Pier Paolo Pasolini.

Allora, cos’è cambiato? Beh, oltre al curatore della serie, da anni c’è Roberto Recchioni che ha reso Dylan Dog il cantore della “Generazione Erasmus”, è cambiata la sinistra stessa. L’arrivo di Tony Blair corrisponde alla scomparsa quasi totale di battute contro il governo inglese su Dylan Dog. Forse chi scriveva si è gradualmente allineato al New Labour al governo, vedendo in esso il “meno peggio”.

Per concludere, se sarebbe innaturale un Dylan Dog reazionario e xenofobo tesserato al British National Party, non è detto che per contrastare il razzismo ci si debba limitare all’accoglienza, se è vera la massima secondo cui “prevenire è meglio che curare”.

 

 

A FAVORE
Alessandro Di Nocera

All’interno dei fumetti, in maniera più o meno esplicita, più o meno metaforica, la politica c’è sempre stata. Il fumetto è un mezzo di comunicazione e in quanto tale gli autori vi esprimono la loro cultura e la loro visione del mondo. Ciò avviene anche nel fumetto seriale, è sempre avvenuto. Accadeva con Superman, eroe del New Deal rooseveltiano e fiero avversario del Ku Klux Klan (in un’epoca in cui in molti stati del sud degli Usa vigeva ancora il sistema segregazionista). Accadeva con l’Eternauta, con una sequenza di storie pubblicate su riviste popolari (tra le quali la conservatrice e addirittura ostile “Gente”) che progressivamente evidenziavano l’avvento della dittatura argentina. Accadeva con i “Peanuts”, espressione di una generazione che dopo la Seconda guerra mondiale si stava perdendo nel consumismo del boom economico (quante connessioni si potrebbero trovare tra un serie tv come “Mad Men” e l’opera di Schulz). Accadeva con Ken Parker, quando in “Sciopero” (una storia uscita a ridosso della fine del compromesso storico Dc-Pci) marciava al fianco degli operai contro le iniquità del capitalismo.

Accadeva e accade con Dylan Dog, dapprima con modalità da sinistra antagonista (una storia esemplare tra tante: “I Vampiri), poi con uno sguardo più disincantato, deluso dalle grandi ideologie, che all’epoca sarebbe piaciuto all’antipolitica del Movimento 5 Stelle, adesso con prese di posizione che individuano satiricamente in personalità pubbliche come quella di Matteo Salvini l’incarnazione di malesseri politici e sociali contemporanei e trasversali.

Chi ha paura di tutto questo? Coloro che hanno una visione retrograda del fumetto, che lo considerano ancora come una forma di entertainment da luna park o di “svago innocente” diretto all’infanzia. Oppure coloro (troppo spesso con simpatie destrorse, vista anche la penuria di cartoonist o personaggi che supportino il loro pensiero) che non tollerano l’idea che la libera e legittima espressione degli autori vada in contrasto con la propria. Per questo esigono personaggi neutrali, depotenziati, che in nome di uno svago disimpegnato portino avanti avventure sonnacchiose e aproblematiche. Senza sapere che il fumetto senza politica, da qualsiasi tendenza sia essa contraddistinta, rappresenta l’incubo di “Fahrenheit 451”.

18 commenti

  1. Io sono contro, poi Sclavi scriveva un numero politico su 30, non certo 2 su 3 come fa Recchioni. E una mia idea, ma io sono convinto che Recchioni spera di diventare il Roberto Saviano dei fumetto e a farsi invitare in tv come opinionista fisso. Ma con questa retorica farà solo perdere lettori alla Bonelli.

  2. Se volete un opera bella di destra guardate gotham. Jim Gordon pur di far trionfare la giustizia, non esista a torturare(anche in centrale)a uccidere a sangue freddo e a fare patti con criminali minori se questo può rendere le strade sicure.

    • Ci era arrivato molto prima “24” con Kiefer Sutherland.

      • E quindi? Gotham è nuova. W la destra. W il giudice dredd, w il punitore, w Tex ecc

  3. Il problema è che Recchioni è rozzo come un elefante e non accetta il dialogo e il contraddittorio. Il suo pensiero(e di conseguenza quello di dylan dog curato da lui) è il seguente: Dammi ragione, dimmi che sono bello è bravo perchè io so tutto, altrimenti zitto e vattene che sei razzista e ignorante. Non la politica in se.

  4. Se la politica è trattata in maniera seria sono a favore, se deve essere trattata in maniera ridicola come su Dylan Dog sono contro.

  5. il primo esperto usa come esempio di soggetto e sceneggiatura politicizzati il n.138, che è in realtà una citazione de Il miglio verde di S.King. quindi lascia il tempo che trova. per parlare di dylan dog bisogna conoscere le influenze dello stesso che sono nel genere horror, da sempre intrecciato almeno in parte con la politica (es. obey, hanno cambiato faccia).

