GOLDEN GATE BRIDGE: IL PONTE DEI SUICIDI

GOLDEN GATE BRIDGE: IL PONTE DEI SUICIDI

“Quando ho staccato le mani dalla balaustra, ho percepito subito un senso di consapevolezza che stavo commettendo una follia. Stavo ponendo fine alla mia vita”.
Questa frase è stata pronunciata sessanta giorni dopo il tentato suicidio di un ragazzo australiano di 27 anni: una delle molte persone che hanno cercato di togliersi la vita recandosi in un luogo ben preciso come se fossero richiamate da un’entità misteriosa. Uno dei pochi a essere sopravvissuto al “mantra” diabolico del Golden Gate Bridge, meglio noto come “il ponte dei suicidi”.

L’idea di costruire un ponte che collegasse San Francisco e la Marin County fu di Joseph Baermann Strauss, un ingegnere che ne aveva già progettati cinquecento. I lavori di costruzione iniziarono nel gennaio del 1935 e terminarono nell’aprile del 1937. Un prodigio architettonico lungo 2,71 km, con una distanza tra le torri di 1.282 metri e uno spazio disponibile sotto il ponte di 67 metri. L’altezza delle 2 torri è di 225 metri.

Joseph Baermann Strauss

Joseph Baermann Strauss

Durante gli anni lavorativi, 11 operai morirono precipitando in mare, nonostante una rete di protezione tesa nella parte inferiore del ponte avesse ridotto notevolmente il numero dei morti. Una volta terminati i lavori, la rete fu tolta perché ritenuta antiestetica. Da allora quel luogo, tanto favoloso quanto suggestivo, è stato teatro di ben 1500 morti per suicidio. I soli 26 sopravvissuti hanno riportato fratture di vario genere agli arti inferiori e superiori, al bacino e, in alcuni casi, anche la perforazione di un polmone. Un corpo che precipita dai 67 metri che separano il piano camminabile dalla superficie dell’acqua, impiega 4 secondi prima dell’impatto, raggiungendo una velocità di circa 120 km/h.

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Ma cosa spinge un soggetto a ricercare la morte recandosi fino al Golden Gate, arrivando da ogni parte del mondo?
Nel 2006, il regista Eric Steel girò un documentario incentrato proprio su questi fatti, grazie ad alcune riprese amatoriali nelle quali sono stati registrati 24 suicidi. Nei 12 mesi di riprese, il regista ha cercato di far luce, documentando e raccontando tramite la voce dei parenti e amici delle vittime, indagando sulle motivazioni che hanno spinto quelle persone a togliersi la vita e, soprattutto, interrogandosi sul perché della scelta del Golden Gate come luogo per farlo.

Il film denuncia anche come sia semplice, per una persona, superare la ringhiera di appena un metro e mezzo, ma nonostante l’interesse nell’esporre certe problematiche riguardanti la sicurezza, l’opinione pubblica giudicò il film “immorale e voyeristico”: parere che si scontra con il giudizio dei parenti delle vittime che si son dimostrati ben lieti di rendere pubblico al mondo intero la fragilità dell’animo umano.

Ogni settimana si registra almeno un suicidio e, nonostante questo numero vada sempre più crescendo, il Golden Gate continua a non essere dotato di barriere protettive. Il tutto per una questione puramente estetica. Ogni anno sono quasi 200 gli aspiranti suicidi che vengono fermati dai sorveglianti del ponte: un fenomeno talmente ricorrente che qualche anno fa le autorità locali hanno deciso di installare in alcuni punti d’accesso al ponte una hot line per i casi di tentativo di suicidio.

una hot-line è presente sul ponte per i casi di tentativo di suicidio

una hot-line è presente sul ponte per i casi di tentativo di suicidio

Un metodo adottato per scoraggiare i suicidi è stato presentato nel 2005 tramite una petizione chiamata “jump for life”, per chiedere che sul ponte diventi possibile fare bungee jumping, in modo da cercare di rendere il Golden Gate meno affascinante come luogo per togliersi la vita.
Diversi studi hanno dimostrato come l’impulso suicida in molti casi sia momentaneo, ragion per cui viene da chiedersi quanto sia più importante l’estetica piuttosto che provare a prevenire e scoraggiare l’aspirante suicida installando una rete metallica, come fecero durante i lavori per la costruzione del ponte. La risposta risiede nei milioni di turisti che ogni anno visitano il Golden Gate e che storcerebbero il naso nel vedere delle barriere protettive. Questo la dice lunga su come, in tutti questi anni, il business abbia avuto la meglio sulla sorte del più debole che, senza rendersene conto, interpreta il ruolo di protagonista.

suicidio

L’epilogo di questa vicenda ha trovato finalmente la giusta soluzione nel 2014 con l’approvazione da parte delle autorità locali del progetto di installazione di reti in acciaio a 6 metri sotto il ponte. Questa struttura, che costerà 76 milioni di dollari, dovrebbe essere ultimata nel 2018.
Tra i promotori dell’iniziativa c’è Kevin Hines, uno dei pochi sopravvissuti al lancio dal Golden Gate. La sua incredibile storia si svolse nel 2000, quando l’allora 19enne Kevin, affetto da disturbo bipolare, decise di porre fine alla propria esistenza recandosi in quel luogo che richiama coloro che vogliono suicidarsi; ma il destino riservò per lui una seconda possibilità.
“Appena mi buttai, il male uscì dalla mia mente, e non volevo più morire.”
L’impatto fu devastante, le ossa di braccia e gambe si sbriciolarono, ma la luce continuò a rimanere accesa nella sua testa.
“Sott’acqua mi sentii sfiorare da qualcosa di vivo, e maledissi il destino perché pensavo fosse uno squalo. Volevo morire senza soffrire…” Invece era un leone marino che lo spingeva verso la superficie col suo muso. Quello fu l’inizio di una nuova vita per Kevin.

Kevin Hines

Kevin Hines

Dopo quest’esperienza , Hines iniziò a prendere parte a numerose conferenze sulla prevenzione del suicidio.
“Ci si uccide perché si è arrivati all’apice della solitudine, e perché si presenta l’occasione. Ma il 96% di chi viene salvato non ci prova più” afferma Kevin.
Un anno dopo il suo tentato suicidio, Hines volle ritornare sul ponte e si fece accompagnare da suo padre. Una volta arrivati sul luogo del salto si strinsero e iniziarono a piangere. Poi Kevin gettò un fiore raccolto precedentemente da un’aiuola e lo osservò cadere. Quando si posò sull’acqua, un leone marino emerse.

 

 

di ales
sono nato a Novi Ligure (AL) il 6 gennaio del 1976. il resto lo devo scoprire pure io.

2 commenti

  1. Bellissimo articolo, documentato e ben scritto, con splendide foto, su un argomento interessante del quale non sapevo N.U.L.L.A. Grazie!

    • Grazie mille, Ale. 🙂

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