  6. Ma chi è Alessandro Di Nocera? Il manager di Recchioni? Gira su tutta la rete a parlare a suo nome. Fastidioso.

    • Infatti non l’ho proprio citato nel mio intervento. Dovete capire che Recchioni è un’ossessione che sta esclusivamente nella vostra testa.

      • Lo sai che sei antipatico e fai solo danni alla Bonelli? Poi non vedi che su fumettoso ti danno contro tutti? Non è ora di cambiare registro?

        • Si commenta con gli argomenti, non con gli insulti.

          • Pretendi troppo da questi signori, Sauro.

        • Terrò sicuramente conto della tua illuminante lezione, miss simpatia, chiunque tu sia.

          • Alessandro,
            ho molta stima di te, leggo spesso i tuoi interventi soprattutto su un forum al quale sono iscritto, ti ho conosciuto di persona a un Comicoon di qualche anno fa, sono un tuo concittadino e mai ti mancherei di rispetto ma vorrei che tu facessi una riflessione sulla differenza che corre tra la politica e la propaganda. Sono certissimo che conosci bene tale differenza e che potresti tenere una lezione sulla cosa.
            Nel tuo intervento parli di politica nei fumetti e io condivido l’idea che anche nei fumetti ci sia la politica che è in tutta la nostra vita, ma qui a mio parere siamo in presenza di propaganda.
            Infatti a me sembra che sotto la direzione di Recchioni (che seguo dai tempi di J. Doe) il personaggio non faccia più politica in senso ampio ma propaganda, il che significa esasperare certe situazioni, adottare impostazioni manichee, suscitare determinate reazioni nei lettori,ecc.
            E, se posso dirlo senza essere accusato di “simpatie destrorse”, a me la cosa non convince.

  7. Condivido l’incipit di Alessandro di Nocera e modestamente devo dire che in un mio post ( temporalmente precedente) relativo all’articolo dedicato a Nidasio ( creatrice di Valentina Mela verde,come tutti sappiamo) dicevo la stessa cosa.
    Il problema per molti, compreso il sottoscritto, nasce quando un personaggio fumettistico (per restare al nostro campo) diventa strumento di propaganda, utilizzato dal suo autore per sostenere le idee politiche di un partito o di un preciso schieramento ai danni di un altro.
    Questo a me sembra il caso di DD che da quando è curato da Recchioni è diventato uno strumento di propaganda andando incontro a tutti i limiti e i difetti evidenziati da Andriola.
    Per quanto mi riguarda , in sintesi, non ho nulla contro la politica nei fumetti (perchè per me tutto è politica, ovvero ogni scelta che facciamo quotidianamente) ma non mi piace l’utilizzo propagandistico del fumetto per diffondere o addirittura imporre certe idee.
    Non dimentichiamo che l’autore o il curatore di un fumetto ha la possibilità di influenzare i lettori creando delle situazioni che li spingono a reagire in un certo modo . Restando a DD è possibile raccontare una storia in cui il nostro indagatore dell’incubo difende dei neri perseguitati da razzisti che per puro odio intendono linciarli ( come avvenuto in effetti), oppure si può raccontare una storia in cui DD salva una ragazzina dalle mani di africani spacciatori che intendono violentarla e mangiarla.
    DD è insomma una maschera che può essere usato a proprio piacimento dal suo autore o di chi comunque se ne occupa ottenendo a seconda dei propri voleri determinati effetti.
    E questa per me non è politica ma propaganda .

  8. Io voto Matteo Luca Andriola, l’unica storia politica decente è stata la fiamma perchè non è unilaterale. Quelli dei centri sociali sono visti come vandali ladri che usano i disordini delle proteste solo per rubare, i poliziotti sono dei picchiatori, ma è un lavoro duro e qualcuno deve pur farlo, come dice carpenter a dylan”Questi ragazzi hanno le palle e tu hai mollato la polizia perchè sei un vigliacco)la ragazza di dylan ha qualche ideale buono ma è dipinta come una pazza isterica violenta e finisce male. Strano che Recchioni l’abbia approvata.

  9. Ho letto in giro parecchi commenti di questo tipo: John Ghost ragiona bene Dylan è un cretino. Se i lettori stanno dalla parte del cattivo qualcosa non va.

  10. Una piccola precisazione su “Fahrenheit 451”, citato da Alessandro Di Nocera. Lo vedo citare spesso recentemente, e di solito chi lo cita… non l’ha mai letto o non se lo ricorda per niente. Il fatto che Alessandro ne parli come di un mondo dove “il fumetto è senza politica” mi fa pensare che sia fra quelli che non l’hanno mai letto. Altrimenti saprebbe che nel mondo di “Fahrenheit 451” TUTTI i libri sono proibiti, TUTTI, non solo quelli “politici”. (i fumetti invece sono ancora pubblicati, ma credo che questo sia solo un esempio di quanto erano poco considerati all’epoca)
    E perchè sono proibiti? Chi cita “Fahrenheit 451” al giorno d’oggi sembra di solito convinto che nel mondo del libri ci sia una dittatura, e i libri siano banditi perchè rappresentano la “cultura”.
    Dovrebbero rileggersi il libro. E scoprire DI COSA aveva paura (o cosa stigmatizzava) Bradbury quando lo scrisse.
    Citando:
    ““Now let’s take up the minorities in our civilization, shall we? Bigger the population, the more minorities. Don’t step on the toes of the dog-lovers, the cat-lovers, doctors, lawyers, merchants, chiefs, Mormons, Baptists, Unitarians, second-generation Chinese, Swedes, Italians, Germans, Texans, Brooklynites, Irishmen, people from Oregon or Mexico. The people in this book, this play, this TV serial are not meant to represent any actual painters, cartographers, mechanics anywhere. The bigger your market, Montag, the less you handle controversy, remember that! All the minor minor minorities with their navels to be kept clean. Authors, full of evil thoughts, lock up your typewriters. They did. Magazines became a nice blend of vanilla tapioca. Books, so the damned snobbish critics said, were dishwater. No wonder books stopped selling, the critics said. But the public, knowing what it wanted, spinning happily, let the comic books survive. And the three-dimensional sex-magazines, of course. There you have it, Montag. It didn’t come from the Government down. There was no dictum, no declaration, no censorship, to start with, no! Technology, mass exploitation, and minority pressure carried the trick, thank God. Today, thanks to them, you can stay happy all the time, you are allowed to read comics, the good old confessions, or trade journals.”
    “Yes, but what about the firemen, then?” asked Montag.
    “Ah.” Beatty leaned forward in the faint mist of smoke from his pipe. “What more easily explained and natural? With school turning out more runners, jumpers, racers, tinkerers, grabbers, snatchers, fliers, and swimmers instead of examiners, critics, knowers, and imaginative creators, the word ‘intellectual,’ of course, became the swear word it deserved to be. You always dread the unfamiliar. Surely you remember the boy in your own school class who was exceptionally ‘bright,’ did most of the reciting and answering while the others sat like so many leaden idols, hating him. And wasn’t it this bright boy you selected for beatings and tortures after hours? Of course it was. We must all be alike. Not everyone born free and equal, as the Constitution says, but everyone made equal. Each man the image of every other; then all are happy, for there are no mountains to make them cower, to judge themselves against.
    […]
    ““You must understand that our civilization is so vast that we can’t have our minorities upset and stirred. Ask yourself, What do we want in this country, above all? People want to be happy, isn’t that right? Haven’t you heard it all your life? I want to be happy, people say. Well, aren’t they? Don’t we keep them moving, don’t we give them fun? That’s all we live for, isn’t it? For pleasure, for titillation? And you must admit our culture provides plenty of these.”
    “Yes.”
    Montag could lip-read what Mildred was saying in the doorway. He tried not to look at her mouth, because then Beatty might turn and read what was there, too.
    “Coloured people don’t like Little Black Sambo. Burn it. White people don’t feel good about Uncle Tom’s Cabin. Burn it. Someone’s written a book on tobacco and cancer of the lungs? The cigarette people are weeping? Burn the book. Serenity, Montag. Peace, Montag. Take your fight outside. Better yet, into the incinerator.”

    Sorpresa! In Fahrenheit 451” è il politicamente corretto, il concetto di microaggressione (non ancora chiamato così, ovvio), l’idea di avere un “safe space” grande come tutto il mondo, che uccide la cultura, i libri. Perchè, dice Bradbury, i libri, TUTTI i libri, offendono qualcuno, e una cultura che non può tollerare che qualcuno scriva qualcosa di offensivo per qualcuno, non tollera i libri e il pensiero.

    Anche per questo la citazione di Alessandro è totalmente a sproposito: Bradbury non fa nessuna divisione fra libri “politici” e altri. I suoi pompieri non selezionano i libri, li bruciano tutti. Perchè in ogni libro c’è una visione politica, anche se sottaciuta (La visione conservatrice e nostalgica di Barks non è evidente, anche senza bisogno di far fare comizi a Paperone?)
    Quindi, l’idea che il riempire un fumetto di pipponi e sermoni lo renda “più politico”, è semplicemente una sciocchezza da autori scarsi. I veri grandi autori la politica la mettono senza bisogno di fare comizi sulle pagine. È solo quando non ne sei capace, che ti riduci al sermone. il marchio dell’autore mediocre.

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